Fabri Fibra

Fabri Fibra

Il rapper nel mirino

In un momento di crisi per la scena, un ragazzo di Senigallia ha contribuito a cambiare la storia dell'hip-hop italiano, diventandone uno dei rapper più importanti e duraturi

di Antonio Silvestri

Attenzione, le rime di Fabri Fibra sono completamente da idiota
(registrata al contrario nel brano “Mr. Simpatia”)
Fabrizio Tarducci prima di Fabri Fibra: da “Fight da Faida” a “Sindrome di fine millennio”

Fulminato dal video di “Fight da Faida” di Frankie Hi-Nrg, un ragazzo di Senigallia capisce che il rap italiano diventerà la sua più grande passione. La bella meta turistica nell’anconetano è lontana dai centri dell’hip-hop nostrano di inizio anni Novanta, una questione soprattutto milanese e romana, ma si sta diffondendo in tutta la penisola e, nel giro di pochi anni, diventerà inaspettatamente mainstream. Arrivato d’importazione dagli Stati Uniti negli Ottanta, soprattutto attraverso la visione in notturna e su reti locali di film come “Breakin’”, “Wild Style”, “Beat Street” e “Style Wars”, il nuovo genere musicale è stato faticosamente assorbito lungo tutto il decennio. È persistito a lungo il problema di tradurre in italiano quell’esotico slang, con il suo portato culturale: nel corso degli anni Ottanta pensare a un rap in italiano ha rappresentato quasi un tabù. Tra il 1989 e il 1990 un movimento studentesco denominato “Pantera”, aspramente contrario alla riforma Ruberti delle università italiane, fornisce un lessico barricadero e uno spirito di ribellione e protesta che saranno fondamentali per il primo hip-hop italiano, germogliato intorno ai centri sociali autogestiti, spesso vicini alla sinistra radicale e antagonista. A inizio decennio esistono writer, b-boy, deejay ed emcee, ma spesso troppo isolati o acerbi per poter lasciare il segno. Si ritrovano in luoghi simbolo di questi primi anni come il “Muretto” a Milano, la “Galleria Colonna” a Roma o ai “Marmi del Teatro Regio” a Torino. L'unica eccezione rilevante, se escludiamo brani demenziali come “Faccia da pirla” (di Charlie, 1988) o l’approdo sanremese degli Aeroplanitaliani con “Zitti zitti (il silenzio è d’oro)”, è quella del guascone sorridente conosciuto come Jovanotti, cioè Lorenzo Cherubini, destinato a un successo di dimensioni e trasversalità tipicamente pop.

Al ragazzo di Senigallia, nato nel 1976 e quindi adolescente tra gli anni Ottanta e Novanta, Jovanotti non piace granché. Certo, i suddetti centri sociali brulicano di formazioni (anche) hip-hop, e i primi singoli e, dal 1992, i primi album in italiano del nuovo genere non mancheranno di arrivare, ma “Fight da Faida” è effettivamente un’altra cosa: coniuga il messaggio a un flow fulmineo, snocciola un testo insolitamente forbito e, in tutto questo, è al contempo potente e divertente. Se gli Assalti Frontali raccontano l’Italia di Tangentopoli nel fondamentale “Terra di nessuno” (1992), rivolgendosi a un pubblico ristretto impegnato nelle medesime lotte, “Fight da Faida” sta girando in televisione e il suo videoclip lo si può guardare anche a Senigallia. Il ragazzo, che si chiama Fabrizio Tarducci, è nato e cresciuto nella città marchigiana e mentre frequenta le scuole medie deve affrontare il divorzio dei genitori. La musica, probabilmente, diventa una via di fuga e lo stile veloce e ricercato di Franki Hi-Nrg è un modello da imitare, almeno all’inizio. Fabrizio ha anche un fratello, Francesco, e una sorella, Federica. Il primo, nel 1996, sta maneggiando una pistola quando per sbaglio spara un colpo e colpisce un amico: lo racconta lui stesso nel brano “Un giorno qualunque”, pubblicato nel terzo album della sua carriera, “Le verità nascoste” (2007). Questo perché Francesco e Fabrizio condividono la passione per la musica e decidono entrambi di farne il proprio lavoro. Se Francesco decide di farsi chiamare Nesli, Fabrizio inizia nel 1994 come Fabri Fil e Fibroga, e fonda, insieme al beatmaker concittadino Nicola "Lato" Latini, gli Uomini di Mare, titolari del demo Dei di mare quest'el gruv (1996) e soprattutto del funambolico esercizio di rime di Sindrome di fine millennio (1999), oltre a due Ep. I testi lunghi e labirintici che si ascoltano in "Sindrome", su produzioni ancora amatoriali e beat a passo medio-lento, attireranno l’attenzione di molti appassionati.

Il ragazzo che guarda il videoclip è diventato già un rapper, mentre la scena italiana si è completamente trasformata in meno di un decennio: dopo gli Assalti Frontali sono arrivati i Sangue Misto, poi i giganti dell’hardcore nostrano Lou X e Kaos One; gli Articolo 31 e i Sottotono hanno portato l’hip-hop italiano in cima alle classifiche di vendita; la scene locali si sono moltiplicate e il rap in italiano è arrivato anche nella televisione generalista. A fine millennio si contano già decine di carriere, tra mainstream e underground, che meritano l’attenzione degli appassionati. Esiste, tuttavia, una crepa nella struttura del nostro hip-hop che porterà non solo alla fine dell’epoca d’oro ma addirittura a una “grande estinzione” sul finire del millennio. La tesi portata avanti da molti estimatori, per citare Bassi Maestro, vorrebbe tutto l’universo musicale qui in analisi diviso fra veri cultori e sucker (in italiano idioti, babbei, fessi) che usano l’hip-hop solo come posa. La diatriba infiamma il rap italiano dopo i grandi successi del biennio '94-'95, senza fare prigionieri e senza ammettere molte sfumature. All’epoca delle “posse”, quindi, ne segue una in cui una guerra intestina ammala la scena poco dopo che un mercato si è creato e ha guadagnato un peso considerevole su tutti i media. La presunta purezza della scena precedente ai grandi successi commerciali vorrebbe ribadire l’esistenza di un hip-hop italiano a prescindere dall’incontro con il mercato, i mass media, la contaminazione con il pop. Chi si oppone a questa crociata viene spesso messo ai margini. Proprio il Frankie Hi-Nrg di cui si diceva in apertura fotografa l’imminente crisi della scena ne “La morte dei miracoli” (1997), ed è a figure come la sua che Fabrizio guarderà per trovare un compromesso tra stare nella scena ed emanciparsi dalle sue claustrofobiche limitazioni.
Gli Uomini di Mare diventano i Qustodi del Tempo con l'arrivo di Shezan Il Ragio, per il tempo del demo Rapimento dal vulpla (1997). Formato il collettivo Teste Mobili, col fratello Nesli e i tre Qustodi, Fabri Fil partecipa al Dinamite Mixtape e con l'etichetta della crew si prepara a pubblicare, finalmente, il suo esordio con un nome d’arte destinato a rimanere nella storia dell’hip-hop italiano: Fabri Fibra.

