Antonello Venditti

Antonello Venditti

Le cose della vita

di Alessio Belli

Rappresentante d'una stagione unica per il cantautorato italiano, suggellata a colpi di grandi album, intrisi di passione, sentimenti e rivendicazioni sociali, Antonello Venditti, l'uomo al piano del Folkstudio, il menestrello di una Roma amara e struggente, si è progressivamente adagiato sui trionfi pop degli anni 80. Rischiando di mettere in ombra i capolavori della prima fase di carriera
Introduzione

Partiamo da una scena de "La Grande Bellezza". Jep Gambardella è a cena con Ramona in un sontuoso ristorante capitolino. Con fare confidenziale e abitudinario, saluta una persona seduta a un tavolo poco lontano. È un noto cantautore romano, che ricambia con cordialità: Antonio (poi Antonello) Venditti. Un cameo che è anche l'omaggio di Paolo Sorrentino a quello spicchio di romanità che l'ex-asso del Folkstudio ha incarnato in una lunga carriera, iniziata all'alba degli anni 70 e proseguita fino ad oggi.

Venditti nasce a Roma, l'8 marzo 1949, il giorno della Festa della Donna, sotto il segno dei Pesci. La sua vita sarà narrata, come un diario a puntate, proprio attraverso le sue canzoni, sempre ricche di fotogrammi biografici, di ricordi d'infanzia e adolescenza. "Mio padre ha un buco in gola" (Le cose della vita, 1973), ad esempio, è la cruda e spietata rievocazione di un contesto familiare difficile: la ferita di guerra del padre pluridecorato, tornato a casa dopo sei anni di prigionia in Kenya, la mamma-maestra di latino e greco, severa in ogni circostanza, la nonna ipercattolica fin troppo apprensiva, i problemi di peso... È un legame profondo e travagliato, quello del giovane Antonello con la famiglia, in particolare con la madre, Wanda Sicardi. Attorno al complicato rapporto tra i due, ruoterà l'autobiografia "L'importante è che tu sia infelice", scritta dall'artista romano nel 2009, proprio dopo la scomparsa della madre, alla quale pare sia da attribuire la famigerata frase del titolo. "Non l'avrei mai scritto questo libro, se lei non fosse morta - ha raccontato Venditti - Mi ha lasciato un baule pieno dei suoi diari, che non ho il coraggio di aprire, perché temo di scoprirvi una persona diversa da quella che non mi ha mai riservato una buona parola. Voleva controllarmi, sperava nei miei fallimenti, nella fine delle mie storie con le donne. Non mi ha mai detto che una mia canzone fosse bella. Devo alla durezza di Wanda la mia rivendicazione della libertà, il percorso fatto per cercare me stesso. Forse la mia voce è la sua".

Così con un minimo sforzo possiamo immaginare chi si celi anche dietro i versi di "Robin" ("E suo padre lo voleva avvocato/ E sua madre per lo meno professore/ E sua nonna lo sperava un altissimo prelato"), altra istantanea familiare agrodolce tra i solchi di Buona Domenica (1979), mentre i ragazzi del celebre incipit di "Notte prima degli esami" (Cuore, 1984) non sono altro che I Giovani del Folk(studio): Ernesto Bassignano, Luigi Lo Cascio, Francesco De Gregori e Antonello Venditti, detto "Il Cicalone", l'unico con il "pianoforte sulla spalla" in mezzo a quegli incalliti chitarristi. Senza dimenticare "Giulio Cesare" (Venditti e segreti, 1986), nome del liceo del quartiere Trieste frequentato dall'alunno Venditti nato in via Zara, dove "Eravamo trentaquattro quelli della terza E/ Tutti belli ed eleganti tranne me. (...) E mio padre una montagna troppo alta da scalare...". In "Che fantastica storia è la vita" toccherà a lui inaugurare la rassegna delle tante storie e volti di inizio millennio: "Mi chiamo Antonio e faccio il cantautore/ E mio padre e mia madre mi volevano dottore/ Ho sfidato il destino per la prima canzone/ Ho lasciato gli amici, ho perduto l'amore".
Esistenza e canzoni intrecciate nel percorso di un autore che ha segnato la storia della musica d'autore italiana: gli anni 70 prolifici e impegnati, culminati nei suoi indiscussi vertici, i due decenni successivi passati tra i bagni di folla e la vetta delle classifiche, e un'attuale pensione artistica, per godersi i tributi delle giovani leve e l'affetto di chi lo ha seguito fin dagli esordi.

Prima parte: gli anni 70

Antonello VendittiLa storia musicale di Venditti inizia subito con due prodezze in romanesco, "Roma Capoccia" e "Sora Rosa", entrambe composte a soli 14 anni, sul pianoforte di casa. Un approccio allo strumento che nasce soprattutto dalla solitudine, se non dalla disperazione, del giovane Antonello, costretto dall'insegnante a svolgere due anni di solfeggio.
Leggenda vuole che a quei tempi il Nostro, tra un giro e l'altro per Corso Trieste, portasse sempre con sé un registratore per far ascoltare i suoi precoci risultati compositivi.
Di estrazione borghese, ma sempre sensibile alle vicende più umili e drammatiche della sua città, Venditti sa come comunicare immagini vive e potenti, accompagnato dall'inseparabile strumento e da un timbro vocale impetuoso, che è un vero e proprio marchio di fabbrica.
A tutt'oggi "Sora Rosa" brilla - anzi, brucia - di una rabbia e di un'intensità rare. La sincera confessione e l'idea del suicidio come unica possibilità di sollievo ("A Sora Rosa me ne vado via/ C'ho er core a pezzi pe'lla vergogna"... "Sai che ti dico, io mo' me butto ar fiume/ Così finisco de campa' sta vita"), mentre incombe il climax musicale, lasciano spazio a uno scorcio di speranza consegnato con un'immagine forte, brutale e allo stesso tempo nobile:
C'è solo questo de vero pe' chi spera
Che forse un giorno chi magna troppo adesso
Possa sputa' le ossa che so' sante
Che dire poi di un brano che ha travalicato se stesso, fino a diventare simbolo di una intera città? "Roma Capoccia", però, non è uno spot, una cartolina ben confezionata. Immerso nel suo ardore melodico, Venditti coglie perfettamente le contraddizioni della Città Eterna, dove decadenza e sporcizia ("Un robivecchi te chiede un po' de stracci") camminano fianco a fianco con la bellezza e la Storia, sferzando il dipinto con il suo pessimismo ("Roma capoccia der mondo infame"). I tanti piccoli scorci e le istantanee di vita della Capitale al tramonto si succedono in una ballata appassionata, in cui l'estensione vocale di Venditti - "ugola di tungsteno", secondo l'efficace definizione del produttore Lilli Greco - si staglia netta sul morbido accompagnamento di chitarra, tipico di tanti stornelli capitolini. A rendere ancora più autentiche le due composizioni, la scelta del cantato in dialetto romanesco.
Con questi brani (più "Viva Mao"), avvolto nel fedele montgomery, Venditti sostiene un provino al Folkstudio. Lo storico locale trasteverino, gestito in quegli anni da Giancarlo Cesaroni, è la culla delle nuovi voci più interessanti dell'epoca e può fregiarsi anche del leggendario passaggio di Bob Dylan nel 1962. Su quel palco si formano artisti come Mimmo Locasciulli, Edoardo De Angelis, Luigi Grechi, Stefano Rosso e Rino Gaetano. Passeranno di lì anche Giovanna Marini, futura custode della musica popolare italiana, e un giovane Francesco Guccini che vi registrerà parte della sua "Opera Buffa".
Tra canzone politica, folk (ovviamente) e tanto jazz, sarà proprio nella location di via Garibaldi 59 che verrà coniato - ad opera del celebre discografico Vincenzo Micocci - il termine "cantautore".
Venditti, avvinghiato al pianoforte, fa tremare le pareti del club con il suo vocione prepotente. "Antonello è buono, generoso, spaccone proprio come il Cicalone che resterà sempre - lo ritrae Ernesto Bassignano nel libro "Canzoni pennelli bandiere supplì" - Già allora è mezzo comunista ateo e mezzo cattolico credente, perché lui è in pratica il compromesso storico fatto uomo. Lo chiamano Mifune perché sembra davvero il celebre Toshiro dei "Sette Samurai". Arriva dopo aver parcheggiato il suo Maggiolone nero e subito attacca con la sua nuova barzelletta fresca di giornata: è inesauribile. Sempre col montgomery, anch'esso nero, con una barba ben curata e dei capelli che sono la sua pena. Basta toccarglieli perché si terrorizzi: 'Nooo che mi cascano, lasciatemeli stare, maledizione!'".

