Pino Daniele

Pino Daniele

Un napoletano in blues

di Giuseppe D'Amato

Chitarrista straordinario di impostazione blues, Pino Daniele è stato uno dei musicisti più rivoluzionari dell'intero panorama italiano, capace di rinnovare la tradizionale canzone melodica con l'inserimento di sonorità jazz, funky, rock e blues e un originale miscuglio di inglese e dialetto. Ecco la sua storia, da "Terra mia" (1977) sino alla scomparsa nel 2015
Da San Martino vedi tutta quanta la città
col mondo in tasca e senza dirsi una parola
Un pianoforte, l'oboe, gli archi e un mandolino, un Re maggiore, un alito di vento e una terrazza che affaccia sul mare. Napule è anzitutto una voce. Pino Daniele, per chi lo ha amato, è stato tante cose. L'uomo in blues, il nero a metà e il mascalzone latino, na jurnata 'e sole e quanno chiove, i mille culure della nuova metropoli che sogna l'America e si apre al mondo in dialetto e le mille paure dei quartieri vecchi, il musicante del porto e dei sentimenti, appucundrìa e alleria, malinconia e saudade, il poeta che si fa capopopolo e grida rivoluzione o lo scarrafone timido e riservato, che crede ancora alla cicogna e corre da mamma'. Canzoni di protesta, libertà e malcontento, amore e rabbia, povertà e bellezza, l'inno di una generazione e il suo ultimo appiglio. Per tutti gli altri, invece, semplicemente un autore tra i più innovativi ed eclettici del panorama italiano, capace di attingere dalla tradizione e affrancarla da ogni schema moltiplicandone le possibilità espressive. Nessuno ha saputo legare il proprio nome a quello della città d'origine in un rapporto così stretto, indissolubile, appassionato e biunivoco, Pino Daniele racconta Napoli e le vie di Napoli oggi parlano di Pino Daniele, in una maniera educata e discreta che non è spettacolarizzazione della sua assenza, ma celebrazione di una presenza tangibile, nitida e più che mai viva.

Neapolitan Power & Street Happiness

Pino DanieleNapoli è da sempre una realtà affascinante e terribilmente complicata, per ragioni storiche, economiche e sociali. A inizio anni Settanta la città non si è ancora risvegliata dall'incubo del colera che è già ostaggio (e dalla parte) della criminalità organizzata, l'imprenditore Corrado Ferlaino ha appena rilevato dalla famiglia Lauro una squadra sull'orlo del dissesto finanziario e non può permettersi grandi investimenti, in compenso il tandem d'attacco Sormani-Altafini ogni domenica fa il pienone al San Paolo regalando alla classe lavoratrice disillusa novanta minuti di fuga da una quotidianità problematica, che di giorno lega le proprie speranze alle vicende alterne degli stabilimenti Fiat di Pomigliano d'Arco e di notte si trincera in silenzi ai confini della legalità.
Nell'arte sono anni di transizione e riassetto, nascono le radio libere (Radio Napoli City è del 1975) ed emergono generi che introducono gradatamente il moderno nel tessuto classico, rivitalizzando un patrimonio da tempo in ristagno. Fondamentale in tal senso l'apporto di Roberto De Simone, che alla guida della Nuova Compagnia di Canto Popolare si prodiga in una ricerca filologica certosina alle radici del folklore campano e lo tira fuori dalle secche della Palèpoli, gettando l'humus per una forma inedita a metà tra canzone e teatro erudito. Tra le fila della NCCP milita un giovanissimo Eugenio Bennato, che nel 1978 sviluppa il progetto quasi-gemello Musicanova con l'obiettivo di enfatizzare il repertorio meridionale tramite koinè di culture e apertura mentale al diverso, di contro gli Zezi (operai fuoriusciti dalle fabbriche dell'Alfa Sud) si ergono a paladini delle fasce proletarie meno intellettuali con un combat-folk d'assalto che abbraccia pure il campo delle arti visive.
In classifica si affacciano in sequenza Alan Sorrenti, di madre gallese, che debutta nel progressive ("Aria" è del '72) per poi passare alla disco music, l'uomo del tamburo Tony Esposito (l'esordio "Rosso Napoletano" coniuga ritmi tribali a suite esoteriche), il rocker scomodo e ribelle Edoardo Bennato (fratello maggiore di Eugenio) che scrive canzonette anni 50/60 e parla il linguaggio delle favole (il concept "Burattino senza fili" allegorizza "Le avventure di Pinocchio") e gli Squallor, che puntano invece su un turpiloquio goliardico e demenziale. Enzo Gragnaniello fonda i Banchi Nuovi applicando modalità canore che emulano Otis Redding e Tom Waits e fanno di lui un pioniere del nero d'oltreoceano al pari di Edoardo De Crescenzo, mentre Massimo Ranieri preferisce una veste sobria sempre d'attualità confermandosi interprete per eccellenza di brani leggeri, sia originali che tradizionali (il tutto valorizzato dall'encomiabile opera divulgativa di Renzo Arbore e della sua Orchestra).

Questa fase premonitrice annuncia l'eruzione del vulcano Naples-Power, che giorno dopo giorno scuote il paese con epicentro da individuarsi nell'etno-lounge senza frontiere di Peppe Barra ed Enzo Avitabile: il magma evolutivo si nutre di tammuriata e commistioni mediterranee rinfocolate ad hoc da elementi esterni alla cultura indigena, così da aprire il varco a una visione world più ampia di cui si fa leader il virtuoso sassofonista James Senese, napoletano di nascita e afroamericano d'origine che nel 1975 fonda il più importante gruppo jazz-funk italiano, Napoli Centrale, e cala un tris d'assi ("Napoli Centrale", "Mattanza", "Qualcosa ca nu' mmore") imprescindibile per lo sviluppo del movimento, all'interno del quale si inserisce alla perfezione l'allora sconosciuto Pino Daniele.

Vico Foglie, scuole, rane e topi
La scuola non finisce mai a scuola, il mondo è pieno di gente che non sa e i libri più veri e istruttivi sono quelli scritti senza inchiostro, nel freddo dei vicoli o nel caldo cocente delle piazze senz'ombra.
(Pino Daniele)

Pino DanieleGiuseppe Daniele nasce il 19 marzo 1955 in vico Foglie numero 20 a Santa Chiara (oggi via Francesco Saverio Gargiulo) in un vascio al pianterreno, tipica abitazione meridionale con accesso su strada. Primogenito di sei figli, quattro maschi e due femmine, la mamma è casalinga, il papà invece un lavoratore portuale precario, di condizioni talmente modeste che non può comperargli neppure la foto scolastica annuale. Così per facilitare le cose Pinotto (come lo chiamano affettuosamente i più intimi per via della mole) quando compie cinque anni se ne va a stare, non senza un pizzico di nostalgia, a piazza Santa Maria La Nova dalle "zie" acquisite Lina e Bianca (due signore benestanti presso le quali sua madre si adoperava saltuariamente come donna delle pulizie) che possono garantirgli una sistemazione almeno decorosa in una casa al terzo piano dove con loro vive anche Ennio Nicolucci, suo futuro road manager. "Non dimenticherò mai vico Foglie, i nonni e la bottega del salumiere lì di fronte, ma piazza Santa Maria La Nova, la chiesa e i vicoli tra la Posta e l'Istituto Orientale divennero il vero scenario della mia infanzia, divisa tra quaderni e marciapiedi, circolo Canottieri e partite di pallone", ricorderà nella sua autobiografia il bluesman in erba, che proprio in quella casa, seduto su un divano, abbozza "Napule è", inizio di una straordinaria avventura in musica grazie alla quale più avanti riuscirà a comprare l'appartamento per regalarlo alla famiglia.

Prima, però, c'è da completare l'usuale trafila accademica cominciata in via Carrozzieri alla Guglielmo Oberdan, dove si ritrova in classe uno scapestrato di vico Cerriglio, il più stretto di Napoli, tale Enzo Gragnaniello che non può dirsi esattamente il secchione di turno dato che viene bocciato per quattro volte in quarta elementare, ma ha anch'egli innanzi a sé un avvenire nella canzone (restano amici fraterni e avranno più volte modo di collaborare insieme). Alle medie frequenta a Piazza del Gesù la Ugo Foscolo, dove si distingue per educazione e buona condotta, le superiori invece le porta a termine controvoglia al tecnico-commerciale Armando Diaz, più per compiacere i genitori che lo volevano ragioniere che non per ambizione propria, tant'è che non andrà mai a ritirare il diploma (custodito ancora gelosamente negli archivi dell'Istituto in via dei Tribunali 370, nel cuore della città).
A Pino difatti piace o' blues e avrebbe preferito iscriversi direttamente al Conservatorio duecento metri più in là, nella Chiesa di San Pietro a Majella, sede dal 1826 di una delle più prestigiose scuole di musica in Italia, ma le possibilità economiche sono davvero risicate per cui è costretto ad arrangiarsi con una chitarra elettrica Eko X27 nero cromata, che strimpella sugli scalini da autodidatta sino a quando con i primi risparmi non riesce a pagarsi un maestro e una Gibson Diavoletto rossa, adocchiata tra le vetrine dei negozi lungo la salitella per San Sebastiano.

Quando può si esibisce alle feste di quartiere, per rincorrere una passione sbocciata a dodici anni in piena Beat generation, complice il condomino Salvatore Battaglia che gli contagia Django Reinhardt, Beatles ed Elvis Presley, ma la prima volta è un disastro: "Non mi è mai piaciuto avere gli occhi addosso e presi una stecca imbarazzante, mi tornò utile a capire che essere al centro dell'attenzione comporta grossi sacrifici", ammetterà più in là facendo tesoro dell'episodio. Dopo la serata storta decide di fondare i New Jet assieme a Gino Giglio, altro ex-compagno di classe col quale si propone a matrimoni ed eventi di piazza, ma è col successivo gruppo Batracomiomachia che concretizza sortite di un qualche valore: Paolo Raffone al piano, Gianni Battelli al violino, Rino Zurzolo al contrabbasso, Enzo Avitabile a sax e flauto, Rosario Jermano alla batteria ed Enzo Ciervo alla voce, tutti personaggi di caratura che gli cambieranno in qualche modo la vita, supportandolo sotto diverse spoglie, chi più chi meno, praticamente sino al Duemila.
Si fanno le ossa curando un paio di spettacoli di danza e mimo, con cui si ingraziano gli addetti ai lavori e Antonello Venditti che li chiama ad aprire una sua serata ad Arzano. Lo spazio prove lo mette a disposizione Ciervo, una piccola grotta di tufo alla Sanità in vico Fontanelle dove possono sbizzarrirsi in santa pace senza infastidire il vicinato e teatro in quegli anni di ricche jam session con gli astri nascenti Bennato, Osanna, Bob Fix e Corrado Rustici. "Batracomiomachia lo scelse Gianni Battelli", spiega il collega di lunga data Enzo Avitabile, "e a noi piaceva molto poiché sapeva di stregoneria e mito, anche se di guerre tra topi e rane o di Omero francamente ci intendevamo poco. Alternavamo repertorio nostro e improvvisazioni a due voci, di solito io e Pinotto ci sostituivamo a Enzo, che acquisì una certa fama come Geremia Blue. Spesso ci radunavamo pure a casa Jermano con Dorina Giangrande, una brava corista che poi diventò moglie di Pino, Rosario era importantissimo per le registrazioni su Rovex e la lucidità critica".

Senese, che calore, gli esordi, Terra mia

Pino Daniele - James SeneseTerminato il rodaggio, finalmente nel 1975 gli viene offerta una chance per così dire "ufficiale" da Mario Musella, braccio destro di James Senese negli Showmen (embrione in fieri pre-Napoli Centrale), purtroppo però non va come auspicato dato che Pino non sa leggere spartiti e può affidarsi solo all'orecchio, tuttavia il produttore Tony Mimms lo rincuora incitandolo a non perdersi d'animo (il materiale verrà riesumato nel 2012 in un Lp postumo di Musella intitolato "Arrivederci").
Il battesimo discografico è rimandato allora di qualche mese, quando Jenny Sorrenti (sorella del più famoso Alan) lo vuole nel suo album di debutto "Suspiro", realizzato a Roma agli studi Chantalain di Bobby Solo (che li ha allestiti fondendo i nomi dei figli Chantal e Alain). Jenny è reduce da un'opaca gavetta col trio acid-folk Saint Just, e per il decollo solista sceglie di affidarsi a musicisti navigati come Lucio Fabbri della Pfm, Peter Kaukonen (fratello di Jorma dei Jefferson Airplane) e appunto Pino Daniele, di cui adesso in giro si fa un gran bel parlare. Nell'occasione pure Bobby Solo rimane impressionato dall'abilità del giovane e decide di portarlo con sé in tour ad Anversa, dove si fermano dodici giorni ad aprire i concerti di Fats Domino. Al ritorno dalla trasferta in Belgio c'è ad attenderlo Gianni Nazzaro che lo ingaggia ai cori su "Mo me ne vado" (contenuta ne "Le due facce di Gianni Nazzaro").

Insomma, pian piano la situazione pare sbloccarsi e Pinotto acquista fiducia e autostima, tanto che nel 1976 prende in mano la cornetta e telefona nientemeno che all'idolo James Senese. "Sono Daniele Giuseppe, ho ascoltato i Napoli Centrale, voglio suona' con voi". Ma il gruppo è al completo, il sassofonista però lo invita a casa per incontrarlo di persona e quando lo vede lo prende subito a cuore: quel cicciottello tuttofare con la faccia da indiano e il torace da buttafuori gli piace, così gli ritaglia un ruolo da bassista nei concerti. Nel pubblico c'è un po' di diffidenza poiché Pino è l'intruso, qualcuno gli urla: "Impara a parlare!", lui la prende con ironia: "Nun fa niente parla', l'importante è sape' sona'". James lo affianca e lo sprona, e i risultati si vedono: è un momento cruciale, in quel formidabile ensemble fa la conoscenza di strumentisti di primissimo piano che daranno un'impronta decisiva alla sua maturazione. "Il pianeta Senese è una galassia a parte, il suo modo di operare rispecchia il talento e la creatività che ha sempre cercato di trasmettere agli altri e il suo sax porta le cicatrici di una vita vissuta a Napoli. Tra noi c'era un continuo dialogo fatto di sguardi ed energie, ciò che si chiama feeling", lo ringrazierà più tardi Pino Daniele, ora stuzzicato dall'idea di mettersi in proprio su consiglio dell'amico ex-progettista aeronautico Rosario Jermano, che lo spinge ad adottare uno slang gradito alle fasce medio-basse per dar sfogo alla rivoluzione socio-culturale in atto nei rioni.