Dall’underground al successo: Turbe giovanili, Mr. Simpatia e Tradimento

I Sangue Misto sono stati uno dei gruppi fondamentali dell’hip-hop italiano. Ne faceva parte anche Neffa, che poi ha voluto allontanarsi dal genere, entrato in crisi verso la fine del millennio. Di quella vita da rapper rimanevano, però, alcuni beat inutilizzati, che Neffa non voleva semplicemente cancellare dal proprio computer. Sono file su cui non si può intervenire ulteriormente, buoni per un demo. Il rapper dei Sangue Misto decide di affidarle a Fabri Fibra, che ci costruirà 16 dei 17 brani del suo esordio, Turbe giovanili (2002). Queste le parole di Neffa, intervistato da Matteo Contigliozzi per Noisey:

Io avevo preparato tutte le basi per fare un nuovo disco di rap, intorno al ‘99. In quel periodo era scattata questa amicizia con Fabri Fibra. Un sacco di volte lui veniva da Senigallia, tipo almeno un paio di volte a settimana, in macchina fino a casa mia e passavamo il pomeriggio in studio. […] Alla fine, le basi che avevo pronte le ho date a Fibra, che poi ci ha fatto 'Turbe giovanili'.

Queste, invece, quelle che commentano la ristampa del 2010, direttamente dal profilo Facebook di Fabri Fibra:

Questo disco ha una storia particolare. Non sono mai riuscito a spiegarla; ai tempi quando avevo finito di registrare, il disco andò direttamente in stampa senza essere mixato, le strumentali non potevano essere lavorate, in quanto recuperate da un vecchio hard disk. La prima stampa del 2002, infatti, altro non era che il demo ufficiale. Ho recentemente portato tutto il vecchio materiale in studio, cercando di recuperare il suono delle strumentali dove era possibile. Lavorare questo disco dopo otto anni è stato un flash, mi ha fatto tornare in quel periodo, gli anni in cui nessuno sapeva che cosa sarebbe successo all'hip-hop, a noi bastava viverlo.

Spassoso e grottesco, orecchiabile e malato, Turbe giovanili collega il bad-trip dei Sangue Misto e il nuovo linguaggio rap di Eminem. Di grande fantasia nei testi (si senta "Dalla A alla zeta"), provocatorio nel content e virtuoso del flow, rappresenta la quotidianità attraverso uno specchio deformante, che esalta l'ossessivo, il deprimente, il macabro e il kitsch. In Italia non si è mai sentito qualcosa del genere, che mutuasse la conflittualità dell’hardcore-hip-hop novantiano ricontestualizzandola secondo un linguaggio nuovo e irriverente, portato all’ascoltatore da un rapper che, come lo Slim Shady statunitense, gioca con il concetto di rap persona, il personaggio più o meno sovrapponibile a Fabrizio Tarducci.
Il clima psicotico dell’opener “Scattano le indagini” impone subito un linguaggio denso, poi la più malinconica “Luna piena” scopre un lato emotivo che è il rovescio del cinismo caustico espresso in tante rime sparse nella scaletta. Il wordplay è già stellare (“Dove fuggi?”; “Chi c’è”), il flow imprendibile (“Fuori norma”; “Ci penso dopo”) e il gusto di turbare i benpensanti porta a chiamare un brano “Mi stai sul cazzo”, che contiene rime come “Al posto di un marchigiano alla porta/ è meglio in casa un morto”. Sotto questo stile violento e spettacolare, però, traspare un disagio più profondo verso i meccanismi della società, che emerge in “In quanti?”.
Al netto delle produzioni poco raffinate, in parte migliorate dal
remaster del 2010, e di una scaletta fin troppo prolissa, Turbe giovanili presenta Fabri Fibra come un’entità aliena dell’hip-hop italiano, che propone uno stile nuovo nel linguaggio e nei contenuti. Senza raccontare le strade di città come tanti colleghi, né gli amori da fotoromanzo del pop-rap già caduto in rovina dopo la fiammata di fine secolo, Fabri Fibra miscela divertimento e malessere in parti uguali, suonando pericoloso, magnetico e inquietante.

Il secondo album,
Mr. Simpatia (2004, prodotto in gran parte da Nesli), è uno shock e, per dirla con l'autore, “ha cambiato la storia del rap italiano, non ci sono cazzi". Il mondo visto dall'alter-ego del titolo è un incubo di depressione, violenza e cattivo gusto, che inserisce lo Slim Shady di Eminem in una rete di riferimenti alla cronaca nera e rosa italiana. Compie una doppia impresa: aggiorna l'hip-hop nostrano, allontanandosi da posse e militanza, e ne amplia le possibilità, inserendovi la nostra cultura nazional-popolare. Incarnando la caricatura del peggio, ma dietro la maschera dell'alter-ego e con nerissima ironia, soffia nuova vita in un genere commercialmente in declino. Nelle parole dell’autore, intervistato da HotMc:

È la caricatura della reazione di tutti noi a una serie di fenomeni in un determinato arco temporale. [...] ho avuto un periodo veramente negativo che mi ha portato a non nascondere la parte peggiore di me che era comunque quella che mi stava tenendo in vita.