Ben prima della consacrazione da Oscar nella Città eterna visionaria di Sorrentino, il legame di Venditti con il cinema era nato sempre a Roma, ma in tutt'altra location: ne "La Banda del Gobbo" di Umberto Lenzi (1977), classico poliziottesco dell'epoca nelle cui musiche trovava posto anche "Roma Capoccia" e in cui era possibile ammirare un appassionato Tomas Milian reinterpretare con mitragliatrice in braccio un verso di "Sora Rosa". Venditti, insomma, è sensibile, impegnato, ma anche molto popolare, diretto. Per questo è lui il vero asso per il grande pubblico forgiato dalla fabbrica del Folkstudio.

Antonello Venditti - Francesco De GregoriLa sua prima prova su Lp, Theorius Campus (1972), è firmata insieme al collega e amico di una vita Francesco De Gregori. Ma mentre quest'ultimo - chitarra al collo - guarda a Bob Dylan, Venditti, seduto al suo inseparabile piano, si rifà più a maestri come Cat Stevens e l'Elton John di "Tumbleweed Connection" e "Madman Across The Water". Anche caratterialmente i due sono agli antipodi: timido e schivo l'uno, esuberante e viscerale l'altro. Ma insieme funzionano, proprio come una coppia ben assortita.
Theorius Campus è un nome di fantasia, ma va benissimo per una raccolta di brani eterogenei e singolari come questi, sospesi tra folk, canzone popolare e songwriting. In cabina di regia c'è Italo Greco, detto Lilli, produttore ex-Rca che ha riunito per l'occasione un team di musicisti inglesi: Derek Wilson alla batteria, Dave Summer alla chitarra elettrica, Donald Meakin alla chitarra acustica, Mike Brill al basso, più Maurizio Giammarco al flauto e, naturalmente, i Nostri Venditti al piano, De Gregori alla chitarra, con contributi sporadici alla sei corde del ritrovato Lo Cascio.
Le registrazioni avvengono in una sola settimana nel piccolo Studio 38 di Roma, dove in quegli anni si affacciano altri giovani emergenti come Riccardo Cocciante, Rino Gaetano e Fiorella Mannoia. In studio c'è anche un moog, che apparirà furtivamente in alcuni episodi. Il disco, griffato in copertina dall'Ofelia di Shakespeare ritratta nel 1851 da John Everett Millais, è diviso (quasi) a metà: sei brani di Venditti, quattro di De Gregori, più due condivisi. Il motivo dello squilibrio è presto spiegato dallo stesso Francesco: "Io cantavo peggio. Venditti era il cantante; poi aveva dei pezzi più belli, più ascoltabili, mentre io allora facevo delle ballate su due accordi".
I pezzi di Venditti, scanditi da un uso spesso ritmico del piano, sono potenti e passionali, ficcanti anche quando ripiegano nel microcosmo romanesco. I pezzi di De Gregori, invece, non sono mai così diretti, sono piccoli racconti, densi di passaggi ermetici ed ellittici, cesellati con un fingerpicking secco ed essenziale.
Criptico fin dal titolo e dalla copertina (dove non appaiono nemmeno i nomi degli autori), Theorius Campus mette in luce tutta la potenza comunicativa di Venditti, intellettuale popolare (come ama autodefinirsi) che non avrà la capacità poetica del ben più ricercato De Gregori, ma viene fin da subito recepito come la nuova voce della romanità, nonché potenziale miniera d'oro dai discografici.
Apre l'opening esistenzialista "Ciao uomo", dialogo tra due astronauti che su un manto sintetizzato si mettono all'inseguimento di "una cometa che viene dell'Est", nella quale forse possiamo leggere il mai nascosto orientamento politico del Nostro. Ma a dare sostanza al disco sono anche "La cantina", che unisce amore e un ricordo del passato; "È caduto l'inverno", nuovo diario di tormenti sentimentali costruito su un pregevole spunto melodico che decolla nel finale strumentale; "L'amore è come il tempo", dove Venditti sfodera un altro bel testo, pur non riuscendo a calibrare al meglio il suo potenziale vocale.
"Dolce signora che bruci" (di De Gregori), cantata a due voci, insinua invece il sospetto che l'improbabile tandem, pur non essendo proprio la versione italiana di Simon & Garfunkel, non avrebbe affatto sfigurato: suadente e ironica, delinea un altro ritratto femminile spiazzante.
Infine, gli unici brani composti dai due insieme: "Vocazione 1 e ½" offre un ritratto semiserio di un sacerdote, affogato tra coretti celestiali ed effetti misticheggianti, mentre "In mezzo alla città" è poco più di un divertissement, addirittura "la canzone più brutta che abbiamo mai scritto", stando a De Gregori, che la ricorda così: "Fu un tentativo mio e di Venditti di fare una canzone commerciale con un testo adeguatamente stronzo. Una cosa molto sputtanante, infatti piaceva abbastanza ai discografici, allora".

Se la collaborazione di Theorius Campus era nata essenzialmente per motivi economici e competitivi, quasi come una sfida tra i due astri nascenti del cantautorato romano, il rapporto personale tra Venditti e De Gregori si rivelerà uno dei più tormentati e perfino romanzeschi della storia della musica italiana. Dal tour ungherese del 1970 fino al grande gelo durato per anni, passando per le più o meno esplicite allusioni e frecciatine reciproche (da "Francesco" di Venditti a "Piano bar" di De Gregori), i due compagni del Folkstudio hanno manifestato sempre due personalità umane e artistiche agli antipodi, eppure visceralmente legate. Il riavvicinamento tra i due avverrà nel 1996, in occasione della campagna elettorale per le elezioni politiche. "Stamattina ho telefonato a Francesco e gli ho chiesto se gli andava l'idea di esserci, per un saluto a Veltroni. Mi ha richiamato e mi ha detto: sì Antonello, ma se ci andiamo cantiamo insieme", racconterà il nostro.
Seguirà un progressivo percorso di riappacificazione, che passerà anche attraverso plateali scuse, come quelle rivolte da Gregori all'amico nel 2003: "Antonello, ti devo confessare che quando hai scritto l'inno della Roma, sono rimasto spiazzato in modo anche spiacevole, da cantautore impegnato con la puzza sotto il naso, da cantautore col 'K'. Invece è una straordinaria canzone. La canto in certi momenti formidabili della Roma, come si fa a non cantarla...". Venditti tornerà persino a duettare con De Gregori in "Io e mio fratello" del 2003 e salirà sul palco del Teatro Garbatella durante la residency dell'autore di "Rimmel". E così via, fino addirittura al concerto in duo dell'Olimpico, previsto per l'estate 2021.