La chiave è sovrapporre blues a tradizione, smania e audacia, così comincia a scrivere assiduamente sigle per la radio, frammenti e testi personali: in breve "O' posteggiatore", "O' padrone", "Ca calore" e "Fortunato" finiscono su un nastro Agfa C60 che Claudio Poggi, giornalista/talent-scout per il settimanale Super Sound, consegna al direttore della Emi Bruno Tibaldi, ottenendo in cambio apprezzamenti e soprattutto un contratto che Pino si precipita a firmare negli uffici romani dell'etichetta a bordo di una Fiat 500 bianca, dopo aver stracciato in fretta e furia la lettera di convocazione dell'Alitalia in risposta a una domanda d'impiego come assistente di bordo. Volerà in classifica, le speranze difatti vengono ripagate a metà anno (15 giugno 1976) dal 45 giri "Ca calore/Fortunato", realizzato nella Capitale allo Studio Quattro Uno di Claudio Mattone in via Nomentana 1111, in quel momento probabilmente il meglio equipaggiato in Italia.

Già dai primi vagiti si evince che sta nascendo qualcosa di importante, Pino ascolta Cream, Led Zeppelin, King Crimson e Miles Davis, inoltre padroneggia madrigalismo, Murolo e Libero Bovio per non rimanere soffocato in uno stereotipo: l'album d'esordio Terra Miadell'aprile 1977 è già il suo capolavoro, oltretutto ad accompagnarlo c'è un nugolo di musicisti estremamente competitivo, ne è riprova la scrupolosità degli arrangiamenti malgrado la Emi avesse messo a disposizione un budget risicato. Al contrabbasso ancora Zurzolo, ai fiati Avitabile e alle percussioni il fido Jermano (tutti reduci della stagione Batracomiomachia), in più si aggiungono alle tastiere il polistrumentista Enzo Vitolo, Piero Montanari al basso e Luca Vignali all'oboe, mentre Poggi si reinventa produttore esecutivo: "Napule è" non è un'apertura qualsiasi ma un monumento, con targa alla città e alla gente abbandonate a disordine, caos e indifferenza.
Napule è mille culure
Napule è mille paure
Napule è a voce de' criature
che saglie chianu chianu
e tu sai ca' nun si sulo

Napule è nu sole amaro
Napule è addore 'e mare
Napule è na carta sporca
e nisciuno se ne importa
e ognuno aspetta a sciorta
Una chiara ammissione di impotenza in versi, che non vuol esser vittimismo né autocommiserazione, solo una preghiera inascoltata e una richiesta d'aiuto nella speranza di uscirne fuori, simboleggiata dalla voce de' ccriaturi e ancor più da quella zolletta di terra offerta in dono dal piccolo Salvatore Daniele, fratello minore ritratto in copertina. Diviene immediatamente il suo manifesto, paradossalmente, però, è l'unico brano in scaletta non curato da Pino Daniele bensì da Antonio Sinagra, maestro d'archi e orchestrazione (oggi docente al Conservatorio di Avellino) che ne ripercorre così la genesi: "Quando venne nel mio appartamento a farmi ascoltare il provino, compresi subito un dato decisivo, e cioè che Pino voleva allontanarsi dai canoni. La canzone napoletana classica, figlia del melodramma, ha affinità con la chanson français o semmai con la moresca, lui invece mirava altrove, aveva costruito questa sorta di filastrocca senza inciso, con struttura nuda, e desiderava un'introduzione adeguata, perciò scelsi otto misure per oboe e mandolino: l'oboe emette un suono che riporta al Medio Oriente e mantiene qualcosa di antico, il mandolino contrasta con la vocalità afona non urlata".
Come inevitabile in questi casi, nel corso degli anni "Napule è" è stata abusata, snaturata e persino violentata, l'abbiamo ascoltata milioni di volte ma non oseremmo mai dire "sino alla nausea" perché possiede, va sottolineato, una melodia davvero bella, che restituisce lo stesso incanto delle onde del mare, simili in apparenza ma mai perfettamente uguali una all'altra, ricreate qui magnificamente da una vibrante sezione di archi aggiunta da Sinagra in un secondo momento insieme ai fiati. Da consegnare all'immortalità. Non è però l'unico punto forte di un album, Terra Mia, che mette subito a fuoco le coordinate di un modus anticonvenzionale e non allineato: dietro sketch sarcastici e divertenti si celano difatti denuncia sociale, sagome e psicodrammi tipici di una napoletanità consumata in prima persona. "La mia funzione è raccontare delle storie, e quando scrivo sono autobiografico, parlo di ciò che mi appartiene e che è nelle mie radici, non riesco a raccontare storie di altri. Secondo me, un'emozione è l'unica cosa che vale la pena comunicare, qualunque ne sia il prezzo". Per questo decide di dedicare "Fortunato" a un venditore di taralli realmente esistito, che passava col carretto tra le file di panni stesi gridando per attirare l'attenzione delle donne ai balconi.
Furtunatu tena 'a rrobba bella e pe' chesto addà alluccà
è na vita ca pazzeja p'e vie e chesta città
saluta e femmene 'ncoppa 'e barcune
viecchie, giuvene e guagliune
ce sta chi dice che è l'anima 'e chesta città
Arma utilizzata, un dialetto crudo e verace, e pazienza se non lo capiranno in molti (nella prima stesura l'album vende appena 5.000 copie), in fin dei conti l'obiettivo è infiltrarsi nel volgo e dare una strigliata alla gente comune tenuta all'oscuro di losche manovre, che si parli di brogli e speculazione edilizia celati in un'innocua "Tazzulella 'e cafè" ("S'aizano e' palazze/ fano cose 'e pazze/e invece 'e ce aiutà ci abbuffano 'e cafè"), di destini colpevolmente rimessi al volere altrui ("A verità è che simmo scieme o poco buone") o peggio ancora bruciati nelle ricevitorie del lotto (la scurrile "Ce sta chi ce penza", "a gente scrive e nummarielle/ ce vo' l'aiuto d'à Maronna/mentre nui jettamm 'o sang'/ma a fernìmm cù ssa storia"), o dell' omertà di fronte a un guaglione sorpreso a rubare (il blues sincopato "Maronna mia", "ce faccio o' mazzo tanto!").
Missione compiuta, anche grazie alla lungimirante trasmissione radiofonica "Alto Gradimento" di Arbore, Boncompagni, Bracardi e Marenco che furono tra i primi a sospingere nell'etere brani solari e spensierati ("O' padrone" e "Libertà" riecheggiano Bob Dylan e Rino Gaetano, "Che calore" italianizza il titolo del suo primissimo singolo "Ca calore") e altri più afflitti e depressi (il sonetto fatalista "Chi po' dicere", lo struggente melò sulla solitudine "Cammina cammina" e soprattutto la poetica title track "Terra Mia", dolce-amara missiva alla patria seconda per trasporto emotivo solo a "Napule è").
L'ammaliante canto femmineo di Donatella Brighel in "Saglie saglie" e nella sceneggiatina "Suonno d'ajere" (protagonista la maschera di Pulcinella) chiude un esordio che cambia le regole e svecchia il costume, come tra fine Ottocento e inizio Novecento avevano saputo fare "O' sole mio", "O' surdato nnammurato", "A luntananza" o "Torna a Surriento".

Terra Mia inaugura inoltre un genere peculiare definito dallo stesso Pino Daniele taramblù o tarumbò, sorta di crasi nelle parole e nei fatti tra tarantella e blues, che rappresentano le due maggiori entità culturali d'appartenenza dell'autore, il cui smisurato potenziale d'uso nel 1978 si estende al cinema ("Tira 'a carretta" entra nella colonna sonora del film "La mazzetta" di Segio Corbucci, si tratta di un comico-poliziesco ambientato per le vie di Napoli con Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Marisa Laurito). Nello stesso anno si presta al basso (dietro lo pseudonimo Ngtù Mabuto) in "O' nemico mio" dei Napoli Centrale (Lp "Qualcosa ca nu mmore"), quindi firma testo e musiche per "Dimane" del collega Peppino Di Capri.

1979 - Oggi voglio parlare...

Pino DanieleIl momento è fertile, Pino vuole "scrivere come Luigi Tenco" così rischia e osa con timbrica originale: l'eponimo Pino Daniele del 1979 rappresenta una svolta, visto che riparte da campanilismo marcato ma rispetto al precedente Lp amplia gli orizzonti territoriali per schiudersi a sonorità di respiro internazionale, sfruttando le competenze acquisite nei Napoli Centrale (blues/rock, Miles Davis e Weather Report). Su queste premesse nascono brani di altissimo livello tecnico, pregni, riottosi ma allo stesso tempo maturi ed equilibrati. È un periodo storico in cui certo cantautorato politicamente impegnato accentra il proprio sforzo eversivo sui testi (Pierangelo Bertoli/ "A muso duro", De Gregori/ "Viva l'Italia", Gaber/ "Polli d'allevamento", Rino Gaetano/ "Nuntereggae più" e Guccini/ "Amerigo"), al contrario il Nostro racconta soggetti umili con attenzione morbosa agli arrangiamenti, la parola deve in tal caso limitarsi a suonare, qualunque accezione si voglia dare al termine: la pronuncia diviene parte integrante della musicalità del brano, come teorizzato nei canti antichi dal Cinquecento all' Ottocento.
Piatto forte è la celeberrima "Je so' pazzo", pubblicata come singolo nel mese di maggio: trae spunto dall'ultimo discorso pubblico di Masaniello, che nel luglio 1647 guidò l'insurrezione popolare contro l'aumento della tassa sulla frutta, poi ritirata dal governo spagnolo dopo giorni di tumulti. A seguito degli accordi presi, venne invitato a corte dai regnanti, a questo punto però la folla si aizzò contro di lui accusandolo di connivenza col potere e di esser diventato pazzo, per poi imprigionarlo e giustiziarlo con cinque colpi d'archibugio, salvo rimpiangerne la morte quando le vessazioni in città tornarono a inasprirsi. La vicenda è emblematica di impeto, contraddizioni, generosità e ignoranza che l'io narrante del brano vuole riscattare in tempi e contesti mutati, con rime corrosive che rivendicano la propria libertà di protesta senza giri di parole ("Nella vita voglio vivere almeno un giorno da leone"), giacché a differenza dell'originale seicentesco il Masaniello nero escogitato da Pino Daniele si dichiara mentalmente instabile e dunque non perseguibile dalle autorità ("E lo Stato questa volta non mi deve condannare"). Nero perché "la faccia nera l'ho dipinta per essere notato", ma è chiaro il riferimento a un nuovo stile blues dalle ritmiche dirompenti, sostenuto da un riffd'armonica da delta del Mississippi, la sfida vera però è aggirare la censura e portare in televisione o alla radio quel versetto proibito che per i fan è parola del Signore:
Masaniello è cresciut, Masaniello è turnat
jè so' pazzo, nun ci scassate o' cazzo!
Giacca di jeans e cappellino di paglia in testa, il ventiquattrenne presenta la canzone al Festivalbar e riscuote immediatamente enorme successo, le reti nazionali invece (ad esempio, Domenica In) sono costrette a sfumarne l'epilogo. Ad ogni modo, "Je so' pazzo" non è che una di dodici gemme parimenti luminose incastonate nell'immaginario ciascuna per una ragione diversa, difficile scegliere tra "Je sto vicino a te", resoconto di un sentimento puro a protezione dal mondo sporco, il vivace samba "Chillo è nu buono guaglione" (sfata il tabù della transessualità elencando i sacrifici di un ragazzo che mette da parte i soldi per l'operazione nel sogno di poter condurre una vita normale: "E mi chiamerò Teresa/ scenderò a far la spesa/ me facce crescere 'e capille/ e me metto 'e tacchi a spillo"), la suggestiva invocazione acustica di un minuto e mezzo "Viento" o la morbida "Ninnanàninnanoè" alla figlioletta Cristina (appena avuta da Dorina Giangrande, divenuta sua moglie ai tempi di Terra Mia e corista anche su quest'album).
Di comune accordo col produttore romagnolo Willy David, viene ancora bandito l'italiano a favore del dialetto, che per ciascuno di noi è l'idioma delle pulsazioni, del subconscio e della propria storia familiare, malgrado ciò i testi affrontano tematiche non necessariamente correlate a Napoli ma più esistenzialiste, legate da quel sottile filo di malinconia tipico di chi vive in prossimità del mare: questo è un elemento onnipresente nell'epos di Daniele, che nella meravigliosa "Chi tene o' mare" giunge all'amara conclusione "chi tene o' mare, o ssaje, nun tene niente" (le acque come risorsa da ammirare ma che non si può possedere, indimenticabile l'assolo di Senese che illumina col sax pure l'intermezzo radioso "Na jurnata 'e sole", di opposte indole e joye de vivre).
La ballata tradizionale "Donna Cuncetta" ("O' tiempo de cerase è già fernuto", alle congas lo statunitense Karl Potter) è la metafora di chi si arrabatta per andare avanti con l'abnegazione e la saggezza di un'anziana donna del Sud, ritenuta erroneamente da alcuni essere la nonna del cantante: in realtà qui si fa riferimento al vero e proprio culto di un teschio - altrimenti noto come "capa che suda" - custodito al cimitero delle Fontanelle e chiamato Donna Concetta, a ricordo della prima devota che lo accarezzò per chiedere una grazia (ancora oggi se la mano di chi strofina la reliquia si bagna, significa che la preghiera è stata accolta, la scienza spiega il miracolo con l'umidità del pertugio sotterraneo in cui è posizionata la teca).
Riportano l'umore in superficie la sgangherata "Il mare" e lo sfizietto BB King-iano sull'arte di arrangiarsi "Ue' man!" (in divertente argot anglo-napoletano, "Ca tutte quante amm'a campà/ nu poco 'è dollars to me"). In chiusura l'impulsiva "E cerca 'e me capi'", che crede ancora nel futuro e va alla Rivoluzione c'o cazone rutt (coi pantaloni strappati), e la rasserenante "Putesse essere allero", cheto compendio da manuale della felicità ("Potrei essere felice con uno spinello in bocca, con le mani in tasca, con mia figlia in braccio...", delizioso il vibrafono di Rosario Jermano).
In copertina un curioso rompicapo fotografico del visual designer Cesare Monti, quattro scatti simili in ordine di tempo che immortalano Pino Daniele allo specchio del bagno (di un hotel di Milano) intento a farsi la barba: il primo e l'ultimo riportano stesso orario ma pose differenti, a simboleggiare la ciclicità della vita secondo i dettami del Guicciardini, per il quale gli eventi si ripetono ma mai perfettamente identici.