Quando per un brano rinuncia al lato (volutamente) ridicolo, regala "Venerdì diciassette", un horrorcore con pochi eguali in Italia, dal testo adatto solo agli stomaci più forti. 

Entro in casa mia arrampicandomi dal terrazzo
Punto un lanciafiamme sulla mia famiglia e l'ammazzo
Così voglio vedere quando vado all'inferno
Se il demonio c'ha la faccia di Erika o del suo ragazzo

È lo show dell’ultraviolenza e del cattivo gusto che la televisione riversa nelle case di tutta Italia, portato all’ascoltatore senza alcun filtro e con una grottesca, febbricitante esaltazione. Già l’iniziale “L’uomo nel mirino” mette in chiaro lo stile caustico, sarcastico ed esplicito, chiosando che “l'acquisto di questo cd è sconsigliato ai maggiori di diciott'anni”, i “testi non sono [...] rivolti a persone intelligenti”, Fabri Fibra è impazzito e “non esiste alcun motivo al mondo per cui valga la pena starlo ad ascoltare”. Le strofe fanno ancora peggio, con l’alter ego del rapper che si avventura in fantasie omicide e suicide:

Sono il disco macchina che investe il motorino con sopra Albertino
Faccio marcia indietro e lo sopprimo
[...]
Quando ero piccolo, mi hanno spinto in piscina
Senza poi tornare a galla per quant'acqua ho inghiottito
[...]
Mi bagno di benzina, tu passami l'accendino
[...]
Ho un colpo in canna, col rap mi son firmato la condanna

Con le rime sulla masturbazione e la droga, che aggiungono pericolosità sociale a un testo già problematico, il rapper prepara il campo per una chiusura della terza strofa da knock-out, dove prima ammicca al satanismo e poi dissa la Pina, rapper degli OTR e rappresentazione di un hip-hop arrivato al mainstream e, per alcuni, irrimediabilmente dannieggato da tale esposizione mediatica:

Strappo dal muro 'sto crocifisso del Signore
E lo appendo a testa in giù nella porta del tuo ingresso
E questa copertina con la faccia della Pina
Te la appiccico sulla tavoletta del cesso

Al beat notturno de “L’uomo nel mirino” segue quello più funky di “Gonfio così”, un altro testo impresentabile per quanto è scorretto, nonostante l’immediatezza del ritornello. Alle volgarità gratuite, sempre abbondanti lungo tutta la scaletta, si affianca comunque un’incredibile capacità di giocare con le parole e i suoni. Di più: Fabri Fibra con Mr. Simpatia collega questo hip-hop scorretto e (apparentemente) improponibile al grande pubblico con la cultura degli anni Novanta e Zero, soprattutto televisiva e nazional-popolare. In questo attingere all’immaginario collettivo, come in un frenetico zapping, non c’è gerarchia tra microcelebrità e personaggi internazionali e si può inserire nella stessa strofa Ambra Angiolini e Papa Giovanni Paolo II, prima di citare il delitto di Novi Ligure:

Ma ricordo tempo fa pranzavo con Non è la Rai
Quando invece oggi mi dicono Ambra è lesbica e c'ha l'Aids
Resto fatto e come il Papa, quando parlo sembro un morto
Ma se incontro la mia ex incinta le auguro un aborto
E se invece c'ha già un figlio con un noviligurino
Entro in casa dal giardino, uccido lei con il bambino

Le produzioni di Nesli lasciano spazio a Bassi Maestro per “Io non ti invidio”, un altro esempio di quanto possa essere estremo lo stile di questo Fabri Fibra “impazzito”, mentre il beat ricorda uno dei carillon che Dr. Dre ha scritto per Eminem. Il beat asimettrico di “Solo una botta” è occasione per cambiare il flow, qua più veloce e animato da un delivery cartoonesco che contrasta con il gorgo depressivo di “Momenti no”, il brano più drammatico dell’album perché il clown malvagio quasi si toglie la maschera su un loop di pianoforte malinconico: rimangono le rime con riferimenti alla cultura pop (“Vorrei incontrarti tra cent'anni appesa insieme a Ron”) e il linguaggio scorretto, ma accompagnano una confessione rappata dall’abisso della disperazione di chi si percepisce come un rapper (e un uomo) fallito (“E il mio nome è in questa lapide, mica in un borderò”; “Perché sono in depressione, ho crisi di persecuzione”). Sotto il macabro cerone del pagliaccio impazzito s’intravede Fabrizio Tarducci, quasi che la corazza di “Mr. Simpatia” si sia incrinata abbastanza da farne scorgere il vero volto. Emergono, così, i traumi familiari e una giovinezza tormentata, riassunti in una terza strofa inaspettatamente commovente:

Io quando parlo con mio padre sento il gelo dentro me
Perché non parla con mia madre e lei non parla più con me
Sono un pazzo vagante insano tanto quanto te
Che diventa schizofrenico in classe (Che cazzo c'è?)
Ho ancora i buchi nella schiena che gli amici han fatto a me
Si sono chiesti: "Ma cos'è che fa? Pensa solo per sé?"