Dopo quel doppio successo, nel 1973 Venditti pubblica i suoi primi veri e propri passi discografici da solista su Lp, con L'orso bruno e Le cose della vita.
Nonostante sia spesso identificato con i grandi successi pop sentimentali che dalla fine dei 70 in poi gli hanno garantito fama eterna, e quasi mai associato alla categoria dei cantautori "impegnati" della sua generazione, Venditti ha invece fatto della denuncia sociale e politica un tratto distintivo della prima parte di carriera. Una fase ben più cupa e complessa, che ha finito probabilmente col venire oscurata dal successo di quello che pure resta uno dei suoi capolavori, Sotto il segno dei pesci, da molti identificato addirittura come il suo primo disco. L'equivoco peserà profondamente sulla percezione dell'artista-Venditti, finendo con l'oscurare quanto di prezioso e originale era riuscito a racchiudere nella prima fase della sua produzione, molto spesso del tutto sconosciuta ai suoi detrattori.

Antonello VendittiBen arrangiato e ricco di spunti orchestrali, L'orso bruno propone nuovi episodi ispirati da questioni sociali e politiche, come "L'uomo di pane", spaccato amarissimo di emarginazione e solitudine, "Sottopassaggio", ritratto di un mendicante cieco, "Lontana è Milano" (sul tema dell'emigrazione al Nord) e "L'ingresso della fabbrica" (firmata con De Gregori), una ballata sulle contraddizioni del lavoro femminile che si apre con una citazione al piano della "Your Song" di Elton John, autore di riferimento del cantautore romano, omaggiato anche title track, che strizza l'occhio a "Indian Sunset" (dal succitato "Madman Across The Water"), per un brano dal forte respiro ambientalista che frutterà anche a Venditti l'occasione di un concerto per il Wwf.
Ma l'ex-pupillo del Folkstudio osa anche sul piano musicale, sperimentando con l'accoppiata di brani lunghi "Il mare di Jan" e "Dove", prima della conclusiva "Il sottopassaggio". Episodi in cui però si scorge anche il tentativo dei discografici di fare sempre più di Venditti "l'Elton John trasteverino", ricorrendo a una (sovrap)produzione fin troppo levigata e pomposa, che lo stesso cantautore contesterà, definendola "roba da Festival di Sanremo".
A spiccare, così, è un altro racconto straziante ambientato nella Capitale: "E li ponti so' soli", storia di una vecchia clochard che vive sulle rive del Tevere, a chiusura di un ideale Trittico Romanesco, formato anche da "Roma Capoccia" e "Sora Rosa".

Se L'orso bruno compie comunque un passo in avanti rispetto agli spunti intravisti in Theorius Campus, la posta in gioco si alza drasticamente con Le cose della vita. Potremmo usare il termine cinematografico reboot e considerare l'opera un secondo esordio, poiché coincide anche con l'abbandono della It e il passaggio alla Rca, fucina del cantautorato di qualità italiano del periodo, sotto l'egida di Ennio Melis e Vincenzo Micocci.
Le cose della vita è un vero e proprio concept compositivo, in cui Venditti scarnifica se stesso e la forma canzone, sostenuta solo da voce, pianoforte ed eminent. Alla base del disco c'è un rifiuto: come già sottolineato, il musicista romano non ha gradito il lavoro effettuato da Vince Tempera nell'album precedente e opta allora per la più netta delle contrapposizioni. Mandando in soffitta il buon Elton John ed esaperando la carica ossessiva delle sue partiture pianistiche. Con performance vocali che si fanno sempre più inquiete e alterate, e testi conseguentemente ancor più duri e diretti.
Dirompente, ad esempio, la brutalità con cui Venditti parla di se stesso, della sua vita, del torbido sesso di "Mariù", storia di voyeurismo giovanile che suona quasi come una "Albachiara" ante litteram (in questo caso, davanti a una finestra), ma anche il ritratto rabbioso della propria città, non più al tramonto ma in fiamme (la lacerante "Brucia Roma", giocata solo su due accordi metallici). E colpisce con inusitata violenza anche la vibrante reinterpretazione di "E li ponti so' soli".
Il brano che dà il titolo al disco, poi, suona quasi come il suo primo manifesto:
Per te che non mi stimi
E non ti tocca quel che dico,
Io non ho da dirti molte cose in più
Di quel che ho detto
Continuerò a cantare le cose della vita.
Non c'è differenza nel passaggio dalla sfera sociale a quella privata. Venditti picchia sempre duro senza pietà, che sia lo scontro generazionale de "Il treno delle sette", la lotta di classe di "Stupida Signora" (torbida storia di schiavitù sessuale), oppure la love story di "Le tue mani su di me", contorta ibridazione di intimo e politico, con versi che non lasciano troppo spazio all'immaginazione: "È difficile chiamarti amore/ Quando il mondo sta vivendo sul tuo corpo innamorato/ La sua vanità/ Una foglia stupida/ Cade a caso sull'asfalto e se ne va/ Una fabbrica occupata sulle nuvole/ E un fucile che rimpiange Waterloo".

Una rabbia che monta sempre più, nel cantautore romano, con esiti perfino paradossali.
Quando immaginiamo celebri musicisti arrestati per via delle loro canzoni o dei loro testi, la mente corre al punk più iconoclasta o alle rockstar più trasgressive. Eppure, tale sorte è toccata anche al Nostro, che per la canzone "A Cristo" in Quando verrà Natale(1974) è stato condannato a sei mesi con la condizionale per vilipendio della religione. Basta leggere il testo per farsi un'idea chiara di come tutto fosse frutto di una gigantesca opera di mistificazione e bigottismo. Un maresciallo dei carabinieri, presente tra il pubblico del Teatro dei Satiri durante uno show, decise che il verso "Ammazzate Gesù Cri', quanto sei fico" (su disco sarà poi "Ammazzali Gesù Cri', quanto so' fichi") fosse da sanzionare, fraintendendo la frase e il senso del brano, che non risulta affatto offensivo nei confronti della religione. Tutto è invece giocato sul filo di un'ironia tipicamente romanesca, che discende direttamente da Belli e Trilussa:
M'hanno detto
che Cristo è stato a Roma
e janno detto pure
ma 'ndo'vai, quo vadis?
ariccojete tutto, stracci e idee
ma a Roma no, nun ce torna'

Voj anna' forse
finì morì ammazzato
da st' bboni centurioni che tu sai
che te pregheno
e te fregano tutti i giorni
in nome della loro autorità
Attualizzando la figura del Redentore, Venditti chiama in ballo personalità politiche del periodo, come l'israeliano Moshe Dayan, e i dolorosi confilitti in Irlanda e nel Vietnam. Se il tono del brano è scanzonato, insolente, nel finale filtra anche un raggio di speranza inedito, se si pensa alla drammaticità della "Sora Rosa" di un paio di anni prima:
E nun ce facciamo l'affari nostri, nun ce li facciamo pe' carità
Mo nun te fa' l'affari tua - finché la pace non verrà
E nun te fa' l'affari tua finché la pace non verrà
Nun te fa' l'affari tua
finché la pace non verrà.
L'incitazione alla non rassegnazione, alla protesta attiva, è il vero messaggio di un brano tanto naif quanto sincero e vibrante. Riguardo invece il rapporto con la religione, nel libro "Note su Dio, i cantanti e la fede" di Giampaolo Mattei, Venditti dichiarerà: "Sono comunista e profondamente cattolico, credo fermamente che alla base della nostra vita ci sia il Cristo e la Croce". Insomma, il fatidico "compromesso storico" su cui ironizzava Bassignano.