Voglio di più: Nero a metà e Vai Mo'

Pino DanieleGenio, visione, percezione e istinto: il talento di Pino Daniele ha ormai sedotto un paese, e il terzo album Nero a metà (pubblicato il 21 marzo 1980) ne suggella l'avvenuto salto grazie al giusto dosaggio di musicalità americane e rispetto del costume, frasario jazz-rock e melodia nostrana, lingua italiana, inglese e volgare. A scortarlo in quest'impresa ambiziosa alcuni pilastri della scena "Neapolitan" assurti ora a rilevanza nazionale, gli immancabili Senese, Avitabile, Vitolo e Jermano rimpinguati da Gigi De Rienzo e Aldo Mercurio al basso, Tony Cercola e Karl Potter alle percussioni, Agostino Marangolo (ex-Goblin e Perigeo) e Mauro Spina alla batteria e Bruno De Filippi all'armonica. Realizzato ai mitici Stone Castle Studios di Carimate, in provincia di Como (situati all'interno di un castello con attrezzature d'avanguardia che già avevano dato i natali, tra gli altri, a "Com'è profondo il mare" di Lucio Dalla, "Comici cosmetici" di Alberto Camerini e "Un gelato al limon" di Paolo Conte), il disco riparte dalle mescolanze sperimentate nei primi due album, scremate però da folklorismi superflui al fine di aggiornare la lezione di Carosone, che a partire dal secondo dopoguerra aveva foggiato anch'egli una macchietta vincente combinando tarantella e tentazioni esotiche.
In scaletta brani free-form liberi, selvatici, coraggiosi: nel blues minore d'apertura "I Say I' Sto Cca'" ci sono tutta la passionalità e l'ardore fanciullesco di chi vorrebbe migliorare il mondo alla seconda bottiglia di vino ma senza un'idea precisa ("Me sento a guerra, il resto non lo so"), tanto un eventuale piano B poi lo si trova sempre, facile intuire quale: "la musica è tutto quel che ho", questo lo slogan rockettaro di "Musica, musica" che a soli venticinque anni pone già l'estroso partenopeo in scia ai grandissimi, coloro che col solo utilizzo di carta e penna hanno saputo cambiare la realtà circostante determinando gli umori - Bob Dylan, Chico Buarque, John Lennon, Fela Kuti, Joan Baez o Peter Gabriel, per citarne alcuni. Un'insurrezione lirico-ritmica da autentico anno zero, figlia a trecentosessanta gradi della contestazione sessantottina: nessuno aveva ancora saputo accostare con tanta naturalezza realismo e impegno sociale sgombrando l'immenso patrimonio di suoni da retorica formato cartolina. Se vogliamo azzardare paragoni nella nostra penisola, vengono alla mente Fabrizio De André ("Crêuza de mä") e Lucio Dalla, sia pur con tempistiche, prerogative e urgenze diverse. La sensazione, però, è che, cronologicamente parlando, si stia assistendo in musica all'ultima cosa davvero grande accaduta ad oggi in Italia. Tra Napoli e il Bronx, tra la pazzia e il blues, l'autore stravolge il format popolare non per capriccio estetico ma per necessità esecutive: impossibile quantificare il contraccolpo emozionale dell'ode sognante e liberatoria "Quanno chiove", che rielabora l'evento atmosferico come catarsi dell'anima e rinascita a nuova vita; pochi sanno, però, che è ispirata a una prostituta di stanza nello stesso palazzo del cantante, che ne eleva l'appassita routine a bocciolo di sublime poesia.
E te sento quanno scinne 'e scale
'e corza senza guarda'
e te veco tutt'e juorne ca ridenno vaje a fatica'
ma poi nun ridi cchiù
E luntano se ne va, tutta a vita accussi'
e t'astipe pà nun muri'
E aspiette che chiove, l'acqua te 'nfonne e va
tanto l'aria s'adda cagna'
È il capolavoro dell'album insieme ai narcisismi di "A me me piace o' blues", spassosa e in levare, che solleva un dibattito a proposito del pleonasmo "A me mi" e soprattutto del termine "cazzimma" ("Tengo a cazzimma/e faccio tutto quel che mi va/ pecché so' blues e nun voglio cagnà'") presto risolto dall'Accademia della Crusca con l'aiuto dello stesso musicista, che precisa: "Già, a cazzimma... chi non è napoletano e non ha mai avuto modo di sentire questo termine si chiederà giustamente di cosa si tratti. È un neologismo dialettale molto in voga, che designa furbizia accentuata, la pratica costante di attingere acqua per il proprio mulino, in qualunque momento o situazione, magari sfruttando anche i propri amici più intimi o i parenti. È l'attitudine a cercare e trovare, d'istinto, sempre e comunque, il proprio tornaconto, dai grandi affari o business fino alle schermaglie meschine per chi deve pagare il pranzo o il caffè". La canzone ha per unico tornaconto una piazza d'onore nel catalogo del cantante dato che diviene d'immediato una delle sue hit-icona in virtù del corpulento sound di gruppo e il trascinante 'e sona mo'!' del ritornello, che fa il paio con l'irriverente basso pulsante di "A testa in giù", le schitarrate giocose di "Puozze passa' nu guaio" e gli esperimenti in talk-box dell'ironica "Nun me scuccià" (vivi e lascia vivere, tanto muore pure tu"). "Voglio di più" distilla orgoglio e rassegnazione ("Voglio di più di quello che vedi/ vivrò così cercando un senso anche per te"), mentre la tenue ballata per piano e contrabbasso "Alleria" esala un'insopprimibile "voglia d'allucca’" (alzare la voce).
Più distese (ma dalle trame ritmiche affatto scontate) "E so cuntento 'e sta'" ("...cu tte, pecché me faje guardà senza vede'", è l'unica vera canzone d'amore dell'album) e il carezzevole bossanova "Sotto o' sole"; chiude la sibillina rumba del Sud "Appocundria", scolpita tra percussioni e chitarra classica.

Ancor prima di consegnare Pino Daniele al mito (l'album vende 300.000 copie che valgono secondo Rolling Stone il diciassettesimo posto nella classifica dei dischi italiani più belli di sempre), l'epiteto "nero a metà" venne coniato in omaggio al leader degli Showmen Mario Musella, scomparso pochi mesi addietro per complicazioni epatiche e così definito in quanto figlio di madre napoletana e padre statunitense in Italia per via della guerra (una simile accoppiata genitoriale è molto frequente nel periodo e identica a quella di Antonio Campobasso, autore del libro a sfondo antirazzista "Nero di Puglia" da cui l'ispirazione originaria al titolo aveva preso il via). L'insediamento Nato con la susseguente presenza di militari americani d'altronde fa dei localetti attorno al porto un focolaio di nuove tendenze e occasione di scambio, ne beneficiano - oltre agli intrecci amorosi - anche il sound meticcio di Pino il cui sogno dichiarato ora è suonare con Eric Clapton: come vedremo, ci riuscirà più avanti, intanto deve accontentarsi, si fa per dire, di aprire lo storico concerto che Bob Marley tiene a San Siro il 27 giugno 1980, un anno prima della prematura scomparsa per cancro del profeta del reggae.
Durante il warm-up il bluesman scalda una platea di circa 90.000 persone con "Sotto o' Sole", "Uè man!", "Chillo è nu' buono guaglione", "Voglio di più", "Je' so pazzo", "Musica, musica", "A testa in giù", "Quanno chiove" e "A me me piace o' blues" così da rafforzare la propria nomea.

Ma se di solito per ogni artista il terzo album è quello della consacrazione (e Nero a metà non si sottrae certo alla regola), il quarto Vai Mo'del giugno 1981 può considerarsi tecnicamente ancor più raffinato e completo grazie a uno straripante spettro d'influenze, per il quale la definizione "blues metropolitano" spesso appiccicatagli a mo' di etichetta comincia a stare stretta e appare persino riduttiva.
Finalmente ero riuscito a creare una band forte, tutti solisti con un passato di contaminazioni che mi ispirarono a proseguire una ricerca sulla melodia. Quest'album fu molto importante e diede alla mia musica una nuova direzione.
(Pino Daniele a proposito di 'Vai Mo'')
Nasce il cosiddetto "Supergruppo", un'invidiabile formazione da combattimento composta da Rino Zurzolo (basso e contrabbasso), James Senese (sax tenore), Tony Esposito (percussioni), Tullio De Piscopo (batteria) e Joe Amoruso (tastiera e melodica) che affila ulteriori variazioni allo schema così da giungere a uno spartiacque: Vai Mo' non è più somma algebrica di jazz, folk, funk e rhythm, pur collaudata ma ancora di nicchia alle nostre latitudini geografiche e mentali, piuttosto il luogo in cui tutti gli addendi vengono frullati in un impasto unico, fluido e omogeneo. Fiore all'occhiello l'inno da stadio scanzonato e disinibito "Yes, I Know My Way" dove la batteria di De Piscopo dà il La all'incalzare degli altri strumenti, con testo che invece è un'ammiccante dichiarazione d'intenti di chi è sicuro del fatto suo e risoluto nel seguire le proprie convinzioni senza cedere a ricatti commerciali ("tu vaje deritto e i' resto a pere"), lesto anzi quando necessario a "cacciarsi a currea" (la cinta dei pantaloni) a difesa della propria indipendenza.
Unico singolo estratto, "Yes I Know My Way" introduce Pino Daniele al grande pubblico e ne irrobustisce la credibilità: è solo un gustoso antipasto dei groove strafottenti e sincopati che caratterizzeranno la scaletta dell'album, in primis "Ma che te ne fotte", altro invito a fregarsene e reagire alle oppressioni ("Oggi è solo lunedì/ si parla quaccheduno allucca cchiù forte") e "Ma che ho", che rincara la dose a passo spedito con folate di marca Police(l'incipit ricorda la "Canary In A Coalmine" di "Zenyatta Mondatta").
A vita è 'nu muorzo ca nisciuno te fa dà
e picciò stamme a sentì, pierde tiempo a te guardà
("Viento 'e terra")
L'altro pezzo-monstre "Viento 'e terra" scardina con perfetta sincronia di canto e musicalità ogni residuo sedimento dell'animo, perché nessuno regala nulla e bisogna mordere questa vita senza rimpianti, spostando l'accento con convinzione su un'avvolgente fusion di stampo black di cui resterà intrisa tutta la produzione anni Ottanta.
Non mancano le atmosfere soft e malinconiche, evidenti nello swing & soda da sabato italiano "Un giorno che non va" e nella supplichevole "Puorteme a casa mia" ("... addo' chi cade 'nterra se sape aiza'", fiero riferimento alla propria terra dove le cadute sono all'ordine del giorno quanto la foga di rialzarsi), mentre nella morbida "Nun ce sta piacere" l'intro di piano di Joe Amoruso si lascia doppiare dal contrabbasso di Zurzolo, refrain in crescendo con cascata di note a grappolo e assolo delicatissimo di Daniele.
"Notte che se ne va" è una sofisticata rassegna al crepuscolo della varietà umana che abita le ore notturne: c'è chi dorme e chi lavora, chi fa le valigie e chi fuma nell'oscurità sperando passi più in fretta, chi pensa a Dio e "chi se venne 'a vita mia": riaccende la luce Fabio Forte che illumina col trombone pure il divertissement in stile New Orleans "Have You Seen My Shoes".
Da notare infine che sia il lato A che il lato B della versione in vinile si chiudono con due desolati gioielli formato-mini, "Sulo pe' parla'" (un minuto e ventiquattro in ginocchio al confessionale su tappetino evanescente di tastiera) e "È sempe sera", ancor più toccante e breve, sfiorata appena dalle percussioni di Tony Esposito: dura 1' 17", giusto il tempo della scossa di terremoto che la sera del 23 novembre 1980 sconvolse i comuni dell'Irpinia causando i circa 3.000 morti cui è dedicato il testo.

E così a un anno da quella tragedia, una città intera torna a cantare: il 19 settembre 1981 difatti il dream-team di Vai Mo' tiene un concerto gratuito in Piazza del Plebiscito (allora adibito a maxi-parcheggio o sosta di pullman) destinato a entrare nella leggenda. La band si esibisce di fronte a duecentomila persone ed è il punto più alto dell'esperienza Neapolitan oltre che l'apice della carriera per tutti i musicisti coinvolti: "Purtroppo però come tutte le macchine perfette vengono poi sabotate dai manager di turno e da lì in poi le nostre strade si divisero, ognuno seguì il suono del suo tamburo", racconterà lo stesso Daniele, che per non rischiare di rimanere stritolato da ingranaggi cittadini restrittivi e opprimenti decide di cambiare aria. Scelta comprensibile, il troppo affetto soffoca e Pino non ama eccessi e invadenze, i più maliziosi spettegolano poi di compagnie poco raccomandabili e abitudini pericolose dalle quali cerca di allontanarsi a tutela della propria salute.