Anche quando, poi, si prova a riportare leggerezza, come il ritornello corale di “Rap in vena” o quello mezzo stonato di “Niente male”, è chiaro che è un modo goffo di celare un malessere devastante. “Faccio sul serio” è l’occasione per mettere nero su bianco e a modo suo la sua posizione rispetto alla scena di inizio anni Novanta, quella che vedeva in Frankie Hi-Nrg qualcosa di diverso e, per il giovane Fabrizio Tarducci, elettrizzante:

Per cominciare, mi hanno cacciato da ogni centro sociale
Perché non esprimo idee politiche varie
Attuo come se fosse terapia mi dà impulsi alla schiena con delle scosse
Io non descrivo rappresaglie e sommosse
Non è rap quello dei 99 Posse
Mi rendono le palle grosse
Esploderanno come il cazzo di bombe delle Brigate Rosse

La difficile collocazione di Fibra nel contesto del rap italiano è ribadita anche nella più famosa e spesso fraintesa “Non fare la puttana”. Chiariamoci: Mr. Simpatia è un album pieno di testi diseducativi, violenti, misogini, scorretti sotto tutti i punti di vista. Sostenere che siano in realtà solo da interpretare sarebbe come sostenere che i film di Quentin Tarantino non contengono scene di grande violenza o comportamenti deprecabili. Come con i film di Tarantino, però, quello che è più interessante è mettere in luce cosa si sviluppi intorno a un impianto narrativo così violento. In questo caso la “puttana” del titolo è lo stesso Fabri Fibra, che non partecipa agli eventi della scena hip-hop, descritta come asfittica e incapace di abbracciare le novità. La title track approfondisce il legame tra l’alter ego e le regole della Chiesa, altro contesto che limita, inibisce e omologa gli individui.

Mr. Simpatia è l’album di un rapper disperato, che pensa di poter pubblicare gli ultimi brani prima di chiudere la propria carriera. Alimentato da rabbia, frustrazione e delusione, usa l’espediente dell’alter ego, oltre ai numerosi skit, per aggiungere un livello di nerissima ironia a un lotto di brani spesso feroci, aggressivi, disturbanti. Anche con una scaletta sforbiciabile, l’ascolto completo conserva un suo valore aggiunto, che trova in “Momenti no” un punto di svolta, l’aggiunta di una prospettiva diversa a quella che, di primo impatto, può sembrare una semplice ricerca della provocazione più sfacciata.
Diventato un classico dell’hip-hop italiano, Mr. Simpatia non incontra un significativo successo di pubblico ma solletica l’interesse di chi cerca qualcosa di nuovo nella scena. Solo nel 2018 ottiene il disco d’oro e nel 2020 il disco di platino, sull’onda di un tardivo riconoscimento della malata creatività e della notevole originalità della proposta. Nel frattempo, neanche a dirlo, tantissimi altri rapper hanno preso in prestito molte delle idee che l’album ha introdotto nel contesto italiano, dai riferimenti alla pop culture passando per l’uso sfrontato del turpiloquio.

La Universal si accorge del talento di Fabri Fibra, che così abbandona la piccola Vibrarecords per firmare con una major. Prodotto da Nesli, Big Fish e DJ Nais e intitolato provocatoriamente Tradimento (2006), è anticipato dal singolo che trasforma il rapper in un nome conosciuto da tutta Italia, "Applausi per Fibra". L'inaspettata hit, accomunabile per la sua atipica traiettoria per giungere al successo a brani come "Fuori dal tunnel" di Caparezza, è un ibrido tra estetica hardcore e una sensibilità più pop: la produzione di Big Fish è bombastica ma comunque legata a un beat ritmicamente essenziale, decorato da trovare west-coast a inspessire l'arrangiamento; il testo non rinuncia completamente alla costruzione di un rap elaborato, privo di parti cantate più ruffiane; il ritornello, fatto assai atipico per un brano hip-hop di questo successo, si limita a ripetere il titolo ossessivamente. Come accaduto per Caparezza, e in modo ancora più clamoroso per un Piotta ridotto a figura caricaturale e one hit wonder capitolino, buona parte del pubblico e della critica non individuano gli elementi che rendono "Applausi per Fibra" e lo stesso Fabri Fibra qualcosa di nuovo e atipico, soprattutto nel contesto dell'alta classifica in cui arrivano il singolo e, poco dopo, l'album.

A chiudere un brano che fa di tutto per non banalizzare il linguaggio di Mr. Simpatia c'è persino una voce mostruosamente distorta, quasi a rievocare il demone alter ego dell'album precedente.
Chi, abbagliato dal compromesso di "Applausi per Fibra", si aspetta una scaletta scevra di testi scorretti e immagini disturbanti è subito spiazzato dall'introduzione di "Rap in vena":

Attenzione: questo non è un nuovo album di Fabri Fibra
Questa è la morte di Mr. Simpatia
Se trovate questa roba troppo volgare
Ritiratela e andatevene affanculo

L'atmosfera psicotica e lugubre, con rintocchi funebri, e il flow claustrofobico introducono l'ancora più violenta ed esplicita "Su le mani" ("Se non me la dai, io te la strappo come Pacciani"), dove il malessere impenetrabile di Mr. Simpatia ritorna con il suo insieme di risentimento, sarcasmo e pessimismo. Si può parlare di Tradimento come un finto sell-out, che su ritmi più ballabili ("Mal di stomaco") continua a raccontare comportamenti socialmente inaccettabili inframezzati da messaggi sociali e politici, con la solita ironia macabra:

Voglio andare in vacanza, me ne vado in Tunisia
O magari in Mar Rosso, non dirmi che è vietato
Sarò così sfigato da finire in mezzo a un attentato?

Arriva comunque il momento anche qualcosa di più leggero, come "La pula bussò", un reggae che interpola "La luna bussò" con un inno alla marijuana, o brani buoni al massimo per aizzare il pubblico, come il rap-metal di "Rompiti il collo", l'hip-house sciocco di "Che cazzata" o l'ancora più trascurabile "Il triangolo sí".
D'altronde, alla lunga anche i brani più controversi suonano risaputi ("Coccole"; "Tutti matti") e si fatica un po' ad arrivare alla fine della (troppo) lunga tracklist, quando la depressa "Idee stupide" (con il canto di Diego Mancini) ritorna a "Momenti no", spingendo di più sul drammatico con una coda orchestrale. La chiusura con "Cuore di latta" riesce comunque a incendiare le polemiche. Come ha raccontato il rapper su Groove:

Ho cercato di riportare la storia di Erika e Omar in un’ottica particolare. Se si guarda la giornata dell’assassinio, tutte le cose che hanno fatto, a parte il raptus omicida, sono completamente nella normalità. Io ho voluto spiegare bene quei cinque minuti di delirio totale, trattando Erika ed Omar come due ragazzi della loro età, con i loro ragionamenti e le loro paranoie.