Quando verrà Natale è l'anello mancante, il punto d'incontro tra i due esordi. Restano arrangiamenti spartani e l'assetto voce-pianoforte domina incontrastato, ma a fare compagnia alla base inamovibile della composizione è il ritorno di altri musicisti, che in questo caso sono i componenti del gruppo The Cyan più altri colleghi, come il chitarrista torinese Luca Balbo o il violinista Carlo Siliotto e il polistrumentista Pablo Romero.
La famigerata traccia iniziale è aperta da un fresco gioco di chitarra, a cui segue l'intenso ritratto di "Marta", primo nome di donna della sterminata antologia femminile vendittiana, con la sua vita in bilico tra studio, lavoro e un padre oppressivo. Venditti non solo offre sostegno e vicinanza alla sua ribellione, ma, immedesimandosi in lei, ne approfitta per fare i conti con se stesso:
Io, io non sono niente
ma ho vissuto come te
sempre chiuso nello specchio
aspettando un altro me.
Torna anche Roma, citata specificatamente attraverso due piazze: la prima è "Piazzale degli Eroi", storico covo della destra con le "troppe scritte nere, nere sui muri"; la seconda è "Campo de' Fiori", dove campeggia il monumento a Giordano Bruno: a Venditti, fresco di condanna per "A Cristo", pare un luogo simbolico per sfogare tutta la sua rabbia e la sua ansia di libertà, in un vibrante tour de force introdotto dal charango di Pablo Romero e sviluppato tra i rintocchi dilatati del piano (il brano sarà anche reinciso dalla Schola Cantorum, il gruppo vocale di Edoardo De Angelis).
Dopo la distopica e aliena "Figli del domani" (dove ci si interroga su "una macchina molto strana che non sorrideva mai"), chiude il disco su opposte atmosfere la title track, con il suo mantra di speranza: "Tutto il mondo cambierà, tutto sorriderà". Poche parole, ripetute come un trascinante e contagioso slogan.

Antonello VendittiIl passo successivo, Lilly (1975), con la sua copertina rossa e un volto femminile costruito su ritagli di giornale, è un ancora più ispirato e trova posto direttamente tra gli highlight della carriera del cantautore romano. La sua voce sale ancor più in cattedra, elevandosi sul contesto strumentale.
Dopo quello di "Marta", il nuovo ritratto femminile vira su tinte decisamente più drammatiche, narrando la straziante vicenda di droga e autodistruzione della title track. Nei sei minuti della ballata folk di "Lilly", Venditti suggella una totale identificazione con le storie e i personaggi narrati. Si parte con una leggera chitarra, poi la brutale e al contempo compassionevole descrizione dell'odissea dell'amica devastata dall'eroina. Il testo e il cantato sono incentrati totalmente sulla reiterazione del nome della protagonista, a cui si alterna la drammatica ricostruzione degli stati d'animo e dei pensieri di chi le era accanto: puro pathos, senza un grammo di retorica. Il dolore del ricordo dei bei tempi ("Studiavamo insieme/ Viaggiavamo insieme"), la rabbia ("Li dovevano arrestare!") e una cronaca spietata, una descrizione ultrarealista, giocata su un crescendo strumentale e su una successione di scatti che restano indelebili, come pannelli di una ideale via crucis:
Quattro buchi nella pelle
Carta di giornale
Nuda e senza scarpe
Bianca, e non in ospedale
Senza catene
Senza denti per mangiare
Una montagna di rifiuti.
"Lilly esisteva, si chiamava Patrizia, spero solo che sia ancora viva", ha raccontato qualche anno fa Venditti. La canzone resterà tra i suoi classici assoluti e sarà anche ripresa nella scena finale dell'ottava puntata della seconda stagione della serie televisiva "Romanzo Criminale".
Dopo questo capolavoro, il disco dosa al meglio gli ingredienti caratteristici dell'autore. Torna la romanità popolana e la battaglia in difesa degli ultimi nell'appassionata "Santa Brigida" (preghiera dei contadini alla santa per salvaguardare i raccolti), dove la sontuosa orchestrazione di Giuseppe Mazzucca e Nicola Samale asseconda il canto infervorato di Venditti. Si riaffaccia anche la Storia, narrata a modo suo, attraverso il racconto di "Attila e la stella", in cui il re degli Unni viene arrestato da papa Leone Magno. E la caustica ironia del cantautore romano si sublima nell'acustica "Penna a sfera", invettiva contro la stampa e in particolare Enzo Caffarelli, il giornalista di Ciao 2001 che lo aveva attaccato insieme a De Gregori per la solita questione dell'apparente conflitto tra agiatezza del musicista e lotta politica. In pratica, l'accusa che a Francesco sarebbe stata rivolta di lì a poco nel celebre "processo" del Palalido.
Non mancano anche nuovi tumulti del cuore, narrati nello stile asciutto del cantautorato 70, in "L'amore non ha padroni", ballata dolorosa, sentita, puntellata dai colpi sui tasti del pianoforte prima dell'arrivo della batteria ad accompagnare la seconda parte.
Altro pilastro della produzione vendittiana è l'ambientazione scolastica e "Compagno di scuola" ne è il saggio più celebre e toccante. Un'istantanea fulminante di un passato colmo di sentimenti ed emozioni. Lo spirito di quegli anni è fissato per sempre, come in un vecchio ritaglio di giornale, in un servizio d'archivio. In "Compagno di scuola" siamo nel campo degli amarcord struggenti e spietati, che fanno i conti con il passato, senza cullarsi nella nostalgia ma mettendo in discussione tutto, a cominciare da se stessi. Un ripensamento che, nella fattispecie, coinvolge una generazione intera e i suoi ideali, più o meno accantonati o rinnegati. Si susseguono così momenti di vita adolescenziale ("Davanti alla scuola, tanta gente/ Otto e venti, prima campana... E spegni quella sigaretta/ E migliaia di gambe e di occhiali di corsa sulle scale"), fanciullesche delusioni amorose e il bilancio amaro del '68 e dei movimenti politici. Quella stagione è amaramente svanita, ma la forza della canzone è ancora intatta:
E il tuo impegno che cresceva sempre più forte in te
Compagno di scuola, compagno di niente
Ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente
Ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
A impreziosire ulteriormente Lilly, un'altra delle composizioni più alte di Venditti: lo spettrale tour de forcevoce-piano di quasi dieci minuti di "Lo stambecco ferito", ispirato dalla controversa vicenda dell'imprenditore Felice Riva (lo "stambecco" è il sistema rappresentato dal ricco industriale sfruttatore che tenta la fuga in Svizzera lasciando in rovina 18.000 operai, mentre il "bracconiere" che lo vuole uccidere incarna la giustizia proletaria). Dietro l'intreccio di lente e dilanianti strofe sibilline, visivamente potenti ed evocative, si cela la convivenza - drammaticamente presente in quegli anni - tra violenza e lotta politica: "E due fabbriche chiuse in Calabria/ Aspettano il pane/ La polizia, malgrado gli sforzi/ Ha perso le tracce". Così l'uomo con il fucile è pronto a farsi giustizia:
Io lo spio mentre il vino
Mi gonfia le vene
E il fucile imbracciato
Aspetto stambecchi
Progressivamente si arriva alla resa dei conti. Il cacciatore ha preso la mira, ma a braccarlo è la polizia. Uno sparo e gli ultimi amari versi sanciscono l'esito della caccia, sublimato da una spettacolare coda strumentale al pianoforte, di marca quasi jazz. Anche nelle introduzioni nei live, Venditti si è sempre rifiutato di fornire interpretazioni precise sul brano, anzi, ha calcato la mano sull'ambiguità dell'opera, chiusa dalla sezione strumentale "La morte del bracconiere", vera e propria firma d'autore per un pezzo da antologia. L'imprenditore Riva, invece, tornerà in Italia, senza mai scontare una condanna per bancarotta fraudolenta aggravata.