Ricomincio da Formia

Pino DanieleComunque sia, lasciatosi alle spalle il tour di Vai Mo' e l'apoteosi di Piazza del Plebiscito, sempre nel 1981 compone le musiche per "Ricomincio da tre", esordio alla regia dell'amico Massimo Troisi, altro simbolo verace del rinnovamento culturale della Napoli di quegli anni, che con questa pellicola si attira un successo immane, aggiudicandosi due David di Donatello. Si erano conosciuti a Torino dietro le quinte della trasmissione televisiva "Non Stop" di Enzo Trapani, che il 27 ottobre 1977 aveva inaugurato una nuova era della comicità italiana in piena Riforma Rai: il comico di San Giorgio a Cremano fa parte de "La Smorfia", e tra i due si instaura un legame affettivo sincero che sfocia pure in partnership artistica, accomunati dal medesimo obiettivo di attualizzare l'immagine dei napoletani rendendola più reale, veritiera e cosmopolita: grazie alla loro verve, sembra rivivere la stagione dei Totò e degli Eduardo, e nei giovani scocca la scintilla dell'identificazione. Il tema strumentale del film, andante e delicato, riprende il carattere irrequieto del protagonista Gaetano (interpretato da Troisi), un ragazzo timido che si sposta a Firenze per viaggiare e fare esperienza ma, ci tiene a precisare, non "emigrante", un po' come la musica sempre in cerca di nuovi sbocchi di Pino Daniele, che invece emigra davvero con tutta la famiglia a Formia, in provincia di Latina.

Qui, in frazione Vindicio, fonda studi di registrazione propri denominati "Bagaria" che partoriranno nel tempo alcuni dei suoi album più discussi, prima però tocca a Bella 'Mbriana (1982) chiudere quell'ideale Pentateuco delle Meraviglie iniziato con Terra Mia che ne contraddistingue il periodo d'oro e nobilita ulteriormente l'appeal del Nostro grazie alla presenza di Wayne Shorter al sassofono soprano (è l'inizio di una lunga serie di collaborazioni prestigiose) e Alphonso Johnson al basso (eccezionale il suo assolo in "I Got The Blues", lettera dal fronte inviata dal cantante al fratellino Carmine soprannominato Giò con vezzo hendrixiano, "O' Giò, che voglia e te vede'").
Il disco è realizzato ancora a Carimate e masterizzato agli Sterling Sound di New York da Bosè Rodriguez. La bella 'mbriana del titolo è lo spirito benigno delle case e delle botteghe, che ti protegge ma non devi mai offendere per scansare disgrazie, in contrapposizione a "o' munaciello" che invece è bizzoso e molesto: i testi dunque (ancora in "inglese napoletanizzato", come era solito dire Pino) si riaddentrano in tematiche folk e nelle credenze popolane partenopee, ma la stazza dei due Weather Reportè fondamentale per alimentare fenditure di tenore global. Insomma, tradizione e ricerca ancora a braccetto per l'ennesima miscela d'avanguardia, il risultato è l'album più internazionale, saturo e monopolizzante di questa fase-clou che parte dal ghetto per attingere un po' ovunque.
Io non voglio andare in America, ma voglio costruire l'America nel posto in cui sono nato
"Tutta 'nata storia" cattura il diktat con carica nevrastenica, chiarendo a squarciagola il rapporto tra il cantante e quell'America che gli ha dato sì tanto (l'immutata passione per Elvis, le serate giovanili nei club del porto) ma non può intaccarne il backgroundautoctono, tesi avvalorata da "Maggio se ne va" che ad avviso dell'autore è il pezzo più significativo: "Ricordo che Wayne Shorter scrisse su un foglio la melodia e sotto lo spartito aggiunse una frase che non potrò mai dimenticare: Da queste note tutti capiranno da dove vieni ed il vento porterà le tue melodie in giro per il mondo".
Nuje ca cercammo Dio
stammo pè sempe annure
nuje ca cercammo o' bbene
nun simmo maje sicuri
E nun c'abbasta niente
e cchiù n'amma sape'
nun simmu maje cuntenti
e intanto maggio se ne va

Noi che cerchiamo Dio
restiamo per sempre nudi
noi che cerchiamo il bene
non siamo mai sicuri
e non ci basta niente
e di più non ci è dato sapere
non siamo mai contenti
e intanto maggio se ne va
Carezze al sax, puntellature di piano e un canto amaro che scava in profondità: "Maggio se ne va" è un carme celestiale e un invito a trovare un senso a questa esistenza in ogni piccola cosa , magari l'amore esaltato come ragione unica dalla sentimentale "Io vivo come te" ("il mio sole nascerà dove cammini tu, il mio sole morirà dove vivi tu"), dove la texture complessa richiama George Benson ogni qual volta ugola e chitarra si fondono nella medesima nota. Tutto l'album in generale gode di produzione iper-effettata e arrangiamenti di precisione chirurgica: l'allettante title track "Bella 'mbriana" (utilizzata come sigla del programma tv "Sotto le stelle") unisce gusto sudamericano ad armonie mediterranee, mentre in apertura la suggestiva "Annare'" sopporta le rughe del tempo con pochi passaggi semplici di chitarra acustica aggraziati da flauto-synth e una scrittura facile che invoca libertà ("e curre, curre forte pe' nun te fa piglià, e anuje ce resta 'o tuorto 'e chesta libbertà").
La disturbata "Mo basta" impenna i toni con frenesia-rock alla Talking Heads (rimanda alla loro "The Great Curve" su "Remain In Light"), notevoli pure il funky-soul sbilenco "Ma che mania" e lo strumentale jazzy "Toledo", in omaggio a una delle vie più affollate di Napoli. "E po' che fà" dispensa poesia purissima in blues minimalista sospeso tra sei corde e arpeggi tastieristici, doveroso infine un paragrafetto a parte riguardo "Tarumbò", feroce satira anti-papale camuffata in parlèsia, ossia quel gergo rimasto segreto sino agli anni 50 del Novecento comprensibile solo a una ristretta cerchia di musicisti (ma anche malavitosi, nomadi e, in origine, "posteggiatori", sorta di rimatori di strada con piazzola riservata, ben distinti dagli odierni custodi abusivi dei parcheggi).
Che bellu jammone ma nun se fa capi'
s'affaccia 'o barcone e manco a vò ferni'...
e stu bacone non se ne fotte 'e niente
ccà ascimmo pazze si prejammo sempe
Il termine "jammone" è un accrescitivo di "jamme" che sta per "uomo", dunque nel contesto si può decifrare come "uomo importante", mentre il "bacone" è un incapace che svolge male il proprio compito, a sbeffeggiare nemmeno troppo velatamente il capo della Chiesa Cattolica affacciato alla finestra del Palazzo Apostolico. Altri artisti partenopei hanno sfruttato il codice, tanto al microfono (ad esempio, Enzo Avitabile con "Bàgano", contenuta nell'album "O-Issa" del 1999) quanto su celluloide (irresistibile la gag dello "cartiloffista" in "No grazie, il caffè mi rende nervoso" del 1982 di Lodovico Gasparini, ancora con Troisi e Lello Arena), ma si può tranquillamente affermare che è proprio "Tarumbò" a sdoganare per primo la parlèsia e renderla fruibile alla massa (a sua volta il nome "Bagarìa" indica "chiasso", "confusione", ma anche "azione sciocca" o di "qualità scadente").
Tutt'altro che scadente il pentagramma su cui disquisire e i significati da analizzare, a conferma del fatto che dopo Vai Mo' (ritenuta da alcuni l'ultima lectio magistralis di Pino Daniele) c'è ancora vita: appena un lustro separa Terra Mia da Bella 'Mbriana, forse non si è riusciti a cambiare la città con i suoi problemi, ma la musica si è evoluta eccome.

Il 1983 poi è un anno ricco e articolato, Pino si cala dapprima nelle vesti di produttore di Richie Havens (uno dei protagonisti di Woodstock per il quale co-scrive la maggior parte dei brani dell'ellepì "Common Ground", su tutte "Dear John" dedicata a Lennon e "Gay Cavalier" cantata in duetto), poi sonda le possibilità del rap con l'amico De Piscopo (la loro "Stop Bajon" furoreggia in mezza Europa, si può ascoltare sul 33 giri "Acqua e viento" del batterista), quindi firma "Terra me siente" e "Tiempo buono" per "Apasionado" di Gato Barbieri (contiene tra gli altri il tema di "Ultimo tango a Parigi" ed è prodotto da Teo Macero, già al lavoro con Miles Davis).

1984 - Keep on movin'... questa storia finirà?

Pino DanieleProbabilmente sì, ma non è ancora arrivato il momento. La maggior parte dei critici difatti fa risalire al 1984 l'inizio di un'inarrestabile parabola discendente del bluesman. Il sesto album Musicante, però, che esce nel mese di maggio, lungi dall'inabissarsi in un presunto baratro ispirazionale, denota un quoziente creativo ancora alto, che spalanca semmai prospettive diverse: l'entrata in squadra dell'ex-King Crimson Mel Collins (ai fiati) unita alla vivacità dell'abilissimo percussionista brasiliano Nanà Vasconcelos giocano d'anticipo sull'esplosione della world music inalando nel tessuto riverberi africani ("Graceland" di Paul Simon, tanto per dirne uno, uscirà solo un paio di anni dopo). Un ponte tra Napoli, l'Equatore e le lontane coste del Sud America e un cambio di passo comunicativo da valutare come opportunità, ma cos'è davvero Musicantee un musicante? Per dirla con le parole di Pino Daniele, "sono i viaggi, le tournée, la chitarra battente, le percussioni di Nanà, le canzoni con un pizzico d'Africa, un cantastorie che gira insieme alla sua musica e si aiuta con un po' di magia... ecco cos'è un musicante! Le canzoni vennero scritte per la maggior parte vicino al mare, un po' nel Golfo un po' sull'isola di Tremiti, dove si parla ancora il napoletano antico, con la voglia di rivivere il passato attraverso luoghi che hanno storia: 'Lazzari felici' rappresenta il mio punto massimo, sarà difficile ripetermi in futuro con simile intensità". Vertice enfatico dell'album, è un sonetto semi-acustico al carillon triste ma velato di ottimismo, a incoraggiare il proprio popolo a vivere alla giornata senza cedere a prevaricazioni (Roberto Murolo ne offrirà una bellissima versione in "Na voce, 'na chitara", nel 1990).
Simm lazzari felici
gente ca nun trova cchiù pace
quanno canta se dispiace
è sempe pronta a sé vutta'
Il funky-dance orecchiabile "Keep On' Movin'" è il pezzo di traino, al cui beat disinvolto fanno da contraltare voce graffiante e un testo non banale ("a trent'anni nun puo' capì e vulisse nu munno onesto, ma te diceno sempe o' stesso, 'ncoppa 'e sorde a gente nun guarda 'nfaccia a nisciuno"), mentre l'intro di "Just In Mi" gesticola divertenti vocalizzi nonsense à-la Lucio Dalla prima di evolvere in rock sporco. "Disperazione" mette nel piatto blues classico, "Lassa che vene" si rituffa invece nella tradizione di chitarra battente, piano e mandoloncello. Dietro l'incedere lento di "Stella nera", infine, si cela il tema scottante del contrabbando da lupi di mare, da ascoltare anche "Oi Ne", sarcastica e diretta, e la fulminante "Acchiappa acchiappa", dove denuncia e ingiustizia si trasformano in rivolta interiore ("Sono vivo, e finché sono vivo non potrai toccarmi"). Più scontate "Io ci sarò" e "Santa Teresa", tutto sommato riempitivi discreti di questo gustoso pastiche di rap gitano, dialetto dei vichi, silenzi bugiardi e armonie nostalgiche presentato il 24 giugno 1984 in un'altra serata epica, ancora a San Siro, stavolta a supporto di Bob Dylan e Carlos Santana.

Segue un lungo tour con scalo a Cuba per il Festival De Varadero accompagnato da Zurzolo, Amoruso e Marangolo: ospiti dell'Avana Libre, durante il soggiorno conoscono Adalberto Lara e Juan Pablo Torres, trombonista degli Irakere che stava incidendo "Algo Nuevo", e ne apprezzano talmente l'abilità ai fiati che se lo portano appresso in Italia per lavorare insieme. Rientrato alla base, Pino scrive subito musica e testo di "Assaje", affidato alla voce di Lina Sastri e inserito nella colonna sonora di "Mi manda Picone" (è un lungometraggio di Nanni Loy con la stessa Sastri e Giancarlo Giannini, la cui main song "Sonata d'ammore", griffata De Piscopo, viene accorpata ad "Assaje" in un 45 giri pubblicato dalla Bagaria), quindi ricambia il favore a Vasconcelos curando gli arrangiamenti del singolo "Rekebra" e producendogli l'album "Nanatroniko" sempre tramite Bagaria.

L'intenso 1984 si chiude col grandioso Sciò Live, primo album dal vivo del cantautore che raccoglie estratti di concerti tenuti in varie location tra '82 e '84 e segna in qualche modo la fine di un'era (si tratta di un doppio Lp "ricco di ricordi e incontri d'eccezione" tra cui spiccano le registrazioni al Montreux Jazz Festival, all'Olympia di Parigi e al Petruzzelli di Bari, finale con bagno di folla alla Mostra d'Oltremare di Napoli, immortalato da Salvatore Piscicelli nella pellicola "Blues metropolitano"). Riunire in un sol gruppo la crème del capoluogo ed esportare l'orgoglio vesuviano all'estero sembrava mera utopia eppure è stato possibile, la maggior parte degli scudieri, però, adesso depone le armi e si incammina verso la propria strada. Non parliamo di defenestrazione o voltafaccia (come mugugna qualcuno) da parte di un Daniele ormai avviato alla ribalta mondiale, solo un logico riassestamento dei ranghi: ciascuno dei coinvolti godrà la propria fetta di gloria senza rancori. Tempo addietro già il mentore Senese aveva optato per la soluzione solista (l'eponimo "James Senese" e "Il passo del gigante"), adesso anche Tony Esposito sfonda l'hit parade ("Kalimba De Luna" è il tormentone di quell'estate) e il compare De Piscopo si immerge anima e corpo in "Passaggi da Oriente", con buona pace di tutti.

