Dargen D'Amico

D'iO

2015 (Universal) | rap, songwriter

Dopo aver utilizzato l’azzeccato termine “cantautorap” per autodefinire il proprio genere, il rapper più eclettico d’Italia approfitta del lancio della nuova creazione per rinnegare la propria uscita. La critica ha senso: l’affermazione, per lo più scherzosa, è stata recepita troppo seriamente e ora tutto il rap italiano crede di essere il nuovo cantautorato. Non basta infatti essere un rapper per divenire automaticamente anche un cantautore, ed è ora di rimettere l’ego al suo posto. Peccato, però, perché questa definizione calzava a pennello per ciò che Jacopo D’Amico ha creato in questi anni. Dargen fa certamente rap, ma è ben distante dalle radici hip-hop a cui siamo abituati: il suo stile non è autoreferenziale, le sue liriche sono prive di parolacce, sono più le rime in cui ironizza su se stesso che quelle in cui si autocelebra, non è ricoperto di tatuaggi e non fa dissing. Sembra quasi assurdo che sia stato il leader del gruppo che ha poi dato origine ai Club Dogo: loro non saranno più quelli di “Mi Fist”, ma si avvicinano a quell’idea di fare rap molto più di quanto non lo faccia D’Amico. Una distanza che cresce disco dopo disco e che oggi ha raggiunto l’apice.

Il nuovo album si pone come obiettivo quello di unire i puntini lasciati in sospeso e chiudere un cerchio, quello iniziato con “Musica senza musicisti” e che si conclude appunto con “D’iO” (non “D’Io”, né “D’io"). E ascoltandolo, ci si accorge che effettivamente non poteva esistere titolo più esaustivo per quest’opera che parla dell’io, di Dio e dell’io inteso come dio, come artista, creatore. Anche se l’artista aveva già abituato i suoi ascoltatori a una poetica ricca di riferimenti alla spiritualità, in questo lavoro la quantità di richiami al divino, diretti o indiretti, raggiunge livelli smisurati. Il distacco dal precedente “Vivere aiuta a non morire” è notevole, a partire dal fatto che quest’ultimo era per lo più direzionato verso una dimensione di svago e ascolto leggero. “D’iO”, invece, è rivolto verso l’introspezione, ponendo però sempre molta attenzione alla semplicità. E sta proprio qui il più grande pregio: mai come ora il rapper riesce a esprimere concetti profondi con una linearità invidiabile e senza scadere nel banale. Una seconda differenza evidente è la totale assenza di featuring dopo un lavoro che ne contava quasi uno per canzone, evidenziando il fatto che questo disco è più personale.

Non che manchino inflessione danzerecce o i ritornelli da cantare, è pur sempre un album tendenzialmente pop e basta ascoltare “La Lobby Dei Semafori” o “Amo Milano” per capirlo, ma vi è la sensazione che ora ancor più di prima il centro sia proprio Dargen, che svolga il ruolo di soggetto, di oggetto o sia solo il tramite. E infatti “D’iO” tocca la vetta proprio nelle tracce più intimiste: il viaggio tra cosmo e umanità di “L’universo Non Muore Mai”, le relazioni sociali di “Lunedì Chiuso”, “Io, Quello Che Credo” con l’elencazione delle proprie credenze come miglior presentazione di se stessi - "Io quello che credo è che non siamo niente di più ma anche niente di meno/ e questo mi basta per stare sereno, come quando non c'ero".
Ancora, la splendida “Amico Immaginario”, che rimescola i ricordi d’infanzia in Bovisa di “Di Vizi di Forma Virtù” in un’ambientazione al limite tra il religioso e il neorealismo, e infine la chiusura affidata non a caso a “Essere Non È Da Me”, un dialogo con il quale si confronta sui peccati e sugli errori con la Luna, disegnata in una veste imperfetta, quasi umana: "E poi la Luna “shh” e guarda altrove/ si sente pronta per un nuovo errore/ e appena in tempo montava sul vagone/ in apnea con un panino e un litro di magone".

Il rapper di Milano riesce ancora una volta a creare un cosmo ricco e compatto, e lo fa facendo scivolare sulle metriche concetti con una facilità incantevole. Un Dargen così interessante non si sentiva dai tempi di “Di Vizi Di Forma Virtù” (con tutto il rispetto per le opere che gli sono succedute e precedute), ma “D’iO” non appare complesso come quest’ultimo, una matassa senza bandolo che nasconde letture su letture; al contrario, nella sua profondità risulta chiaro, lampante nelle intenzioni. Un disco che è quindi facilmente approcciabile anche dai più, ma che non si perde nel semplicismo, come aveva un po’ fatto il precedente, e che mette in chiaro ciò che già si sapeva: Dargen D’Amico è una realtà di spicco del nostro panorama musicale e anche se forse non può essere considerato un cantautore in senso stretto, rimane quello che nella scena rap si avvicina di più a esserlo - checché egli ne dica.

(16/03/2015)

  • Tracklist
  1. La Mia Generazione
  2. Amo Milano
  3. La Lobby Dei Semafori
  4. Las Vegas Honey Moon
  5. Crassi
  6. Amico Immaginario
  7. La Mia Donna Dice
  8. Io, Quello Che Credo
  9. Parenti
  10. Lunedì Chiuso
  11. L'Universo Non Muore Mai
  12. Modigliani
  13. Essere Non È Da Me




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