Album maturo di un cantautore che ha trovato un equilibrio vincente tra le intuizioni folk degli esordi, l'istinto pop e una sorprendente vena sperimentale, Lilly metterà d'accordo tutti, critica e pubblico, centrando anche due lusinghieri primi posti in classifica (il brano omonimo tra i 45 giri, l'Lp tra gli album).

Dopo aver legato ancora di più il suo nome alla sua città componendo con Sergio Bardotti l'epica "Roma (non si discute, si ama)", inno della squadra di calcio giallorossa (di cui lo zio era tra i fondatori), Venditti pubblica Ullàlla (1976), il suo disco più politico e cupo, in cui a dargli man forte è un giovane Ivan Graziani, che porta in dote il suo esuberante chitarrismo di marca rock.
Quasi sentendosi in colpa per il successo commerciale del predecessore, il cantautore romano ci mette la faccia - fin dallo scatto di copertina, ad opera di Carlo Massarini - e si dedica totalmente all'impegno civile, sociale e politico.
La straziante "Canzone per Seveso" rievoca il celebre disastro del 10 luglio 1976 nell'azienda Icmesa di Meda, con la sua nube tossica di diossina ad avvelenare le case della Brianza; il delicato tema della prostituzione è al centro di "Strada" e dell'ancora più scomoda "Maria Maddalena" (sullo sfruttamento delle minorenni); mentre il compromesso storico e una riflessione sul '68 si riaffacciano nella caustica "Nostra Signora di Lourdes" e nella chitarristica "Jodi e la scimmietta", dal testo duro e sferzante ("un giorno vide il presidente/ la sua stella d'oro sopra il petto/ e lui capì che lo doveva uccidere/ per ridare alla scimmietta un nuovo modo di vivere").
"Per sempre giovane" chiude l'opera come in "Quando verrà Natale": con un messaggio semplice, ripetuto per tutta la durata della canzone.
Ullàlla è un episodio dagli esiti sfortunati, in parte rinnegato dall'autore stesso, che non apprezzò le decisioni in post-produzione e lasciò l'etichetta Rca. Eppure, riascoltato a distanza di anni, si incastra a dovere nella decade perfetta di Venditti, anche se gli mancano i colpi da ko del predecessore.

Dopo cinque dischi in tre anni, arriva una pausa, interrotta solo dalla collaborazione con un altro storico collega/amico, Lucio Dalla, con cui Venditti compone le musiche dell'episodio diretto da Nanni Loy in "Signore e Signori Buonanotte". Ma la consacrazione definitiva è ormai a un passo.

Antonello VendittiSotto il segno dei Pesci (1978), uscito per la nuova etichetta Philips, è il compimento del percorso iniziato nei primi anni 70 e probabilmente l'apice discografico di Venditti. L'album rende lampante una capacità dell'autore romano: leggere il proprio tempo, capire e analizzare la società, filtrare eventi e personaggi e renderli indimenticabili.
Sotto il segno dei Pesci è una raccolta di fotografie, di scatti, e impressi in quelle istantanee ci siamo anche noi. L'intro della title track resta ancora oggi da pelle d'oca: riesce a far respirare l'aria della manifestazione, della strada piena di giovani, gli ideali e le idee che li muovevano. È Venditti il diciottenne e dopo di lui arrivano gli altri protagonisti ispirati a esistenze vere, amicizie di una vita: Marina l'insegnante che "vive male e insoddisfatta", Giovanni l'ingegnere che "lavora in una radio" e "ha bruciato la sua laurea"...
Non ci sono solo loro, in Sotto il segno dei Pesci. Tra gli scatti - iconica la copertina di Mario Convertino - appaiono in primo piano due delle donne per eccellenza della produzione vendittiana: "Giulia" e "Sara". Due figure femminili per due storie agli antipodi: se ancora oggi sorridiamo teneramente nell'ascoltare la quotidianità di quest'adolescente alle prese con la gravidanza (tema a dir poco tabù per l'epoca) e il rapporto non proprio idilliaco con il futuro padre, Giulia si colloca in un triangolo ben più complesso e ambiguo. Se "Sara" è pura innocenza e freschezza pop, "Giulia" è la dolente ballata vendittiana in cui si racconta di una femminista lesbica spietata e calcolatrice, capace di sottrarre all'autore la sua amata, portando la vicenda e il percorso sonoro in un indimenticabile climax.
Poi ecco il ritorno di De Gregori in "Francesco" e "Bomba o non bomba", a rappresentare le due facce opposte del rapporto tra i due ex-compari. Con i suoni del pianoforte a dipingere ogni volta l'atmosfera e i colori che ci aspettano, ecco in "Francesco" un'apertura solenne e malinconica.
Scusa Francesco
mi hanno ingannato
mi hanno portato via i ricordi
come se il tempo fosse uno schiavo e noi due aquiloni strappati
In questa riflessione sulla storia di un'amicizia incrinata, il dialogo inizia con la parola più difficile da usare in questi casi: scusa. Ma forse non basta a colmare quel vuoto di rimpianto e nostalgia, per un rapporto che sembra essersi perduto nell'incomprensione.
Francesco, vedi Francesco
possiamo ancora suoniamo ancora l'ultima volta
senza rimpianti, senza paura
come due amici antichi
e nient'altro di più, di più, di più
Solo il lieto fine della vicenda riesce ad attenuare l'amarezza del finale da brividi.
"Bomba o non bomba", invece, inizia allegra e movimentata, intenta a raccontare l'avventura on the road della coppia ("Partirono in due ed erano abbastanza/ Un pianoforte, una chitarra e molta fantasia"). La strada percorsa è sia quella fisica dei tanti tour, dei tanti incontri bizzarri e delle drammatiche notizie di cronaca dal resto dell'Italia, ma è anche il tragitto percorso verso il successo, verso casa, verso Roma. Con sullo sfondo una riflessione ironica su quell'eterno rischio di incomprensione "ideologica" cui in quegli anni andava incontro il mestiere di cantautore ("No, compagni, amici, io disapprovo il passo/ Manca l'analisi e poi non c'ho l'elmetto").
Il Venditti di Sotto il segno dei Pesci, però, è sempre meno romano e più italiano: lo dimostrano "Il Telegiornale" e "L'Uomo Falco". Nella prima, con fare quasi profetico, il cantautore annuncia su una melodia divertita una lunga fila di Tg, poco prima della fine del monopolio Rai e l'avvento di Fininvest, tratteggiando dei format di informazione molto più vicini all'intrattenimento di basso livello piuttosto che a dei veri contenitori di informazione: un'altra profezia lungimirante. "L'Uomo Falco" a tutt'oggi si presta a molte interpretazioni. Qui sta la grandezza di un autore non solo capace di plasmare una figura subdola e arrivista facilmente applicabile a tanti politici o personaggi noti dell'epoca, ma prefigurarne di ben peggiori.
Lui è un bravo ragazzo
e se qualcuno lo accusa
se ne lava le mani perché...
Perché lui porta la cravatta
il sorriso più smagliante
ha una banca che lo aspetta
e un aereo sempre pronto
e lui vola sempre più in alto.
In un disco con tanta bellezza e qualità non può mancare il Venditti dei primi anni, il cantautore neorealista e di denuncia, in grado di aggiungere alla galleria di ritratti l'indimenticabile "Chen il cinese". Anche lui viene dal popolo, dal quartiere e per colpa di una vita criminale (è "quello che ha cambiato l'insegna del bar" e "l'erba che dava era sempre più dolce") non se la passa benissimo. Sembra sia scomparso, forse scappato o peggio ancora ("Scusate avete visto il muto assassino? È lui che gli ha offerto quel biglietto per Roma"): nonostante il contesto appaia degradato e plumbeo, Venditti riesce a piazzare la sua firma poetica, quel tratto che porta la canzone su un altro livello. Chen appartiene a quel mondo ma ha pur sempre un'anima, un cuore: "Cantava fantastiche storie d'amore" e l'erba spacciata era coltivata in memoria di un vecchio amore mai dimenticato.