Il tempo vola - Ferryboat

Il settimo Ferryboat del novembre 1985, allora, corregge il tiro favorendo una generosa compenetrazione dell'elettronica nel solito interessantissimo ibrido mutant, che in quest'album raggiunge forse il suo climax espressivo quantomeno per varietà d'estrazione: sul traghetto salgono Steve Gadd, il percussionista francese Mino Cinelu, il pianista statunitense Richard Tee, i cubani Lara e Juan Pablo Torres e il maestro argentino Barbieri, oltre a una fitta compagine di sessionist nostrani (i fratelli Zurzolo di cui il meno noto Marco al flauto con Valentina Crimaldi, Elio Lupi e Antonio Avitabile ai violoncelli, il casertano Larry Nocella al sax e tanti altri ancora), così il timone vira a Sud del globo, esplorando con decisione le rotte latine. "Finalmente il mio primo disco registrato e mixato a Formia, sono molto legato a 'Quaccosa', il mio amico Paolo Raffone portò gli amici del Conservatorio di Napoli per suonarlo in diretta, ero fiero che il mio studio suonasse così bene... Quando la cantai ero distrutto e stravaccato su una poltrona, doveva essere una demo ma uscì fuori piena di emozione che lasciai tutto così", ricorda Pino Daniele, che oltre alla melodiosa operetta sopra menzionata intaglia insieme al nuovo squadrone newpolitan almeno un altro paio di brani di forte pathos, "Sarà" (tenera e sincera sperando nel domani, "non si può vivere e guardare qualcosa che fa male") e la poetica "Amico mio" (sdrammatizzata via via da un refrain bonaccione). L'eloquente "Dance Of Bahia" esorta al ballo attorno a un falò sulla spiaggia "finché nun jesce o' sole", da intendersi come metafora a sfidare il mondo con energia sino all'alba e senza freni dato che "O' tiempo vola" (e guai a sprecarlo con frivolezze da show-biz, "guagliù, 'a dinto sti tarantelle i' voglio sta' fora/ penzo a me e nun m'a faccio cu' nisciuno"). Strepitosa la title track "Ferryboat", che innesta voci effettate su ritmiche nervose, mentre la meccanizzata "Bona Jurnata" ostenta synth scintillanti di matrice Public Image Ltd. (ricorda la loro "Rise"). L'elegante soft-rock à-la Paul Young "Che ore so'" fraseggia con un bell'assolo di sax, più movimentata "A rrobba mia", che mischia tam-tam multi-etnico ad ammiccamenti jazz. Chiude senza sobbalzi "One", ennesima ammericanata in salsa partenopea che mette il sigillo su un Lp passato sottotraccia ma davvero ben riuscito, sia pur lontano dai ruggiti ribelli giovanilistici e più in linea con le attitudini pop degli album successivi.

1987 - Buonasera Arabia
I sogni americani portano la guerra e nun se fa
blue jeans e tradizione questa volta non ci fregherà
("Watch Out")
Pino DanieleIl Ferryboat Tour fa strike in Svizzera e Francia, con esaltanti prestazioni sul palco, sicché l'alchimia instauratasi con il linguaggio musicale d'Oltralpe fa vacillare adesso il credo artistico del musicante, sempre alla ricerca di nuove sfide: dopo la conquista dell'Occidente, le mire sonore volgono altrove. "I miei viaggi in Francia divennero sempre più frequenti, e l'interesse per le diverse etnie fece nascere in me l'esigenza di avvicinarmi al nuovo rock-arabe". Bonne Soirée (prodotto insieme ad Allan Goldberg tra Formia e Carimate e mixato alla Grande Armèe di Parigi) esce con tanti buoni propositi il 15 maggio 1987 ma fallisce l'assalto alle classifiche, mai compreso appieno dai fan, malgrado l'accoglienza benevola degli addetti ai lavori che guardano invece con favore a un disco di rottura ricco di spunti all'avanguardia per l'epoca.
Non era facile ripartire dopo il testamento Sciò Live, ma la nuova supertroupe formata dal batterista di Cleveland Jerry Marotta (già al fianco di Stevie Nicks, Tears For Fears ed Elvis Costello), dal bassista gallese di padre molisano Pino Palladino (noto per la militanza negli Who), dal campano Bruno Illiano alle tastiere e ancora da Mel Collins, Larry Nocella e Mino Cinelu garantisce i fuochi d'artificio. Siamo alla vigilia della Prima Intifada e dell'acuirsi della crisi in Medio Oriente, escono "So" di Peter Gabriel e "...Nothing Like The Sun" di Sting, ma anche "Within The Realm Of A Dying Sun" degli australiani Dead Can Dance, il debut omonimo di Enya e "Sirius" dei Clannad, intanto Maradona è il nuovo re della città e impazza la festa per il primo scudetto del Napoli Calcio: il melting pot di Pino Daniele scruta il momento pitturando un affresco straordinariamente contemporaneo, dieci brani di perizia (piro)tecnica e compositiva strabilianti; è semmai l'approccio vanesio e meno famelico rispetto al passato a far storcere il naso.
Evidente il distacco dagli album precedenti e l'inizio di un progressivo abbandono del dialetto, senza però rinunciare del tutto a stoccate in esperanto: tra le più convincenti lo speed-jazz "Boys In The Night", "Watch Out" (reperibile solo in versione cd, rinnega definitivamente il modello a stelle e strisce), "Nu poco e sentimiento" (modulazioni armoniche da bazar turco) e "Baccalà", che svariano in ispano-napoletano tra chitarra elettrica, salsa cubana e vampate-rock tuareg-carioca.
La kefiah palestinese attorcigliata al collo in copertina non tragga in inganno, l'afflato arabo difatti non è totalizzante: "Mama, E!" si cimenta in esotismi etno-metal tra Marrakech e India con "lo sguardo fermo verso un mondo più orientale" e le polveri bagnate, più incisive lo street-dub "Scrack" sul tema della droga, "Aria" (eterea e sfuggente) e "Vita mia", garbato ritorno alla canzone classica in odor di libertà.
Infine la dolce "Occhi grigi", il synth-funk astratto "Guardami In Face" e la sgargiante title track "Bonne Soirée", imperniata su batteria in controtempo, ritornello a tratti orecchiabile e virtuosismi doc comuni un po' a tutta la scaletta, spesso però leziosi e fini a se stessi, buoni ad accrescere l'ego e forse per questo indigesti ai puristi di un copione più sanguigno e meno spocchioso.
Pinotto è cresciuto tanto e sembra volerci far vedere quanto è diventato bravo: questo già lo sapevamo e lo stardom non gli ha ancora dato alla testa, al netto di qualche pavoneggiamento, infatti, Bonne Soirèe è un lavoro attendibile e da riascoltare senza pregiudizi.

Pioggerellina, carte e scartoffie

Pino DanieleNello stesso anno suona la chitarra nei brani "Mon Tube De L'Ȇte" e "Sudance" sull'album "L'Envoi De Bourdin" del francese Philippe Bourdin, quindi il prolifico sodalizio con Troisi si arricchisce di un nuovo fondamentale capitolo. Esce al cinema "Le vie del Signore sono finite", scritto, diretto e interpretato dall'amico che si accaparra un Nastro d'Argento per la miglior sceneggiatura: il main theme "Qualcosa arriverà" è uno dei vertici dell'intera produzione del musicista, e si sposa amabilmente ai toni pastello di una complicata relazione a tre ambientata nel Ventennio (l'intera colonna sonora si può ritrovare su un mini-Lp completato da "Qualcosa arriverà/ versione strumentale", "Promenade", "Nustalgia", "Chez Moi" e "Tarantarebe", cinque incantevoli gemme acustiche che lasciano nella loro brevissima durata l'unico rimpianto).

Un tuffo nel cantautorato ripreso in maniera sui generis da Schizzechea With Love, nono disco di inediti che nel 1988 attenua il discorso iniziato con Bonne Soirée e chiude la Quadrilogia di Formia: contaminazioni speziate afro meno agguerrite e ricerca di preponderante tocco mediterraneo, con testi (un po' banali, per la verità) di nuovo legati alla tradizione che valgono il Premio Tenco per il miglior album in dialetto (in classifica si arrampica sino alla settima posizione). "Canzoni immediate, gettate lì con la voglia 'e sunà, mi sono accorto che per fare bene non devo pensare troppo", spiega Daniele. Ospite d'onore Steve Gadd alla batteria, con lui Danny Cummings, il bassista camerunese Vicky Edimo, Danilo Rea e Chris White, flautista preso in prestito dai Dire Straits. "Fu il primo album mixato all'estero dopo l'incontro con Gregg Jackman, agli Advision Studios di Londra. Cominciai a spingere sui campionatori, 'Cry' è uno degli esempi meglio riusciti di canzone mit-europea".
Dunque, l'America non è più terra promessa ma giro di boa, e la blues-fusion degli esordi sembra lasciar spazio a un pop conveniente. Il pedigree però è quello buono e qua e là piovigginano ancora emozioni, su tutte la lenta ouverture "Gesù, Gesù" (fade di archi e accordi di chitarra introducono un bellissimo contrasto vocale) e l'idilliaca "Jesce juorno" (basso in primo piano, arpeggi melodici e ricami di sax), che finisce nella colonna sonora di "Se lo scopre Gargiulo" insieme alla succitata "Cry" (di sound new wave un po' confusionario): il film è una commedia di Elvio Porta con Giuliana De Sio nei panni di un'infermiera infelicemente sposata a un rampollo.
La possente "Tell Me Now" e il latin "Cumbà" (plaude al coraggio del popolo cubano isolato dall'embargo economico) cambiano decisamente registro senza però trovare mai un peso specifico, peccato che pure la romantica "Canzone nova" si perda un po' nella noia dopo un avvio promettente. Meglio "Me so 'mbriacato e te forever", dal mood smielato ma non stucchevole, e appunto "Schizzechea" (acquarelli di archi e pianoforte tinteggiano la tossicodipendenza dell'amico Peppe, caduto nel tunnel dell'eroina), più irrisorie "Tra la pazzia e il blues" e "Al Capone", invettiva soul-rock anticamorristica improntata sulla figura del celebre gangster (originario di Angri, nel Salernitano).

Il tour italiano riempie comunque i palazzetti, al Festival dell'Unità di Firenze sono presenti in tremila: ciliegina sulla torta il "Night of The Guitar", che nell'aprile '89 approda in Italia. L'evento, ideato da Miles Copeland III, fratello di Stewart dei Police, raduna i migliori chitarristi del pianeta, Jan Akkerman, Leslie West, Randy California, Steve Hunter e vari altri, Pino Daniele è insindacabilmente uno di questi e al Teatro Smeraldo di Milano dà spettacolo insieme a Robby Krieger, Pete Haycock e Phil Manzanera con una memorabile versione a quattro della sua "Uè, Man!" (erroneamente indicata sul bootleg ufficiale come "Hey Man"). Ci voleva, in un momento sicuramente non facile in cui Daniele comincia ad accusare persistenti problemi alle coronarie corretti con quattro interventi di angioplastica; in più è costretto a sottoporsi a un'operazione alle corde vocali che determina un irreversibile cambio di timbro.

Ma Pino è uno che sa godere appieno della vita con le sue gioie, difficoltà e ostacoli: specchio di queste alternanze è Mascalzone latino del novembre 1989, di cui furbizia lirica, fraseggi unplugged e dinamismo costituiscono la maggior cifra stilistica. Non certo il miglior lavoro, ma a suo dire "uno dei miei dischi preferiti, realizzato interamente in casa assieme a Bruno Illiano. Avevo sempre sognato di fondere acustica ed elettronica, e dedicai 'Anna verrà' alla Magnani, che considero prototipo femminile di neorealismo. Venendo dalle canzoni in lingua, fu il mio primo brano completamente in italiano". È in assoluto una delle sue ballate più intense, consolatorie e sognanti, narrata in un cantato vibrante e carico che strappa il cuore nel ricordo di un'attrice ammaliante e temperamentale, ambasciatrice della romanità del XX secolo e simbolo indimenticato di tutte le donne. Sulla stessa falsariga "Ammore scumbinato" e "Carte e cartuscelle", di sensibilità palpabile.
Per il resto l'album (da cui attinse nome e logo sullo scafo il fortunato team velico che gareggiava alle regate della America's Cup) si accomoda su un intreccio per la verità piuttosto piatto di riff classici e correnti del golfo, con sporadici motivi d'interesse nella love song accelerata "Sambaccussì" e in "Faccia gialla" (così il popolo napoletano chiama affettuosamente il patrono San Gennaro, è una preghiera tra il sacro e il profano a riportare giustizia e pace in terra). "O' mericano" saluta i tanti figli dei marines sparpagliati per il capoluogo, più vivaci nella loro mediocrità "Giungla", "A speranza è semp' sola" e "Aria strana", dagli intarsi flamenco-gipsy.
"N'ata stagione" (sul dramma dell'immigrazione per mare, voce femminile di Stefania Labate) aggiunge poco a un copione flebile ed esiguo, se si eccettuano un paio di acuti come da Dna, che però non bastano a riscattare Mascalzone latino e questo finale di anni Ottanta da una innegabile monotonia.

Gli anni Novanta - Pensavamo fosse blues...

Pino Daniele - Massimo Troisi...e invece gli Anni Novanta confermano un distacco sempre più evidente dalle osannate sonorità dei tempi che furono, sottolineando un orientamento smaccatamente pop, pur nel solco di un marchio inventivo comunque riconoscibile. Il decennio si apre con un brusco rallentamento dell'attività live, dovuto a uno scricchiolante stato di salute. Intanto, però, Pino si tiene allenato nei modi più disparati: produce un disco dei calabresi Orixas e il "Murolo And Friends" ("Sta malatia" avrebbe dovuto diventare inno ufficiale del Napoli fresco di secondo scudetto, ma poi non se ne fece nulla) , scrive "Tegolino" (era il nome di un suo gatto) che la piccola Rosita Bini porta allo Zecchino D'Oro, si adopera nel concertone di Cinecittà per il Telefono Azzurro e compare in "Io dal mare" di Claudio Baglioni, contenuta nell'album "Oltre" del collega romano.

