Dargen D'Amico

Bir Tawil

2020 (Giada Mesi) | experimental-hip-hop, abstract-hip-hop

Tutte queste brutte canzoni in paradiso come ci sono entrate?

Il grande irregolare del nostro rap è Jacopo “Dargen” D’Amico, uno di quelli che l’hip-hop in Italia lo ha (ri)fondato attraverso il proprio contributo ai seminali Sacre Scuole, di fatto l’anticipazione dei futuri Club Dogo, e soprattutto attraverso una carriera solista unica e sfuggente. Da “Musica senza musicisti” (2006) e la fondazione dell’etichetta indipendente Giada Mesi è cambiato tutto per Dargen e per l’hip-hop nostrano. Lui ha preso una traiettoria tutta personale, anche cantautorale e spesso astratta, nostalgica, malinconica, naive e creativa, mentre la scena nazionale è diventata affollatissima, modaiola e popolarissima. Dopo due collaborazioni, con Isabella Turso nel 2017 e con Emiliano Pepe nel 2019, torna solista col settimo album, questo “Bir Tawil”. Il titolo fa riferimento all’omonima regione fra Sudan ed Egitto, terra amministrativamente ambigua, senza effettivo controllo, che nessuno dei due stati sovrani ha ufficialmente reclamato. Facile leggere in tralice un riferimento al territorio stilistico abitato da Dargen D’Amico.

I 15 brani per 76 minuti sono profondamente personali, visto che non si registrano ospiti e il punto di vista non potrebbe essere più alternativo e sbilenco; c’è anche una canzone che si chiama semplicemente “Jacopo”, di un dadaismo demenziale che solo D’Amico riesce a rendere la tela di un rap. È chiaro sin dall’iniziale “Monte” che il contenitore dell’hip-hop sta stretto all’autore, del quale gli ammiratori ritroveranno la spontaneità, la spiazzante creatività nei testi e negli accostamenti, la giocosità lessicale e l’inarrestabile energia e fantasia.
Passano in rassegna anche le tentazioni più pop di qualche anno fa (“Senza restare da soli”, “La mamma del mio amico”), ma comunque graffiate da una scrittura sempre
abstract (“Due gemelli”, “Abbastanza”) e comunque inserite in una scaletta allucinata (“La danza samba”, “Umanità”), spesso onirica (“Ma non era vero”, “La vocina nella testa”), che trova anche un vertice etnico-futuristico in “Dalla parte della legge”.
In alcuni momenti però si supera del tutto il formato della canzone, verso una libertà che l’autore ha già sperimentato in passato, soprattutto in “Nostalgia istantanea” (2012), e così in “Boulevard Verona” interpreta a modo suo le tendenze danzabili dell’hip-hop, facendone un flusso di coscienza inafferrabile.

Tre brani si stagliano sul resto di un album unico: “Vedova” è un delirio di nove minuti che rilegge la sospensione ultraterrena di “Anima” (2001) di Vladislav Delay secondo uno stile strampalato e pseudo-demenziale; “Internet è un virus” è un esercizio di associazioni mentali, un gioiello del suo modo di scrivere unico e liquido, supportato da destrutturazioni ritmiche; “Non sono più innamorato”, la sintesi in 13 minuti dell’esperienza di “Ondagranda” (2019) ma con la frenesia verbale dei primi due album e una disorientante idea di sviluppo compositivo, che ritorna sull’eterno tema della relazione e dell’emotività.

Mentre l’hip-hop impazza in classifica, spesso accodandosi alla moda trap, Dargen D’Amico torna per proseguire con un album personale e “altro”, che lui rappa, canta, produce e pubblica in prima persona. Proviene da un “altrove” non reclamato da nessuno, ed è semplicemente unico.

(22/01/2021)



  • Tracklist
  1. Monte
  2. Senza restare da soli
  3. Due gemelli
  4. La danza samba
  5. Ma non era vero
  6. Dalla parte della legge
  7. Jacopo
  8. Abbastanza
  9. Boulevard Verona
  10. Umanità
  11. La mamma del mio amico
  12. Non sono più innamorato
  13. La vocina nella testa
  14. Vedova
  15. Internet è un virus


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