A impreziosire ulteriormente il disco, alcune illustri collaborazioni; da questo punto di vista Venditti si è sempre trattato bene, circondandosi di nomi prestigiosi: da Vince Tempera al già citato Ivan Graziani. In questo lavoro - prodotto da Michelangelo Romano - compone come al solito tutti i testi e le musiche, ma a fargli compagnia e a supportarlo ci sono gli Stradaperta - nome cult del prog italiano degli anni 70 - e nientemeno che Mr. Goblin Claudio Simonetti al mellotron & Roland System 100, come recita l'artwork dell'album.

Simbolo e vetta di una splendida stagione musicale italiana, Sotto il segno dei pesci è il disco di Antonello Venditti in cui tutte le sue anime convivono in maniera magica e ispirata. Non c'è più passato, presente, futuro: solo una strada da continuare a percorrere, magari uniti e innamorati. Figli di una vecchia canzone.

Antonello Venditti - Simona IzzoL'anno successivo Venditti sforna un altro grande classico della sua discografia, Buona Domenica (1979), suggellando così un uno-due che chiude nel migliore dei modi una decade - purtroppo - irripetibile e indimenticabile. Il disco del 1979 cerca di ricalcare le orme del predecessore fin dalla copertina, sempre firmata da Mario Convertino.
Dopo gli schiamazzi a inizio traccia, il suono dei tasti del pianoforte della title track posta in apertura è nitido e trascinante come quello di "Sotto il segno dei Pesci". Attorno al cantautore ci sono sempre gli Stradaperta, ma rispetto al predecessore il disco è meno coeso e non tutti i passaggi sono riusciti appieno, come nel caso della sbiadita "Kriminal".
I momenti alti, però, sono tra i vertici assoluti della sua produzione: non tanto lo spaccato casalingo della celebre e sopracitata "Buona Domenica", quanto soprattutto "Modena", probabilmente il suo capolavoro definitivo. Il binomio privato-pubblico, sentimentale-politico qui convive con rara maestria e poesia, in sette minuti da pelle d'oca. I rumori di risate e clacson della prima canzone lasciano il posto alle voci dei partecipanti a una Festa dell'Unità. Ma non è un evento come gli altri, perché siamo alle prese con gli strascichi del compromesso storico tra Pci e Dc. Le note del piano e la voce femminile ci trasportano lontano dalla rabbia e dalle riflessioni passate: ora c'è solo un profondo senso di rimpianto e delusione ("Con le nostre famose facce idiote, eccoci qui/Con i nostri sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi/E non c'è niente da scoprire, niente da salvare/Nelle nostre parole"). Qualora non bastasse la formidabile performancevocale dell'autore, i geniali inserti di sax di Gato Barbieri - distorti, acutissimi, lancinanti - mettono i brividi, accentuando il climax drammatico del brano. Perché per Venditti non si tratta solo della resa di conti politica, ma anche di quella personale:
Quanto valeva, aver parlato già da allora,
Quando tutto era da fare e tu non eri importante
Anche a distanza di tanti anni, "Modena" lascia puntualmente sgomenti, con gli occhi lucidi. Straniante e dolorosa. Come "una nuova tenerezza o un dubbio che rimane".

Sul disco aleggia tutta l'amarezza di una crisi personale quasi insormontabile. Nel 1975, infatti, Venditti aveva sposato l'attrice/doppiatrice Simona Izzo, ma il matrimonio si esaurisce in soli tre anni, gettandolo in un profondo stato di sconforto. Dalla loro unione nascerà Francesco Saverio, che tenterà la carriera cinematografica e sarà anche presente in alcuni videoclip del padre ("Dalla pelle al cuore", "Unica", "Regali di Natale").
La separazione, per Venditti, è una ferita che non si può rimarginare. Molte celebri hit del suo repertorio saranno esplicitamente dedicate all'ex-moglie: "Dimmelo tu cos'è", "Ricordati di me" e "Ci vorrebbe un amico", dove quell'"e tutto il resto è vita" sembrerebbe riferito proprio al nuovo compagno di allora della Izzo, Maurizio Costanzo, che era solito usare quella frase nei suoi programmi.
La traumatica fine della loro storia lascia il segno anche tra i versi di "Donna in bottiglia" e "Stai con me", dal bel cambio di passo, mentre l'autobiografica "Robin" è una nuova storia di ricordi, tra aspettative familiari ("E suo padre lo voleva avvocato/ E sua madre per lo meno professore/ E sua nonna lo sperava un altissimo prelato") e primi approcci con il palcoscenico, adeguatamente supportati dagli amici, come "Marian, la rossa", che era "laureata in lettere antiche" e "lavorava in una scuola di Milano". Uno scanzonato tour tra le tappe di un percorso musicale che passa tra il "pianoforte spolverato dai ricordi di una zia" e "l'incrocio della via Tiburtina", allora sede della Rca.
Il rapporto con Roma riemerge in "Scusa, devo andare via (un'altra canzone)", mentre la più leggera "Mezzanotte" racconta con piglio divertito l'avventura negli Stati Uniti, dove è stata registrata parte del disco.

Pur all'apice artistico della sua carriera, al giro di boa della decade, Venditti deve affrontare una pesante crisi personale dagli esiti imprevedibili. Fortunatamente - come da lui stesso raccontato - ci penserà l'amico Lucio Dalla a farlo tornare in carreggiata.

Seconda parte: gli anni 80 e 90

Antonello Venditti - Carlo VerdoneDopo la pubblicazione di Buona Domenica, Venditti segue la scelta di molti colleghi e fonda una propria etichetta, la Heinz Music. La prima pubblicazione è Sotto la pioggia (1982), il cui principale limite è quello di uscire dopo i due succitati capolavori. Con Alessandro Colombini alla produzione (da qui in poi fisso alla console fino a Tortuga) e nitide chitarre a sostegno dei ritornelli, prende forma infatti un altro capitolo interessante e ingiustamente trascurato della sua discografia.
Apre la title track in un bel mood trasognato, scandito dagli insistiti riff di chitarra, per un'altra carrellata di immagini sgranate dell'Italia dell'epoca, in cui trova posto anche un'affettuosa dedica a Sandro Pertini ("Il presidente dietro i vetri un po' appannati/ fuma la pipa/ il presidente pensa solo agli operai"). Un umore pacato, intriso di fiducia ("quella colomba piano piano volerà/ sulle nazioni e le città") che torna anche nella rinnovata dichiarazione d'amore al pianoforte verso "Torino", "l'altra faccia della stessa Roma", narrata con un approccio simile a quello del Dalla di "Milano", seppur senza raggiungere gli stessi traguardi poetici ("Torino vuol dire Napoli che va in montagna/ Torino è un dirigibile verso la Spagna").
Seguono la dolente "Fellini", i tanti vizi e le poche virtù della fanciulle capitoline ne "Le ragazze di Monaco" e il ballabile e spietato divertissement"Italia", catalogo sempreverde dei vizi nazionali. Poi, ancora una donna e ancora una brutta storia di droga: "Lilly" era l'eroina, ora "Eleonora" è la cocaina. Il volo dei temibili "Stukas", ovvero i bombardieri Junkers Ju 87 della Luftwaffe, s'intreccia invece a una critica a dir poco esplicita alla sua città:
Vivere a Roma è sempre un problema
Soprattutto se ti viene un'idea
Per un giorno di gloria mille notti di insonnia
E nessuno che ti da una mano
Le lezioni sentimentali di "Dimmelo tu cos'è" - forse la vera hit del disco - sono un altro spaccato nella tormentata autobiografia vendittiana, alla disperata ricerca di un dialogo che si è ormai spezzato per sempre.