L'undicesimo studio album Un uomo in blues del gennaio 1991 approfitta allora di tempo ed energie relativamente maggiori a disposizione per mettere a segno in classifica (arriva sino al terzo posto) il miglior colpo di questa terza fase di carriera, che trova nel pop-blues elettrico "O' Scarrafone" il suo muscoloso cavallo di battaglia. Il singolo gode di un fitto airplay grazie a un ritornello-anthem che nella sua semplicità si appiccica all'orecchio ("Oggi è sabato, domani non si va a scuola, oggi è sabato se non chiami ho un nodo in gola"). Scavando però nemmeno troppo a fondo, è chiaro un messaggio di solidarietà ai cosiddetti terronitrapiantati al Nord e agli amici africani, lavoratori umili in cerca di fortuna messi all'indice dal dilagare improvviso della Lega e affossati da nebbia e interpellanze xenofobe.
E se hai la pelle nera amico guardati la schiena
io son stato marocchino, me l'han detto da bambino
viva viva o' Senegal!
Non solo impegno politico, ma anche lirismo lieve e sbarazzino di classe (la beffarda "E invece no", "Domani" e "Che soddisfazione"), guest-star il jazzista americano Mick Goodrick che "mi ha aperto il cervello a nuove metodologie, d'ora in avanti ci sarà sempre un po' di lui nel mio spartito". "Leave A Message" e la ruffiana "For Your Love" (le strofe ricalcano le note di "Yes I Know My Way") aggiornano il vecchio caro script bilingue senza riuscire a rinverdirne i fasti, "Solo" e la non trascendentale "Un uomo in blues" vengono invece rese accettabili da performance d'autore (al basso Harvie Swartz e alla batteria Gary Chaffee).
Immancabili, al solito, le ballate: "Gente distratta" è una delle sue più sentite, tratta il difficile rapporto di una teenager rinnegata dalla famiglia ("Qui nessuno ti ha perdonata/ quando di casa te ne sei andata/ quanti progetti in mente/ poi finire a guardare il cielo/amando, sognando, crescendo..."), mentre "Femmena" è un duetto leggiadro con Dorina Giangrande, sua moglie ancora per poco. Pino difatti prova a sdrammatizzare la difficile convalescenza post-operazione facendosi quattro risate sull'argomento con l'amico Massimo Troisi, cardiopatico anch'egli (nel lontano 1976 era volato a Houston per sottoporsi a un intervento alla valvola mitralica), e in una delle tante serate che trascorrono assieme Massimo si traveste da Cupido e gli presenta Fabiola Sciabbarrasi, che all'epoca sfila per Versace, Armani e altri brand prestigiosi: tra il cantante e la modella è amore a prima vista, entrambi mollano i rispettivi consorti e se ne vanno a vivere in Piazza Mazzini a Roma, nel quartiere Prati, dove convolano a seconde nozze e hanno tre figli, Sara, Sofia e Francesco.

È ancora in musica però che l'affiatamento tra i due geniali artisti si tramuta in magia e in un periodo di grossi cambiamenti spazza via ogni incertezza: "Quando" è un brano da pelle d'oca, forse il più amato di Pino Daniele o quantomeno quello di maggior impatto commerciale (si aggiudica Nastro d'Argento, Globo d'Oro e Ciak d'Oro come miglior colonna sonora).
Tu dimmi quando, quando
dove sono i tuoi occhi e la tua bocca
forse in Africa, che importa...
È il tema principale di "Pensavo fosse amore... Invece era un calesse", nel cast Francesca Neri, Angelo Orlando e Marco Messeri oltre ovviamente al comico napoletano qui alla sua ultima regia. "Massimo, ho scritto una canzone... mi giri un film?", o ancora "Tu basta che soffri due giorni e fai una canzone di due minuti, io pe fa' nu film 'e tre ore aggia suffri' da quando ero piccolo": così amavano scherzare sul loro legame vero, affettuoso e non di facciata in alcune gag esilaranti portate alla trasmissione tv "Alta classe" di Gianni Minà, una delle rare comparsate pubbliche che Pino Daniele (da sempre schivo e restio ai riflettori) aveva scelto di concedersi subito dopo l'uscita, nell'autunno 1991, della compilation Sotto o' sole (che restaura il repertorio '77 -'80, in "Saglie, Saglie" Troisi controbatte recitando al cantato di Pino Daniele, pure l'adorabile "O' ssaje come fa o' core", unico inedito insieme a "Quando", nasce dall'insospettabile penna dell'attore e venne inserita anch'essa nella colonna sonora del film). Una simbiosi intellettuale che va a braccetto e porta entrambi ai massimi livelli nei rispettivi settori.

Tornando al percorso individuale di Pino Daniele, invece, il 1993 segna una sorta di ritorno alla normalità con la ripresa delle esibizioni dal vivo (il 22 e 23 maggio infiamma Cava de' Tirreni con Antonio Annona e Carol Steele alle percussioni) e la pubblicazione di Che Dio ti benedica, dodicesimo album in studio e probabilmente l'ultimo in grado di regalare emozioni forti anche grazie alla presenza di suonatori di grosso calibro, il più grosso dei quali è finalmente di nuovo Pino Daniele che nella commovente "Questa primavera" trova una perla acustica eccelsa, come ne stillerà ormai col contagocce in una produzione che si fa man mano altalenante, svogliata e rinunciataria.
Il nostro amore suona forse un vecchio refrain
che resta in testa e allora tu cantalo per me
questa primavera a te me fa penza'
chissà addo' staje stasera
si m'aje scurdato già
"Mal di te" e "Sicily" fanno ancora battere il cuore, in particolare la seconda che riarrangia in chiave romantica un vecchio instrumental-jazz della Chick Corea Electric Band: Pino ci mette le parole e le infiltra col proverbiale falsetto in un lussuoso arazzo di piano ricamato proprio da Chick Corea, che nei dintorni dello Stretto gioca quasi in casa, visto che è originario di Albi, nella provincia di Catanzaro. Solo un gradino sotto, ma che belle, "Un angelo vero", "Allora sì" ("Che vale a pena vivere e suffri'") e "Nuda", che ci ricordano come a volte per una grande canzone non ci sia bisogno di strafare, bastano una voce, una chitarra e un volo di fantasia, "tra le commedie di Edoardo e i passi di un ubriacone".
"T'aggia vede' morta" è una simpatica digressione nei territori blues di competenza (venne composta durante il viaggio in macchina insieme a Troisi verso Viareggio dove ad attenderli c'erano le registrazioni di quella storica puntata di "Alta classe"), più marginali "Soleado Up And Down", "Sono un cantante di blues" e "Fatte 'na pizza" che ricalcano le stesse direttive sviluppandole però in maniera blanda e incolore. Innocue e distensive "Pace e serenità" e "Occhi blu non mi mollare", da rivedere il singolone di lancio "Che Dio ti benedica" che in Italia trova gloria facile (terzo posto in classifica) grazie ad alcuni escamotage furbacchioni (videoclip sensuale con Ornella Muti e il "...che fica!" di un ritornello nemmeno troppo catchy).

Problemi di cuore
Marta: Quando c'è l'amore c'è tutto!
Gaetano: No, chella è 'a salute
E sona mo' del novembre 1993 offre quasi per intero i concerti semi-acustici tenuti qualche mese prima a Cava de' Tirreni che rassicurano di una ritrovata vigoria fisica, e almeno per lui, aggiungeremmo, è una fortuna, purtroppo non si può dire così dell'amico Massimo Troisi al quale pochi mesi dopo va decisamente peggio. Un destino canaglia sempre in agguato, come la sua vita meravigliosamente appesa a un filo: l'attore se ne va in punta di piedi il 4 giugno 1994, dodici ore dopo aver terminato a Ostia le riprese de "Il Postino", a causa di un fatale scompenso cardiaco conseguente a febbri reumatiche e le fatiche di un set che forse non avrebbe dovuto affrontare. Il dolore per la perdita è immenso, intimo, lancinante, ma bisogna pur voltare pagina e andare avanti.
Pino ha bisogno di distrarsi, così proprio in quei giorni accetta l'invito di Eros Ramazzotti e Jovanotti (che hanno lo stesso agente) a unirsi a loro per una tournée condivisa. La cosa fa scalpore nei media perché si tratta di tre personalità completamente diverse, sulle locandine campeggia un sole addossato a un palazzo disegnato a pennarello da Jovanotti come auspicio di una fessura di luce attraverso il cemento armato. Quella del 13 giugno 1994 al San Paolo non può essere una serata come le altre: Massimo Troisi è morto da nemmeno dieci giorni e a Napoli non resta ora che aggrapparsi al suo figlio più illustre, che non torna a casa ormai da tempo. L'aria è carica, e per non scuotere ulteriormente l'ordine pubblico Pino si reca allo stadio all'alba, mentre la città ancora dorme, senza che nessuno lo venga a sapere. "Trascorse tutta la giornata in camerino", racconta Jovanotti, "avvolto da un nuvola di pensieri che tratteneva tra sé e sé. Era silenzioso ed agitato, quello per lui non era un semplice concerto, ma molto di più. Provava a sdrammatizzare con qualche battuta, come sempre faceva quando si parlava del mito che era diventato. Poi uscimmo sul palco, e assistetti alla più grande dimostrazione d'amore di un popolo verso un artista che lo rappresenta.
Quella Napoli si riconosceva in Pino Daniele, perché aveva saputo valorizzarla non tramite le sue maschere ma partendo dalla realtà e dalla poesia, l'aveva liberata dagli stereotipi e portata nella modernità senza perdere nulla in umanità e cultura". L'ovazione del San Paolo è una delle istantanee più belle, bissata dal trionfo all'Olimpico di Roma, mentre l' A.C. Milan negò il permesso di suonare al Meazza: poco male, i tre si esibiscono in set separati intervenendo volta per volta ciascuno nei brani dell'altro e visti gli straordinari picchi d'affluenza (sold out pure Monza, Bari e Palermo) vengono aggiunte date a Zurigo e Bruxelles, portate a termine le quali, Pino viene sostituito da Luca Carboni poiché impegnato negli Stati Uniti con le registrazioni di Non calpestare i fiori nel deserto, album della consacrazione commerciale o deriva, che dir si voglia.

Bianco a metà

Pino Daniele - Pat MethenyL'italiano come scelta preponderante di una vocalità che si fa seriosa e matura, il Nord-Africa come punto di partenza, il numero 1 in classifica il traguardo raggiunto con 800.000 copie vendute. "L'amicizia con Jovanotti ha dichiaratamente influenzato il mio rinnovamento, sarà questa grande energia ma la sintonia con un nuovo mondo è accolta da me sempre con senso positivo", spiega alla stampa Pino Daniele, che ora ha cambiato pure look e se ne va in giro con capelli corti e pizzetto. "Ho realizzato questo disco con l'obiettivo di fare canzoni diverse, avvicinandomi ancor più all'area marocchina per amalgamarla alle mie radici napoletane. L'Italia vive un momento difficile, non solo in politica ma anche in musica: bisogna aiutare chi crede ancora nelle emozioni, chi sa vivere le proprie difatti impara a comunicare e quindi anche a fare politica. L'album rappresenta questi stati d'animo ed è permeato di ottimismo, ironia, tolleranza e impegno. Il Vesuvio incontra il rap e la musica nera per coniugare lo stress e le speranze comuni a tutte le metropoli del mondo".
Tanti propositi che però stridono con una sconfortante pochezza di contenuti: malgrado l'allettante mix decantato in sede di presentazione, difatti, del nero a metà non resta che qualche sbiadito pigmento in "Anima" (al piano la brava Rita Marcotulli), "O' cammello 'nnamurato", "Notte che fai" (di taglio jazzy) e "Un angolo di cielo". Per chi invece non vuol vivere di ricordi e sa accontentarsi della metà bianca, ecco allora che, in una hit parade che nel 1995 vede ai primi dieci posti "Spirito DiVino" di Zucchero, "Destinazione Paradiso" di Gianluca Grignani, "Le ragazze" dei Neri per caso o "La donna, il sogno e il grande incubo" degli 883, Non calpestare i fiori nel deserto può rappresentare un dignitoso compromesso tra singoli da presa ("Io per lei", "Resta cu' mmè" e "Se mi vuoi", quest'ultima in coppia con Irene Grandi) e sottigliezze ritmiche di una qualche velleità ("Bambina" segnala al vibrafono Mike Mainieri e al basso Alfredo Paixão, "Fumo nero" Maria Pia De Vito come voce di sottofondo, "Se amore sarà" Jimmy Earl del gruppo di Chick Corea). Si salvano come sempre le pièce strumentali ("Oasi"), da rivedere gli inserti rap da ombelico del mondo approntati dal tandem Jovanotti/Saturnino in "Deserto di parole"e "Stress".

Almeno dal vivo, però, non ce n'è per nessuno, segue difatti un roboante on the road con Pat Metheny che tanta influenza aveva avuto su di lui con "American Garage" e "New Chautauqua": 40.000 lire di biglietto davvero ben spese per una sbalorditiva convention delle sei corde in lingua napoletana con accento del Kansas City, dislocata tra Palastampa di Torino, Olimpico, Reggio Emilia, Cava de' Tirreni e Forum di Assago.

Nel 1997 Dimmi cosa succede sulla terra riscuote un successo ancora maggiore del precedente Non calpestare i fiori nel deserto (con oltre 900.000 copie è il secondo disco più venduto dell'anno, secondo solo a "Romanza" di Andrea Bocelli), identico filo conduttore sonoro tirato a un'estremità da tematiche amorose o legate all'emergenza ecologica, dall'altra dalle consuete concessioni world insinuate da una fitta schiera di ospiti che a metà anni Novanta si stanno, chi più chi meno, ancora facendo le ossa per poi diventare vere e proprie star del millennio entrante.
Evidente sin dal titolo dell'album (e dal prologo parlato "Il pianeta delle parole") una sorta di conflitto interiore tra voglia di isolamento e desiderio di partecipare alle vicende di questo mondo, non tutto però gira a dovere e gli arabismi new age "The Desert In My Head" (in coppia con la stellina israeliana Noa) e "Scirocco d'Africa" (con Giorgia) si perdono in riff aridi ripetuti sino all'insofferenza, mentre la più filosofica "Se domani pioverà" ("che cosa c'è fra il bene e il male/ in questo concetto di villaggio globale?") e "Continueremo a navigare" si interrogano senza risposta su un'eventuale vita nell'aldilà.
Tra i singoli, orecchiabilissimi e sdolcinati, meglio gli evergreen "Dubbi non ho" e "Stare bene a metà", è quello però di minor pretese "Che male c'è" ad aggiudicarsi il Festivalbar 1997: difficile capire ora quale logica prevalga, se accaparrarsi nuove generazioni di fan nella consapevolezza del risultato comunque garantito o l'intenzione di far da chioccia alle giovani leve: il confusionario funky-jazz "Canto do Mar" mischia sbarco in Normandia e colonizzazioni saracene a sfuriate politiche ("Aggia parlà cu' Bassolino', al suo fianco il volenteroso Raiz degli Almamegretta), da dimenticare "Non ho paura del mostro" che strizza l'occhio alle favole.
Tra le note liete, "Amici come prima" e "Questo immenso", depauperate però da testi alquanto banali: sarà il leit-motiv pure del tormentone "Amore senza fine", che nel 1998 sbriciola le chart e spiana la strada al greatest hits Yes I Know My Way (al suo interno altri due inediti, la strumentale "Per te" e "Senza peccato", grottesco rifacimento di "Yes I Know My Way" con Jim Kerr e Charlie Burchill dei Simple Minds).