La versione denominata "Platinum" aggiunge un gruppo di brani denominati "Pensieri scomodi" che poco aggiungono all'album principale. Tradimento ottiene due platini e Fabri Fibra è discusso dagli opinionisti in televisione. Sull'onda del successo inizia anche un tour, intitolato ironicamente "Io odio Fabri Fibra".

Dopo il successo: Bugiardo e Chi vuole essere Fabri Fibra?

Partito dall'underground, in tre album appena Fabri Fibra è diventato il rapper più chiacchierato d'Italia. La scena, arenatasi al cambio di millennio, sta faticosamente ricostituendosi e l'esposizione di volti nuovi per il grande pubblico nella seconda metà degli anni Zero porta un profondo rinnovamento, segnato da incertezze e fragilità. Nel periodo fra il 2006 e il 2010 una serie di artisti, gruppi e istanze ascrivibili alla sperimentazione, all’estetica più underground e alternativa arrivano all’attenzione di una cerchia più ampia di quella che sembrava loro naturalmente destinata, mentre altri esponenti della scena, già conosciuti e rispettati, cercheranno di reinventarsi a uso e consumo del mainstream.
Di fatto, l’antitesi fra hardcore e pop sfuma sempre più, e così quella fra purismo e contaminazione, delineando nel quinquennio 2006-2010 un momento in cui l’hip-hop italiano si arricchisce di spregiudicatezza e qualche ruffianata, di violenza e creatività. In pochi anni (quasi) ogni contaminazione diventa possibile e la “variazioni sul tema” finiscono per moltiplicarsi a tal punto che il concetto stesso di un modello predominante di hip-hop italiano va, in questo periodo, perdendosi.

Rimangono attivi molti dei veterani - come gli ATPC, il prolifico Bassi Maestro o l’eroe hardcore Kaos One - con Inoki che arriva al suo lavoro più maturo (“Nobiltà di strada”, del 2007), ma mietono nuovi successi anche i più recenti Club Dogo. Anche per loro i tempi sono maturi per passare alla distribuzione delle major Virgin/Emi con “Vile denaro” (2007, titolo ironico e che riecheggia Tradimento), che si avvicina a un suono radiofonico, aumentando l'importanza dei ritornelli. Donne, sesso, droga, autoesaltazione non sono un pretesto, come agli esordi, ma l’unico motivo d’esistere dell’album.
Collegate al Club Dogo, e alla Dogo Gang da loro creata e capitanata, troviamo però altre esperienze nate in questo quinquennio e destinate a diventare più o meno importanti. Marracash arriva al doppio-platino con “Badabum Cha Cha” (2008) negli stessi anni in cui Dargen D’Amico ritorna sulla scena con i suoi creativi album solisti (“Musica senza musicisti” del 2006 e “Di vizi di forma virtù” del 2008). A Roma Piotta approda al rap-rock (“S(u)ono diverso” del 2009) poco dopo l’insperato ritorno dei Colle der Fomento con l’autoprodotto “Anima e ghiaccio” (2007). Ritornano anche i Cor Veleno, con “Nuovo nuovo” (2007), pubblicato da Sony, che cerca di lucidare le idee dei primi lavori, anche grazie alle collaborazioni di Tormento, Amir e Roy Paci. Il più grande laboratorio romano del periodo è però altrove, ed è una delle esperienze più atipiche e anticommerciali di tutto il nostro hip-hop. Il TruceKlan è la manifestazione maggiore del nostro horrorcore. Il gruppo è nato nel 2003 dall'unione di due gruppi musicali, i famigerati Truceboys, ovvero il quartetto Gel, Metal Carter, Noyz Narcos e Cole, autori dell'Ep omonimo nel 2000 e l'album “Sangue” nel 2003, e dal quartetto In the Panchine, vale a dire Cole, Gemello, Chicoria e Benassa, autori poi di due album omonimi fra i più incredibili, e ingiustamente sottovalutati, del nostro hardcore-hip-hop, caratterizzati da un assurdo linguaggio meticcio italo-americano (“In The Panchine” del 2004 e il meno brillante “In The Panchine 2” del 2010). Se questo ottetto è quello fondante, però, TruceKlan aggrega intorno a sé un numero molto più ampio di rapper e producer, fra cui: Benetti DC, Mystic One, Gast, Duke Montana, Mr. P, 1zucker0, Zinghero, Lou Chano, DJ Sano Volcano, 3FX, Fuzzy, DJ Gengis, Rough, Giordy Beatz, Meme, DJ Sine, Marco Tozzi e Low Killa. Questo bagaglio di esperienze stradaiole, un coacervo di rime grezze e suoni che estendono verso l'abisso la storia dell'hardcore-hip-hop capitolino, è l'ambiente creativo che porta al maestoso e spaventoso "Ministero dell'inferno" (2008), unico album firmato dal collettivo ma bastevole a segnare la storia del nostro hip-hop più estremo. Nei 22 brani sfilano la Dogogang ("Dogologia") e proprio il nostro Fabri Fibra ("Deadicated", con Duke Montana e Cole), quasi a esplicitare il filo rosso con lo stile iperrealista con cui i primi rappresentano il degrado urbano e lo slancio schizoide con cui il secondo rappresenta il marcio dell'anima.