Nel 1983 scrive per Milva "Eva dagli occhi di gatto", mentre la vittoria del campionato da parte della sua As Roma gli fornisce l'assist per un nuovo inno ("Grazie Roma") e per una festa scudetto, con annesso disco live celebrativo, Circo Massimo, dove l'unico inedito (anche se sarebbe meglio definirlo quasi un coro da stadio) è proprio la traccia che dà il titolo al live. L'anno successivo, dopo la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool, la festa sfumerà, ma l'occasione si ripresenterà con il terzo scudetto dei giallorossi, festeggiato nella medesima location e immortalato in Circo Massimo 2001, in cui è presente anche l'inedito "Che c'è".

Antonello VendittiA questo punto potremmo fare un gioco: accendere la radio o ascoltare qualche canzone a caso da una playlist Spotify ItPop o Indie italiana e vedere quanto assomigli a un brano di Cuore. Ma quello che oggi tanti interpreti di successo della nuova scena tricolore (da Thegiornalisti a Coez) prendono ad esempio, fu in realtà il frutto di una radicale e controversa svolta musicale nel percorso di Venditti.
A metà degli anni 80, infatti, il cantautore romano abbraccia definitivamente il taglio sonoro della decade e vira verso un laccato synth-pop. In molti associano il cambio di genere all'inizio del declino della sua carriera. Eppure, al di là della forma musicale, la qualità della scrittura resta apprezzabile, dando vita a una collezione di hit destinate a rientrare in ogni futuro "best of" dell'ex-folksinger. A partire dalla celeberrima "Notte prima degli esami", quasi un passaggio del testimone generazionale, in cui Venditti torna a sottolineare una delle caratteristiche peculiari della sua produzione: cantare la propria vita e contemporaneamente anche quella delle persone attorno a lui. Entrata nell'immaginario collettivo al punto da diventare anche il titolo di un film (sorte che toccherà anche ad altre sue canzoni), "Notte prima degli esami" è in effetti un mini-film, un cortometraggio musicale dove ogni strofa rappresenta una nitida scena e i passaggi da un fotogramma all'altro sono connessi in un magico equilibro: il passato al Folkstudio, il clima politico ("E gli aerei volano in alto tra New York e Mosca"), Roma, l'incontro tra due giovani amanti e un finale circolare, dove l'esordiente musicista dell'incipit è ora circondato dai suoi fan. Il brano presenta quello che potremmo definire il tipico "crescendo vendittiano": senza sfrutture l'uso del ritornello, il cantante e il fidato pianoforte - come già accaduto in passato - ripetono un determinato passaggio portandolo a un apice che qui esplode nel "Si accendono le luci qui sul palco...".
Ad accompagnare "Notte prima degli esami" nel 45 giri è l'altrettanto celebre "Ci vorrebbe un amico", nuovo episodio synth-pop dalle tinte tipicamente 80's, dove l'amicizia diventa l'unica ricetta possibile per non scivolare "nel dolore e nel rimpianto". Ma disseminati nel disco incontriamo altri brani che il tempo e gli ascoltatori hanno tramutato in instant classic, come "Piero e Cinzia" - dove la storia d'amore dei due protagonosti sfocia nel racconto dello storico concerto milanese di Bob Marley - e "Stella", che negli ultimi live è stata dedicata a Falcone e Borsellino, ma che rappresenta soprattutto uno struggente preghiera laica: "Proteggi i nostri figli puri/ Nella vita quotidiana/ E salvali dall'odio e dal potere".
In mezzo, freschi passaggi pop quali "Mai nessun video mai", "Non è la cocaina" (presente nella colonna sonora del film "Troppo forte" dell'amico Carlo Verdone) e "L'ottimista", uno degli ultimi guizzi politici, apertamente e velenosamente dedicato a Bettino Craxi ("Lui frequenta gli ambienti più strani/ Basta solo che siano mondani/ Ha per tutti un solo ed unico discorso/ Viva l'Italia dal garofano rosso... è un ottimista/ Dall'aria vagamente socialista/ E poi non sbaglia proprio mai").
Il nuovo amarcord studentesco è la commovente "Qui", dove torna l'odore acre delle trincee politiche e delle amicizie intense del '68: "Valle Giulia ancora brilla la luna/ E Paola prende la mia mano/ Caduta per sbaglio sui nostri vent'anni/ Tesi come coltelli, come fratelli/ Perduti forse qui architettura/ Albe cinesi di seta indiana".

Dopo il live con omonimo inedito "Centocittà" (con videoclip in cui appare Carlo Verdone), Venditti confina impegno sociale e politico ai margini, diventando per tematiche e scelte definitivamente nazionalpopolare. Con Venditti e Segreti si arrocca in quel personaggio da cui non si staccherà mai più: sarebbe troppo facile elencarne le peculiarità partendo dai famosi Ray-Ban a goccia, ma grazie alla fortunata imitazione di Corrado Guzzanti - con annessa canzone/tormentone - ne "L'Ottavo Nano" la fatica è risparmiata.
La voce in alcuni momenti riesce ancora ad emozionare, ma se fino a Cuore potevamo discutere di dischi in tutti i sensi, un lento e inesorabile declino di coesione e qualità segnerà le successive opere della seconda metà degli anni 80. Dagli anni 90 in poi, appoggiandosi a un successo di pubblico sempre maggiore e trasversale, Venditti produrrà ben poco da salvare, eccetto qualche sparuta hit radiofonica.

In Venditti e Segreti l'impegno politico appare fugacemente nel nuovo ritratto femminile "Esterina", mentre a dominare sono nuovi strazi sentimentali, ricordi dolceamari e ritratti caustici delle mode della società, vedi "Questa insostenibile leggerezza dell'essere", tra "La mia Africa", "9 settimane e ½", Roberto D'Agostino e Milan Kundera. Al sassofono e i synth si affianca una chitarra elettrica mai così presente, andando così a relegare in secondo piano il caro pianoforte.
Tra i passaggi più riusciti, l'autobiografica "Giulio Cesare", ode al suo liceo romano intessuta di nuovi ricordi scolastici (e il Paolo Rossi del brano non è il bomber ma uno studente di diciannove anni ucciso negli scontri politici all'università La Sapienza il 27 aprile 1966). Il pezzo è diventato un momento imprescindibile delle raccolte e dei live, tanto da venire riadattato durante i concerti: nel verso "Era l'anno dei Mondiali quelli dell'86/ Paolo Rossi era un ragazzo come noi", s'innesta il Mondiale vinto dall'Italia nel 2006 e l'idolo giallorosso Francesco Totti.
Per quanto dal titolo non prometta molta originalità, "C'è un cuore che batte nel cuore" nella sua semplicità riesce a smuovere qualcosa. Tanti - troppi - passaggi di mestiere ("Peppino", "Segreti", "Settembre") e momenti francamente brutti: "Rocky, Rambo e Sting", dove la poco ispirata critica ai supereroi dello show business internazionale viene affondata a colpi di "je je je".