Nel 1999 è la volta di Come un gelato all'Equatore, in cui una vena poetica ormai in ghiacciaia si squaglia definitivamente come la "Neve al sole" del suo sciagurato ritornello principe: più sfiziosi il secondo singolo "Cosa penserai di me", il trippy-blues "I buoni e i cattivi", il reggae "Ladro d'amore" con Raiz e "Sì, Forever" (colonna sonora di "Amore a prima vista" di Vincenzo Salemme), mentre "Alibi perfetto", "Stella cometa" e "Soldato dell'universo" s'inabissano in "Un viaggio senza ritorno" nell'elettronica che non pare proprio il suo campo da gioco.
Rossana Casale prova a deviare tiepidamente verso il jazz su "Da soli no" (colpiscono le strofe), "Come un gelato all'Equatore" e "Samba In My Mind" senza riuscire a risollevare le sorti di un disco cui mancano, inutile girarci intorno, quel paio di sterzate che nel bene e nel male è sempre lecito attendersi vista la caratura del personaggio in questione. Stavolta, non illudiamoci, non arriveranno per vari motivi, tra cui una comprensibile spossatezza fisica e mentale dovuta ai tanti acciacchi, una stabilità sentimentale, vedremo, rimessa in discussione o più semplicemente un adeguamento ai tempi e ai canoni della musica leggera.

Il Duemila - Cose inutili da dire

Pino Daniele - Francesco De Gregori - Fiorella MannoiaIl 12 settembre Pino Daniele raggiunge Zucchero sul palco dell'Arena di Verona durante una tappa del "BlueSugar World Tour" e coglie l'occasione per riappacificarsi dopo alcuni battibecchi, tempo addietro difatti aveva apostrofato il collega emiliano come inutile copia di Joe Cocker ("perché dovrebbero comprare i cd di Zucchero quando l'originale è ancora in vita?"), salvo poi porgergli la mano già qualche mese prima dietro le quinte del Pavarotti & Friends. "Si litiga solo tra forti, ma la pace è stata istintiva, immediata", ricorda Fornaciari, che prosegue: "Appena Pino ha iniziato a cantare nel mio camerino m'è venuta la pelle d'oca e la tensione s'è sciolta in un abbraccio, entrambi amiamo il blues anche se io sono più viscerale e vicino al sound di Memphis, lui a quello Motown, credo che il soul sia il nostro comune denominatore". Peccato però non ve ne sia traccia nemmeno in Medina del febbraio 2001, dove le millantate radici paiono sotterrate da una coltre di "cose inutili da dire", come suggerisce il ritornello del singolo "Sara" (dedicato alla figlia, il finale ricorda vagamente la coeva "Desert Rose" di Sting) che a conti fatti è poi la cosa più godibile in palinsesto assieme a quelli che sono i brani più lineari e meno artefatti, e cioè "Acqua passata" (di nuovo in dialetto), le affabili "Lettera dal cuore" e "Tempo di cambiare", "Senza 'e te" e "Mareluna", di chitarra gitana.
"Ho trascorso due anni pensando a questo disco, sono stato in giro a cercare musicisti per fare cose nuove, io che sono turco-napoletano, jazzista e rockettaro sono andato verso il mondo mediterraneo e arabo. Il rapporto con l'Africa è stato un'importante fonte d'ispirazione, questo Lp rappresenta la voglia di trovare una canzone diversa, ha tanti ospiti, è una mia esigenza artistica: avrei potuto fare cabaret o dedicarmi all'intrattenimento, invece eccomi qua che continuo a cercare", dice Pino Daniele riguardo la genesi di un album non facile e con parecchi temi su cui discutere, dalla cultura islamica all'integrazione razziale, dalla nostalgia per Napoli alla decisione di starne alla larga, spendendo sempre più tempo nella sua tenuta in Toscana al confine tra i comuni di Magliano e Orbetello, in una posizione tranquilla d'aperta campagna a dieci minuti d'auto dalle spiagge dell'Argentario.
L'elettro-suk "Via Medina" svanisce in un caos di corde, fiati e percussioni (zurna e baglama di Omar Faruk Tekbilek, la voce è di Lotfi Bushnaq), peggio ancora l'esagitato flamenco-raȉ "Galby" in coabitazione col franco-algerino Faudel, l'insulsa "Africa a Africa e" e la diatriba funky/rap "Evviva o' rrè", dove l'ex-bluesman sembra ospite dei 99 Posse e non viceversa. "Lacrima di sale" e "Gente di frontiera" non aggiungono molto, desta invece curiosità la ghost track "Ahi, disperata vita", che conclude la scaletta con un madrigale del '500 di Gesualdo Da Venosa.

A dicembre esce ad appendice il Concerto Medina Tour, con Allison Miller alla batteria, Miriam Sullivan e Rino Zurzolo ai contrabbassi e Mia Cooper come corista. L'estate successiva invece porta in dote un'altra faraonica tournée condivisa in cui Pino Daniele si scambia il repertorio con i colleghi Ron, Francesco De Gregori e Fiorella Mannoia (si può ritrovare nel Dvd In Tour, distribuito tramite la piccola label indipendente Blue Drag, fondata dal cantante assieme al figlio Alessandro). Quindi scrive la graziosa "Core fujente" per la colonna sonora del film d'animazione "Opopomoz" del regista Enzo D'Alò, doppiato da molti artisti napoletani tra cui Vincenzo Salemme, Silvio Orlando e Peppe Barra. Il brano mette a punto una vecchia poesia di Pino intitolata "Core" e pubblicata già anni addietro nel libro autobiografico "Storie e poesie di un mascalzone latino", edito nel 1994 a quattro mani con l'aiuto del giornalista Mimmo Liguoro.

Tra le cose utili da ascoltare di questo primo scorcio di Duemila c'è sicuramente l'intrigante Passi d'autore (a nome Pino Daniele Project del 2004), che seppur tra alti e bassi registra più di uno spunto d'interesse. L'album rintuzza nel madrigalismo e nei canti gregoriani col valido aiuto del maestro Gianluca Podio, che co-scrive "Gli stessi sguardi" e "Ali di cera" intonate a cappella da Monica Cognoli (soprano), Rossella Ruini (alto), Fabrizio Palma (baritono) e Roberta Colavalle (tenore), mentre nell'agonizzante "Concerto per noi due" ci sono Sabina Macculli e Gianluca Terranova (alla batteria Roberto Gatto), oltre a Pino Daniele naturalmente, che cerca qui di fondere "musica sacra e afro-latin, cori barocchi e le ritmiche soft del Peter Erskine Trio". Un progetto colto e sobrio sin dall'artwork, con foto in bianco e nero, giacca e cravatta: il jazz sa adagiarsi beato sulle melodie (al piano Alan Pasqua), il dilemma semmai sono proprio quei solenni cori a cappella che se nell'ouverture "Arriverà l'aurora" (fruscio di spazzole e voce angelica) e "La mia casa sei tu" si accordano armoniosamente al contesto, altrove spiazzano fuorviando l'uditore.
Quasi impossibile estrapolare brani d'ascolto, se non il fortunatissimo singolo "Pigro" ("Quello che la gente dice adesso non mi piace..."), "Nuages sulle note", invece, è una cover da abat-jour del belga Django Reinhardt con struttura (e cadenza soporifera) identiche alla gemella "Sofia sulle note", dedicata all'altra figlioletta.
Il talismano "Tango della buena suerte" incoraggia Diego Maradona improvvisamente ricoverato in una clinica di Buenos Aires dopo un malore, mentre "Isola Grande" ("Non c'è niente di più noioso, nostalgico e di sinistra") saluta il comandante Che Guevara ("se ci fosse Ernesto lui sì che saprebbe cosa fare"). "Deja Vu" e "La mia casa sei tu" tornano alle vecchie maniere, non pervenute "Bella da vivere" (chitarretta alla Dire Straits) e "La nostra estate insieme" (luci soffuse da night-club anni 60).
Insomma, è il suo progetto più ambizioso e meno diretto ma non va cestinato, qualcuno vorrebbe inchiodarlo al suo passato ma il musicista continua a cambiar muta in cerca di stimoli.

Il successivo Iguana Cafè - Latin blues e melodie del 2005 in mezz'oretta ne trova pochini, e a dispetto del sottotitolo anche qui il blues latita scemando in goliardate-mambo da piano-bar ("Narcisista in azione", "Maria" e la cover "Patricia" di Perez Prado). Per quanto riguarda le melodie, invece, quando vuole sa estrarne ancora di impareggiabili dal cilindro, vedi il bossanova liscio "Pensando amor" e il trittico "Serenata a fronn'e limone" (rievoca il folklorismo degli esordi), "Promesse da marinaio" e "Voci sospese" (forte del quartetto d'archi di Amit) che durano tutte poco più di un minuto quanto la strumentale "Marì".
Il singolo "It's Now Or Never" è un pallido rifacimento di "O sole mio" nella versione presleyana, che però riesce a strappare un discreto numero di passaggi-radio assieme alla morbida "Occhi che sanno parlare", lasciano il tempo che trovano "Melody", "Indifferentemente un ricordo" e "Ma che tempo che fa", che sentenzia "se nelle cose metti anima trovi più soddisfazione": proprio quello che è mancato per troppo tempo.

E allora ecco che finalmente il 14 maggio, tappa napoletana dell'Iguana Cafè Tour, vengono richiamati in servizio James Senese e Tony Esposito, per una stuzzicante seratina amarcord che li vede riuniti sul palco dopo ben 25 anni. È il pretesto per parlare anche di un nuovo album, Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui, che esce due anni dopo (2007) e si configura come una sorta di viaggio verso casa: Tony Esposito torna alla sua antica postazione (percussioni), al sax però non c'è Senese (che si chiama fuori) bensì lo statunitense Bob Sheppard, già sessionist per Steely Dan, Joni Mitchell e Peter Erskine (anche quest'ultimo ormai presenza fissa alla batteria). Con loro tanti altri musicisti stimati da Pino Daniele, gli habitué Dave Carpenter al contrabbasso e Alfredino Paixão, Gianluca Podio al piano, Corrado Ferrari alla tammorra e Mariano Barba. "Le collaborazioni mi servono per confrontarmi nel dialogo, quando suoni con artisti più bravi di te impari la vita".
Giorgia dona la sua splendida voce nel perduto amor "Vento di passione" e "Il giorno e la notte", che hanno tutte le carte in regola per impressionare, la notizia però è che si torna a suonare come si deve: il singolo "Back Home" promette fiamme in stile Santana alla chitarra, "Rhum And Coca" riesce a non esagerare le caricature caraibiche e "Mardi Gras" (cantata da Paixão) monta piacevoli tropicalismi à-la Jorge Ben. "Passo napoletano" flirta con l'elettronica e "L'africano" con lo swing, sorprende in positivo il quasi chill-out "Ischia sole nascente": una proposta, dunque, variegata e non arrogante, dove l'artista può permettersi il lusso di essere se stesso e si sente. Le canzoni, infatti, anche quando non perfette ("Il blues del peccatore" e "Salvami") restano comunque fruibili e poco cavillose.

L'album raggiunge il sesto posto nelle classifiche e viene portato in tour in tutta Italia, si parte in aprile da Palermo per chiudere il 29 maggio 2007 a Roma al Palalottomatica, dove intervengono sul palco anche Giorgia e l'israeliana Noa. Un anno dopo (16 maggio 2008) è tempo di festeggiamenti, esce difatti l'opera omnia prodotta da Michele Torpedine Ricomincio da trenta, che celebra i suoi primi trent'anni di carriera con un pensiero speciale: "Questo disco è dedicato a Troisi: per pudore non parlo dell'amicizia e dell'affetto che ci legava. Ma lavorando a questo progetto ho capito che quando è mancato lui è mancata anche una parte di me. Da solo è stato più difficile lottare contro i mulini a vento". Il triplo cd racchiude i momenti più intensi del lungo cammino, quarantuno brani storici di cui circa la metà riarrangiati con l'ausilio della band di Nero a metà (Marangolo, Vitolo e De Rienzo) e il mitico Supergruppo in schieramento completo (De Piscopo, Senese, Esposito, Zurzolo, Amoruso), tutti insieme appassionatamente nello stesso studio di registrazione, a Roma, con in più una sfilza di altri che lo accompagnano in quel periodo, impossibile citarli tutti (bastino i nomi di Al Di Meola, Noa e Chiara Civello).
Nel lotto quattro inediti molto belli, "L'ironia di sempre", "'O munn va" (colonna sonora di "La seconda volta non si scorda mai" di Alessandro Siani), "Anema e core" e "Acqua 'e rose", che svariano tra blues e il jazz-pop di Sade. Il ritrovato dream team allora ci prende gusto e l'8 luglio accende di nuovo Piazza del Plebiscito, stavolta con loro ci sono anche Giorgia, Irene Grandi, Avion Travel, Gigi D'Alessio e Nino D'Angelo, ma non è la stessa cosa, non tanto per loro demeriti, ma perché forse sono state proprio le troppe collaborazioni a snaturare nel corso degli anni l'essenza del sound Neapolitan e il senso della missione di Pino Daniele, che nel 2009 però zittisce tutti e torna in grande spolvero.