Il seguito di Tradimento, intitolato Bugiardo (2007) e pubblicato sempre da Universal, annovera tra gli ospiti proprio il succitato Metal Carter. Crudo, provocatorio e spigoloso come ormai è prevedibile (“Bugiardo”; “Andiamo a Sanremo”; “Cento modi per morire”; “Cattiverie”; “Il più pazzo”) ma spesso anche di più facile ascolto (“La soluzione”; “Un’altra chance” con Alborosie; “Non c’è tempo” con la citazione dei Righeira), è un abum prolisso che non manca di suggerire un futuro più pop-rap credibile (“Sempre io”), aggiungendo “Potevi essere tu” ai brani che raccontano della cronaca nera italiana senza filtri. Come raccontato a XL:

In 'Potevi essere tu' racconto la storia di Tommaso Onofri. Nella prima strofa descrivo l'evento, nella seconda racconto i miei incubi, nella terza io sono Tommaso e vado in giro a dire che tutti quelli che hanno film porno nel computer, cioè tutti, sono potenziali assassini. In questo testo non c'è una parola che sia mia.  

Due brani sono, per motivi diversi, particolarmente significativi: “Questo è il nuovo singolo”, pensato per rinverdire la credibilità hardcore con un devastante boom-bap, drammatico e martellante; “In Italia”, un’accusa ai problemi nostrani che, anche grazie a un remix con Gianna Nannini che canta il ritornello, garantisce una nuova hit, addirittura un disco di platino.

Anche Bugiardo ottiene la prestigiosa certificazione, ma dopo due album in due anni è chiaro che Fabri Fibra ha bisogno di rallentare il ritmo delle proprie pubblicazioni.

Il sedicente street-album Chi vuole essere Fabri Fibra? (2009), breve, sconclusionato e rimpinzato di skit e collaborazioni, sembra buono al massimo per collegarlo alla scena contemporanea. La migliore strofa la indovina Dargen D’Amico in “Via vai”, il ritornello e le melodie migliori sono prese in prestito dai Tiromancino in “Incomprensioni”, un rap drammatico e sincero:

Il mio trucco è stato nel trovarmi un ruolo
Ma sono vittima del mio personaggio e me ne accorgo quando
Parlo allo specchio da solo che lo incoraggio
E dico: "Vai Fibra, vai Fibra, dillo a tutti
Che prima di cominciare li hai già distrutti!"

Nonostante due album deboli, Fabri Fibra si fa strada su Mtv e Deejay Tv, forte anche della ristampa di Turbe giovanili nel 2010. L’attesa di un album più solido, però, inizia a farsi pressante.

Dentro e fuori il mainstream: “Tranne te”, Controcultura, Guerra e pace e Squallor

Il doppio platino Controcultura (2010), arrivato dopo il mixtape promozionale Quorum, è un lavoro più complesso, politicizzato e furbetto nelle sue provocazioni, che nella prolissa scaletta nasconde un inaudito successo hip-house come il doppio-platino "Tranne te", una canzone che, unendo elettronica ballabile e rime animate dal suo flow ancora molto agile, inaugura una nuova via per l’approdo al mainstream di molto hip-hop italiano del periodo.
I testi sono metricamente anche molto complessi (“6791”; “Controcultura”; “Qualcuno normale” con Marracash), spesso e volentieri aggressivi e scorretti (“Escort”; la festosa e caustica “Vip in trip”, che ottiene il disco di platino) ma ci sono molti brani che sembrano funzionare semplicemente grazie all’abilità di Fabri Fibra di fare molto con poco, come nel caso di “3 parole”. Il terzo singolo, “Le donne” (disco di platino), è la rappresentazione plastica di come l’idea di fare del rap più ballabile non sia, nemmeno per lui, un esercizio facile.

Se ai tempi di Mr. Simpatia lo stile al vetriolo di Fabri Fibra era una novità per la scena italiana, arrivati a Controcultura c’è poco di nuovo che lui stesso non abbia già tentato. L’hip-house, le tentazioni electro e in generale delle produzioni più ballabili non riescono a fare di questo sesto album un degno seguito di Tradimento, nonostante un successo di pubblico notevole: ha debuttato alla prima posizione della classifica italiana degli album, restando tra le prime cinque posizioni per quattro settimane. Un nuovo mixtape, Venerdì 17 (2011) conclude il ciclo di pubblicazioni legato a Controcultura, sottolineando come anche sul piano promozionale Fabri Fibra sia diventato un big della musica italiana, che supporta l’uscita di un nuovo album con un dispendio di mezzi proprio delle star.

Dopo aver fondato una propria etichetta, la Tempi Duri, si lancia nel progetto in tandem con Clementino chiamato Rapstar, titolari del solo Non è gratis (2012), consigliato ai soli completisti.

Il più riflessivo, letterario, amaro e intimista Guerra e pace (2013) è il suo vertice da rapper, in equilibrio fra le associazioni libere di Lil Wayne e i virtuosismi nel flow, spesso squisitamente meta. Cita i Baustelle in “Bisogna scrivere”, la prima vera canzone in scaletta e una delle più drammatiche e toccanti dell’intera discografia:

Bisogna credere
Per continuare a vivere anche dopo la morte

Su produzioni più minimali e spesso elettroniche, si scatena con le rime (“Voce”; “Tutto in un giorno”) ma riesce a limare ancora di più la dizione chirurgica, proponendo testi lunghi ma anche di facile comprensione, adatti a un pubblico trasversale che corrisponde più a quello del pop che del solo hip-hop, come si ascolta anche nell’attesa collaborazione con Neffa in “Panico” e nella collaborazione con Elisa in “Dagli sbagli si impara”.
Non mancano neanche i singoli buoni per le radio, ma “Pronti, partenza, via!” è un brano minore tra i suoi successi, un electro-rap che replica “Tranne te” con molto meno entusiasmo. Quando ruggisce Mr. Simpatia in “A me di te”, scurrile e impresentabile, sembra un po’ invecchiato. Si premia con più facilità la brostep assordante di “Frank Sinatra”, qualcosa che in Italia è più unica che rara, un hip-hop distopico che finisce per frammentare e sommergere tra mille glitch la voce del rapper.
La lunghissima scaletta, però, è fin troppo prolissa e mancano innovazioni che possano rivaleggiare con quelle che ha promosso in passato. Guerra e pace è a suo modo un album della maturità, che sostituisce all’irruenza imprevedibile di un tempo il mestiere di un veterano della scena, che può giocare con il dizionario e con la metrica come più gli aggrada ma che, d’altra parte, non riesce a organizzare questo talento per fare di nuovo cambiare la direzione del rap in italiano. Arriva comunque il disco di platino.