Electric Jam è un mini-album hard-blues di ottima fattura che farà felici i fautori di "Sesso e chitarra elettrica": il suono torna potente e lucido in tutte e sei le tracce (compresa "Il sole dentro di me" in coppia atipica con J-Ax degli Articolo 31, svettano "Dimentica" e "Cuore di pietra"), così l'Electric Jam European Tour, concluso trionfalmente in settembre a Capri, viene coronato da una serata all'Apollo Theatre di New York (dove Pino Daniele è di scena per la prima volta) con replica tre giorni dopo a Toronto.

Gli anni Duemiladieci: dal grande sogno alla scomparsa

Pino Daniele - Eric ClaptonAlcuni mesi dopo, 26 giugno 2010, Pino Daniele è tra i nomi di punta del Crossroads Guitar Festival, manifestazione benefica organizzata da Eric Clapton al Toyota Park di Chicago. Il napoletano si aggrega con Joe Bonamassa al set di Robert Randolph And The Family Band per un pomeriggio, manco a dirlo, stratosferico: kick-off a mezzogiorno e mezza sotto un sole cocente con "I Don't Know Much About Love", quindi una versione ritoccata di "Goin' Down" di Freddie King.
Boogie Boogie Man del 23 novembre 2010 (originariamente previsto come "Acoustic Jam" a ideale seguito del precedente Ep) contiene dodici tracce di cui la maggior parte remake di vecchi brani, stavolta delude il duetto con J-Ax "Siente fa accussì", ma anche quello più atteso con Mina "Napul'è", deformato da una mìse elettrica che sembra invece rivitalizzare "Che Dio ti benedica" e "Io per lei", più seducenti delle rispettive edizioni originali. Male anche "Je so' pazzo" con Mario Biondi, suscitano un moderato interesse "Chi tene o' mare" (insieme a Franco Battiato con versi in siciliano) e soprattutto le inedite "It's A Beautiful Day" e "Boogie Boogie Man" in salsa Allman Brothers.
La dimensione live, da sempre suo habitat naturale, prosegue intanto frenetica, e nella vita, si spera, non è mai tardi per realizzare i propri sogni, così anche per Pino Daniele, a 56 anni letteralmente "suonati", è finalmente arrivato il meritato momento di vivere il suo: il 24 giugno 2011, infatti, a un anno esatto dal loro primo incontro nel backstage del Crossroads Festival, tiene un concerto insieme a Eric Clapton a Cava de' Tirreni in uno stadio "Simonetta Lamberti" completamente gremito. "È come per un pilota guidare con Schumacher", racconta Pino Daniele in merito alla serata che coincide con una raccolta fondi per il reparto Oncologia dell' Ospedale Pausillipon di Napoli. I sedicimila presenti assistono a uno show che difficilmente dimenticheranno, si inizia con "Boogie Boogie Man" e l'immancabile "Napule è" per poi lasciar spazio ai pezzi più richiesti di Mr. Slowhand, "Cocaine", "Wonderful Tonight" e il capolavoro "Layla", cantato in chiusura a due voci.

Lo show con Clapton è il sigillo su una carriera irripetibile, che a trentacinque anni da Terra mia nel 2012 si arricchisce di un nuovo (sarà l'ultimo) capitolo intitolato La grande madre, anch'esso di non facilissima comprensione ma è il prezzo da pagare volentieri alla libertà di parola conquistata con la sua etichetta indipendente Blue Drag, dopo che aveva deciso, al risveglio il mattino dopo il concerto con Clapton, di accantonare le major per poter comporre senza obblighi o pressioni. Nuove sperimentazioni definite mèlo-rock, che nell'apertura "Melodramma" fondono musica e recital e indovinano nel pop-blues "Niente è come prima" e nella delicata "Due scarpe" (per solo piano e voce) due dei pezzi più convincenti.
La title track punta agli inarrivabili anni 70-80 con sveltine chitarristiche di retaggio claptoniano, ancor più evidenti nella cover "Wonderful Tonight" e nella strumentale "The Lady Of My Heart". "Searching For the Water Of Life" (interamente in inglese, testo di Kathleen Hagen) venne scritta per una campagna di Save The Children contro la mortalità infantile, "Coffee Time" e "'O fra" sconfinano invece nelle jam session improvvisate.
Infine, la toccante "I Still Love You" per voce e chitarra, "Piedi nudi" e "Il primo giorno di primavera", promosse a marzo in una lunga tournée che, dopo le metropoli italiane, plana oltreoceano direzione New York, Boston e Washington.

Nel marzo 2013 interpreta "Caruso" durante il concerto tributo in onore di Lucio Dalla a un anno dalla scomparsa, quindi il 10 luglio l'inossidabile Pino è protagonista al Foro Italico con "Sinfonico" in cui rilegge le sue partiture più importanti in chiave sinfonica, accompagnato dall'Orchestra Roma Sinfonietta, composta di 50 elementi guidati sempre da Gianluca Podio. Tra dicembre e gennaio 2014 arriva al Palapartenope "Napul'è-Tutta n'ata storia", cinque serate incentrate sul progressive napoletano, illustrate dai suoi esponenti storici e altri giovani mestieranti che ne ripercorrono le orme. Nel frattempo, dopo quasi vent'anni di matrimonio, l'unione con Fabiola Sciabbarrasi, già in crisi da qualche tempo, naufraga definitivamente a causa di un'altra donna, Amanda Bonini, per la quale il cantautore perde la testa. Ottenuto il divorzio, Pino Daniele si trasferisce con la nuova compagna in Toscana, dove riorganizza le idee in vista dei prossimi impegni.

Il primo settembre 2014 viene eseguito integralmente all'Arena di Verona Nero a metà con la ex-superband titolare al completo: James Senese al sax, Gigi De Rienzo al basso, Agostino Marangolo alla batteria, Ernesto Vitolo al piano e alle tastiere, Rosario Jermano alle percussioni e Tony Cercola ai bongos, mentre sul palco si alternano Emma, Elisa, Mario Biondi, Fiorella Mannoia e Francesco Renga. La standing ovation del pubblico e le critiche positive ricevute convincono Pino Daniele ad allargare il progetto, che a dicembre si estende a mini-tour dei palazzetti di Conegliano, Bari, Roma, Napoli e Assago (l'ultimo dei quali trasposto nel doppio album live Nero a metà live - Il Concerto- Milano 22 dicembre 2014, contiene l'inedito "Abusivo" che altro non è che una versione ammodernata di "O' posteggiatore", inserita nel '76 in quell'audiocassetta consegnata a Poggi dalla quale tutto ebbe inizio). Infine, la notte di Capodanno del 2014 prende parte al tradizionale appuntamento di Raiuno "L'Anno che verrà" in diretta da Courmayeur, dove intona "Dubbi non ho" per quella che resta in assoluto la sua ultima apparizione.

La sera del 4 gennaio 2015 Pino Daniele viene colto da un infarto nella sua casa di Orbetello e trasportato in condizioni disperate all'Ospedale Sant'Eugenio di Roma, dove dopo vani tentativi di rianimazione viene dichiarato il decesso alle 22.45 per "shock cardiogeno". Una scomparsa improvvisa, tragica, dolorosa, in circostanze mai del tutto chiarite, sulle quali ancora oggi si allungano le ombre del sospetto. È stato proprio lui a voler andare fino a Roma senza chiedere aiuto alle strutture di zona? Secondo l'ultima compagna Amanda Bonini sì, mentre l'ex-moglie Fabiola Sciabbarrasi e il medico consulente della famiglia Daniele escludono categoricamente che il cantante potesse avere la lucidità per prendere decisioni di alcun tipo, anzi, forse sarebbe bastato recarsi in ambulanza nella vicina Grosseto.
Ad ogni modo, con Pino Daniele se ne va certamente uno dei musicisti più importanti di tutti i tempi e un talento raro, limpido e cristallino, oltre a un uomo dal carattere schivo e pacato e forse proprio per questo capace sempre di travolgere con la voce ed emozionare con la chitarra o, chissà, viceversa.
La notizia in breve fa il giro del mondo, provocando forti reazioni, come ovvio, soprattutto nella sua Napoli, dove la sera del 6 gennaio uno sciame di centomila persone si riversa in Piazza del Plebiscito cantando quelle canzoni, le sue canzoni, che per quasi mezzo secolo hanno dato lustro, arricchito e reso più bello il cammino di un popolo e la storia di una città.
I funerali si svolgono in due momenti distinti, la mattina del 7 gennaio al Santuario della Madonna del Divino Amore, a Roma, e la sera a Napoli in piazza del Plebiscito, con funzione officiata all'aperto dal Cardinale Crescenzio Sepe, mentre l'urna contenente le ceneri dell'artista è rimasta esposta dal 12 al 22 gennaio nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino a Napoli per consentire alla sua città natale di rendergli omaggio (successivamente verrà trasferita e tumulata nel cimitero di Magliano, in Toscana).

Nel tran tran di iniziative commemorative seguite alla morte, "Napule è" diventa per un periodo l'inno ufficiale del Napoli Calcio per volere dell'attuale presidente Aurelio De Laurentiis, successivamente il comune di Napoli gli intitola una via nei pressi della sua casa d'infanzia, in quello che nel frattempo aveva assunto il nome di Vico di Donnalbina. "Qui è nata la storia di Pino", ricorda l'amico De Piscopo, "in questa strada hanno preso il via le note di quello che è stato senza dubbio uno degli esponenti più importanti della cultura partenopea". "Ricordo pochi artisti amati come lui", conclude Tony Esposito, "il suo ricordo resterà vivo e la sua musica accompagnerà ciascuno di noi per tutta la vita".
Il 14 maggio 2018, a oltre tre anni dalla scomparsa, viene pubblicato il brano inedito "Resta quel che resta", realizzato dal cantautore nel 2009 ma rinvenuto solo di recente (l'ultima incisione ufficiale, invece, è "Da che parte stai" in duetto con Clementino, che si può ascoltare sull'album "Miracolo!" del 2015 del rapper nolano). Infine, nel 2019, durante la seconda serata del 69esimo festival di Sanremo, le due figlie Sara e Cristina ritirano un premio alla carriera e alla memoria consegnato da Claudio Bisio, mentre nel mese di ottobre tocca alle Poste Italiane omaggiare il compianto bluesman con un francobollo in cinque colori diversi. Presso il Museo Della Pace - MAMT sito in via Depretis n. 130 a Napoli, infine, si può visitare un'esposizione permanente chiamata "Pino Daniele Alive", che grazie all'intesa con la Pino Daniele Trust Onlus concede l'ingresso gratuito nei suoi spazi.

(Foto nel box di Antonio Siringo)

Pino Daniele

Un napoletano in blues

di Giuseppe D'Amato

Chitarrista straordinario di impostazione blues, Pino Daniele è stato uno dei musicisti più rivoluzionari dell'intero panorama italiano, capace di rinnovare la tradizionale canzone melodica con l'inserimento di sonorità jazz, funky, rock e blues e un originale miscuglio di inglese e dialetto. Ecco la sua storia, da "Terra mia" (1977) sino alla scomparsa nel 2015
Pino Daniele
Discografia
Terra mia (Emi, 1977)

7,5

Pino Daniele (Emi, 1979)

8

Nero a metà (Emi, 1980)

9

Vai Mo' (Emi, 1981)

9

Bella 'Mbriana (Bagaria, Emi, 1982)

8,5

 Musicante (Bagaria, 1984)

7

Sciò Live (live, Bagaria, 1984)

8

 Ferryboat (Sciò Records, Emi, 1985)

7,5

 Bonne Soirée (Bagaria, Emi, 1987)

6,5

 Schizzechea With Love (Emi, Bagaria, 1988) 6
 Mascalzone latino (Emi, 1989)

6,5

 Un uomo in blues (Warner, 1991)

 6

 Sotto O' Sole (Cgd, antologia, 1991)

 

 Che Dio ti benedica (Cgd, 1993)

7

 E sona mo' (Cgd, live, 1993)

6,5

 Non calpestare i fiori nel deserto (Cgd East West, 1995)

5

 Dimmi cosa succede sulla Terra (Cgd East West, 1997)
 4,5
 Come un gelato all'Equatore (Cgd East West, 1999)
 4,5
 Medina (Rca, 2001)

6

 Passi d'autore (Blue Drag, 2004)

 6

 Iguana Cafè – Latin blues e melodie (Sony, 2005)

5

 Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui (Sony, 2007)

6,5

 Ricomincio da trenta (antologia, Sony, 2008) 
 Electric Jam (Sony, 2009)

7

 Boogie Boogie Man (Rca, 2010)
 5,5
 La grande madre (Blue Drag, 2012)

6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Terra mia
(da Terra mia, 1977)

Napule è
(da Terra mia, 1977)

 

Je so' pazzo
(da Pino Daniele, 1979)

I Say I' Sto Ccà
(live, da Nero a metà, 1980)

Quanno chiove
(live, da Nero a metà, 1980)

A me me piace o' blues
(live, da Nero a metà, 1980)

Yes I Know My Way
(da Vai mo', 1981)

Un giorno che non va
(da Vai mo', 1981)

Bella 'mbriana
(live, da Bella 'mbriana, 1982)

Tutta n'ata storia
(live, da Bella 'mbriana, 1982)

Pino Daniele - Live RSI 1983
(Concerto completo)

Ferryboat
(
da Ferryboat, 1985
)

O scarrafone
(da Un Uomo in blues, 1991)

Che Dio ti benedica
(da Che Dio ti benedica, 1993)

Io per lei
(da Non calpestare i fiori nel deserto, 1995)

Dubbi non ho
(da Dimmi cosa succede sulla Terra
, 1997)

Neve al sole
(da Come un gelato all'Equatore, 1999
)

Sara
(da Medina, 2001
)

Pigro
(da Passi d'autore, 2004)

Anema e core,
(da Ricomincio da trenta, 2008)

Il sole dentro di me
(da Electric Jam, 2009)

 

Boogie Boogie Man
(da Boogie Boogie Man, 2010)

Pino Daniele su OndaRock
Recensioni

PINO DANIELE

Nero a MetÓ Live - Il Concerto - Milano 22 dicembre 2014

(2015 - Blue Drag Publishing, Sony Music)
L’ultima esibizione live del compianto bluesman, insieme agli amici di sempre

PINO DANIELE

Nero a metÓ

(1980 - Emi)
Il capolavoro del cantautore napoletano: un affresco poetico irripetibile, tra world music e tradizione ..

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