Un po’ per caso, tra il 2013 e il 2014 Fabri Fibra diventa protagonista, insieme al rapper Vacca, della più famosa e ricordata battaglia in rima, un dissing in piena regola che supera le tante altre polemiche che Fabri Fibra ha alimentato negli anni. Il botta e risposta si conclude, in sostanza, con un brano che dimostra, se ce ne fosse bisogno, quanto Fabri Fibra sia addentro alla cultura hip-hop e quanto sia abile nel rap: “Niente di personale”, nella sua versione integrale di oltre 11 minuti, è un massacro in rima che vede il rapper marchigiano usare per l’occasione tecnica e personalità, arguzia e potenza. Il fatto che ci siano stati ulteriori episodi che rientrano in questo dissing è semplicemente una formalità, perchè “Niente di personale” mette quasi a disagio per la potenza di fuoco messa in campo da Fabri Fibra, uno sfoggio di superiorità in questo tipo di esercizio hip-hop che difficilmente può trovare paragoni in Italia.

In contrasto con la sua posizione di rapper conosciuto da un pubblico molto vasto, ormai pienamente inserito nei meccanismi pubblicitari dei prodotti dal budget più alto, Fabri Fibra arriva all’ottavo album, Squallor sorprendendo il suo pubblico: il 7 aprile lo annuncia su Twitter e, il giorno stesso, diventa disponibile in digitale. L’unica promozione è sui social, quasi fosse anche una scelta di target.
Il formato fisico si ferma solo, si fa per dire, a 76 minuti, mentre quello digitale sfora quota 91. Lo sforzo richiesto all’ascoltatore, però, non è granchè ripagato: basta l’iniziale “Troie in Porsche” per capire che, su produzioni stilose e con il solito rap snello, sarà una sfilata di brani con pochi contenuti e poche novità.
Anche l’electro-rap è ormai un’abitudine (“Amnesia”; “Il rap nel mio paese”; “Dio c’è”), i giochi meta e gli sfoggi da veterano sono già stati esplorati su Guerra e pace (“Lamborghini/ Rime sul beat”; “A casa”; “Dexter” con Nitro e Salmo) e le nuove hit non hanno la capacità di bucare (“Come Vasco”, neanche un disco d’oro). Le provocazioni non urticano, le numerose collaborazioni non aggiungono molto, i commenti sulla scena e la società girano quasi sempre a vuoto. Da segnalare qualche vicinanza con una trap che, in Italia, sta ancora germogliando (“Trainspotting”). Davvero troppo poco per un peso massimo come lui, un’impressione che neanche il documento dal vivo Squallor Live (2015) dissipa.

Di nuovo nel mainstream: Fenomeno, le nuove hit e le innumerevoli collaborazioni

Il nono album è anticipato dall’omonimo singolo, “Fenomeno”, pubblicato a marzo 2017, ispirato in parte a un brano che risale addirittura al 2003, “La cosa più facile” degli Uomini di Mare. Destinato al doppio platino, “Fenomeno” è prodotto dal duo di produttori laureato in hit Takagi & Ketra, capace di unire un beat abbastanza tradizionale con un ritornello che entra subito in testa:

Fallo anche tu, eccome no
Si guadagna di più, è comodo
Qui nessuno diventa autonomo
Senza fare un po' il fenomeno
Tutti vogliono un fenomeno
Tutti vogliono un fenomeno
Ma se poi diventi un fenomeno
Cadi a terra in questo domino

Fenomeno, l’album, arriva ad aprile del 2017, in un periodo in cui l’hip-hop italiano ottiene sempre maggiori attenzioni. Le nuove leve, cresciute negli anni Zero e Dieci, vedono Fabri Fibra come un’istituzione, lui che è stato, a suo tempo, un rivoluzionario della scena. Il rapper di Senigallia sceglie di raccontare i meccanismi di un nuovo tipo di celebrità (“Red Carpet”), facendo pesare la sua esperienza e la saggezza arrivata con gli anni (“Money For Dope 2017”, su un beat malinconico di Bassi Maestro).
Ammicca al sound della west-coast (“Cronico”) e alla trap (“Dipinto di blu” con l’emergente Laïoung; “Le vacanze”, prodotta da Don Joe e il giovane Yung Snapp) ma quando con “Nessun aiuto” risveglia lo stile ansiogeno e disagevole di un tempo, pur aggiornato, colpisce ancora allo stomaco raccontando gli attriti con il fratello e la madre:

Mille paure che affronto, mille viaggi, mille fisse
Mia madre dice a Nesli: "Distruggilo nelle interviste
Così vedranno che, se lo insulti, quello non reagisce

In questa giostra di stili, non sempre coerente e delle volte un po’ pretestuosa, troviamo anche due singoli di grande successo, molto diversi e, per motivi diversi, rilevanti: il quadruplo platino “Pamplona”, insieme ai Thegiornalisti, ad abbracciare un it-pop che è protagonista delle classifiche del periodo e che è il Fabri Fibra più ruffiano e pop di sempre; il triplo platino “Stavo pensando a te”, una produzione nostalgica di Big Fish che permette al rapper di scrivere un brano d’amore che è un instant classic del mainstream più trasversale e intergenerazionale.

Fenomeno fotografa una carriera che sta diventando sempre più legata a hit, proprie o altrui, che mettono Fabri Fibra in contatto sia con il pop sia con il nuovo hip-hop. Questa carriera parallela, legata anche a un nuovo modo di intendere la celebrità in campo musicale, fatta di aggregazione di fanbase diverse per aumentare i numeri dello streaming e la portata dei post sui vari social network, si può far iniziare con “Festa festa” dei Crookers, brano a cui Fabri Fibra partecipa già nel 2010, e prosegue con ospitate in brani di Emis Killa (“Dietro front”, 2012) ma anche di Tiromancino (“L’inquietudine di esistere”, 2011) e Luca Carboni (“Fisico & politico”, 2013). Dopo che il nuovo hip-hop italiano esplode, lui è chiamato, all’ospitata da, tra gli altri, Lazza, Carl Brave, Mecna, Clementino, Nitro, MadMan, Gemitaiz, Mondo Marcio, Metal Carter, Bassi Maestro, Izi, Maruego, Dardust, Charlie Charles, Claver Gold, Salmo, Nerone, Madame, Grido, Ernia, Sottotono, ma anche da Francesca Michielin e i Negramaro. In alcuni casi, sembra un tributo a chi è percepito come un maestro, in altri è un’alleanza tra pezzi grossi del rap e in altri ancora un ponte verso un mondo sonoro diverso, adatto anche a suonare più contemporanei.
Questo presenzialismo coincide con una fase della carriera che guarda spesso al passato e al consolidamento della propria posizione nella scena, come testimoniato anche dalla raccolta Il tempo vola 2002-2020 (2019).

Prima e dopo il Caos: un rapper e cento rapper

Nel 2022 Fabri Fibra pubblica il suo decimo album, Caos, un disco fieramente e dichiaratamente vecchia scuola, di quelli che vanno ascoltati dall’inizio alla fine. Vera e propria girandola di collaborazioni, la prima parte di “Caos” è smargiassa e altamente radiofonica. Fibra è in gran forma e mette alla berlina una lunga serie di innominati, perché non meritano nemmeno menzione, aspiranti hit-maker e parassiti (nell’urbana “GoodFellas”, con Rose Villain), il ridicolo marcio della società italiana (tra i luccicanti synth europop di “Stelle”, con Maurizio Carucci) e un po’ chiunque gli capiti a tiro, compreso se stesso (“Brutto figlio di”).
Accompagnato da un simpaticissimo video che vede Fabri Fibra agghindato come un impiegato e Colapesce e Dimartino come due funzionari del catasto, “Propaganda” è certamente il pezzo forte della prima metà della scaletta, con il rapper a rimare sornione sulla comunicazione politica italiana (specialmente quella di felpa vestita) e i due ospiti perfettamente a loro agio in un ritornello armonizzato come solo loro sanno fare. Travolgente, ma più retrò, anche il ritornello affidato al vecchio amico Neffa in “Giostra”; in “Caos” è invece la volta di Madame, al solito perfetta tra atmosfere cloud rap e più sintetiche, mentre il ritornello sofferto è gestito da Lazza.
Dopo “Fumo erba”, “Demo nello stereo” e “El Diablo”, tutte invero un po’ sottotono e un filo scontate, “Amici o nemici” inaugura la parte più cupa e riflessiva del disco, il cui apice è certamente “Cocaine”. Qui, in compagnia di Guè e Salmo, Fibra si adombra affrontando la piaga della cancel culture e delle esagerazioni distorsive del politically correct. Altro passaggio fondamentale è “Noia”, dove con Marracash esplora la propria oscurità interiore.

Fabri Fibra, a 23 anni dall'esordio e con un ruolo centrale nell'evoluzione del genere in Italia, non deve più dimostrare nulla. Al primo lavoro con Sony, dopo tre lustri con Universal, scrive un decimo album che non segue i trend. Lo fa sfruttando le sue notevoli doti metriche, indossando le tante maschere del passato, ma con grande consapevolezza e un pizzico di autoironia.
Rispetto agli altri rapper italiani, anche di lunga esperienza, Fabri Fibra ha dimostrato nel corso di una lunga carriera di poter vestire i panni dell’innovatore dirompente e dell’autore di hit, dell’artista che ospita big e nuove leve ma che si presta anche a tantissime collaborazioni, del rapper che scandalizza ma che sa anche commuovere. A differenza di tanti altri colleghi, ha trovato un linguaggio multiforme, che include, a seconda dei momenti, pubblici molto diversi: esperti di rap italiano che ancora lo ringraziano per Turbe Giovanili e Mr. Simpatia o addirittura chi ricorda Sindrome di fine millennio; amanti del sound electro-house che ne ricordano l’influenza sul mainstream degli anni Dieci; ascoltatori più giovani che guardano a lui come un’istituzione ancora legata al presente, più un veterano che un dinosauro.
All’inizio del nuovo millennio era frequente chiedersi come potessero invecchiare i rapper emersi negli anni Ottanta e Novanta, artisti spesso senza compromessi e con un’immagine controversa. A questa domanda la storia dell’hip-hop ha risposto in tanti modi diversi: carriere semplicemente interrotte, lenti e inesorabili declini, qualche miracolosa rinascita e, più raramente, una seconda parte della carriera che, senza rinnegare il passato, evolve e si contamina. Fabri Fibra, che a inizio millennio era ancora una promessa, ha trovato il modo di invecchiare facendo il rapper, ampliando il suo linguaggio abbastanza da rimanere, anche ora che si avvia verso i cinquant’anni, uno dei più importanti rapper italiani.

Contributi di Michele Corrado ("Caos")

Fabri Fibra

Discografia

Rapimento del vulpla (con i Qustodi del tempo, Tritona trama, 1997)
Sindrome di fine millennio(con gli Uomini di mare, Teste mobili, 1999)
Dinamite mixtape(con Teste mobili, Vibrarecordas, 2000)
Turbe giovanili(Vibrarecords, 2002)
Mr. Simpatia(Vibrarecords, 2004)
Tradimento (Universal, 2006)
Bugiardo(Universal, 2007)
Chi vuole essere Fabri Fibra?(Universal, 2009)
Quorum (mixtape, Tempi duri, 2010)
Controcultura (Universal, 2010)
Venerdì 17(mixtape,Tempi duri,2011)
Rima dopo rima(mixtape, Tempi duri, 2013)
Guerra e pace(Universal, 2013)
Squallor (Universal, 2015)
Squallor Live(live, Universal, 2015)
Fenomeno(Universal, 2017)
Il tempo vola 2002-2020(compilation, Island, 2019)
Caos(Epic, 2022)
Pietra miliare
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