Conosciamo tutti i successi di questa seconda fase e sarebbe ingiusto criticare la loro effice fattura pop, per quanto il contesto testuale abbia perso ricercatezza e intensità. Momenti che a differenza dei lavori di fine anni 70-inizio 80 hanno perso smalto e spessore, ma sono ancora abbastanza riusciti per ritagliarsi un piccolo spazio nella memoria dopo decenni. A un certo punto, invece, verrà a mancare anche questo.
Una qualità che non si può togliere al Nostro è una certa lungimiranza nelle analisi di sorti e drammi del paese. La mente corre facilmente a In questo mondo di ladri, preludio semiserio alla stagione di Tangentopoli, trascinato però soprattutto dalla nuova ballata sentimentale "Ricordati di me" e dalla sofferta "21 modi per dirti ti amo", incentrata sull'esperienza umanitaria in Eritrea.
La forma canzone si fossilizza su brani facili, costruiti essenzialmente per esaltare la voce di Venditti, con aggiunta puntuale del sax. È doloroso sentire in "Mitico amore" versi come "Amore amore amore io ti ringrazio/ Di questo tempo e questo spazio" e pensare alle non troppo lontante vette poetiche raggiunte in passato dallo stesso autore. "Il compleanno di Cristina" è il blando sequel di "Sotto il segno dei Pesci"; meglio non fanno "Miraggi" e "Correndo correndo". Un barlume di luce appare soltanto alla fine, con "Ma che bella giornata di sole", canzone in cui Venditti rilegge la Liberazione italiana attraverso gli occhi dei genitori.

Con i successivi Benvenuti in paradiso del 1991 e Prendilo tu questo frutto amaro di quattro anni dopo, ci si accontenta di piazzare i puntuali singoli e chiudere nel migliore dei modi la scaletta. Grazie ad "Alta marea" e "Amici mai", il disco di inizio anni 90 è il più venduto della sua carriera. La prima traccia è la cover di "Don't Dream It's Over" dei Crowded House e girava già da un po' nella testa del cantante. Sfruttando un viaggio in macchina verso Forte dei Marmi, Venditti scrive un testo pieno di dubbi e gelosia, per una rivisitazione che in Italia diverrà più nota dell'originale. Alla solita impostazione strumentale si aggiungono i cori femminili, offrendo così composizioni leggermente più ispirate e un'opera di poco superiore alla precedente.

Benvenuti in paradiso contiene "Dolce Enrico", l'omaggio postumo del cantautore a Berlinguer, dove la dolorosa memoria storica italiana convive con il ricordo dalla folla presente ai funerali: "A San Giovanni stanotte la piazza è vuota/Ma quanta gente che c'era sotto la grande bandiera/E quante bugie, quanti segreti in fondo al mare/Dimmi che un giorno, davvero, noi li vedremo affiorare?".

Antonello VendittiPrendilo tu questo frutto amaro sembra promettere meglio grazie alla canzone iniziale e primo singolo estratto "Ogni volta", classica ballata nel classico stile del crescendo vendittiano. Il resto però è tutto - troppo - come da recente copione. "Prendilo tu questo frutto amaro" è la cover di "Bitter Fruit" di Steven Van Zandt alias Little Steven, storico chitarrista della E Street Band di Bruce Springsteen. Venditti recupera quella trascinante melodia per incastrarvi dentro le poco velate perplessità riguardanti l'attuale situazione politica italiana. Se in passato ogni critica e riflessione su tali argomenti era intessuta in un artificio creativo notevole, adesso si va esplicitamente al punto: "È una questione politica/ 'na grande presa per culo/ in questa nuova Repubblica/ non mi somiglia nessuno".
Sulla stessa linea "Tutti all'inferno", con un cameo di Verdone, per un connubio - anche strumentale - che tornerà negli anni a venire. "Eroi minori" è dedicata a Falcone, Borsellino, alle loro scorte e tutte le persone impegnate nella lotta contro la mafia. Un argomento caro a Venditti, ribadito nell'album live del 1992 Da San Siro a Samarcanda - L'amore insegna agli uomini (quest'ultimo è il titolo del brano inedito), cronaca di un fortunato tour ricordato anche per il collegamento con l'omonimo programma di Rai3 di Michele Santoro, a cui il musicista regalerà in diretta "Alta marea" e soprattutto "Modena" insieme a Gato Barbieri. Dell'uscita esiste anche una versione video, diretta da Stefano Salvati, dove viene fotografata l'atmosfera da concerto-karaoke a suggellare il picco della popolarità del Nostro.

Sempre nel 1992 Venditti comporrà per Michele Zarrillo "Strade di Roma", mentre in Antonello nel Paese delle Meraviglie del 1997 si limiterà a riarrangiare alcuni brani accompagnato dalla Bulgarian Symphony Orchestra: unico inedito "Ho fatto un sogno", composta addirittura con il contributo di Ennio Morricone.

Anche l'autore romano ci tiene a mettere l'ultima firma sul millennio ormai agli sgoccioli ed ecco così la pubblicazione di Goodbye Novecento, la cui copertina raffigura le stelle e i segni zodiacali sopra Roma allo scoccare del 2000. A quattro anni dall'ultimo lavoro, Venditti presenta un sound più acustico, dove è la chitarra il principale supporto alla sua voce. Inizialmente le tematiche delle prime canzoni si allineano al concept dell'opera, fornendo argomenti più cantautoriali e riflessivi, lontani delle tematiche amorose: l'omonima opener, "Shake" e il primo singolo "In questo mondo che non puoi capire". Un testo ispirato, scritto in bilico tra i mali della contemporaneità e la speranza in un futuro migliore e un surreale video diretto da Radu Mihăileanu. Una tardiva rivendicazione d'autore.
Come spazzare tutto via in un attimo? Con l'ennesima sdolcinata ballad, "Che tesoro che sei", che, a differenza del ben più meritevole singolo precedente, è finita puntalmente nelle rotazioni radiofoniche e nelle dediche di tutti gli innamorati. L'universo scolastico, l'impegno politico tornano in "Fianco a fianco", mentre "La coscienza di Zeman" è la goffa "rilettura" di Svevo in salsa calcistica per un'agiografica ode all'allenatore boemo Zdenek Zeman, emblema di un calcio romantico e (forse) perduto per sempre. La sognante "Su questa nave chiamata musica" è invece dedicata a Fabrizio De André, venuto a mancare proprio all'inizio di quell'anno. Grazie a una preziosa puntata di Blitz di Gianni Minà, scopriremo anche il rapporto di amicizia e di stima tra i due, nonostante un inizio non proprio idilliaco.

Terza Parte: gli ultimi vent'anni

Antonello VendittiQuella di un mesto declino negli ultimi anni di carriera è la sorte toccata a molti mostri sacri della nostra musica. Venditti indubbiamente non è riuscito a sottrarvisi. Questa monografia poteva finire agli inizi degli anni 80 senza perdere nulla di decisivo. Ma poiché è troppo facile constatare la scarsa valenza dei lavori dell'ultimo Venditti, molto meglio spendere qualche parola sui rari momenti significativi. Il brano "Che fantastica storia è la vita" è una della poche cose da salvare dalle ultime decadi del Nostro e l'omonimo disco del 2003 è nella soglia del decente. La struttura del testo ricalca la narrazione per personaggi resa celebre in "Sotto il segno dei Pesci" e qui impreziosita dal ritorno al sassofono di Gato Barbieri. Incredibile come il vero passo falso del disco sia il tanto atteso duetto con Francesco De Gregori in "Io e mio fratello": se già il titolo non promette nulla di buono, l'ascolto del resto della canzone può soltanto farci chiedere se davvero l'unione dei pesi massimi del cantautorato italiano possa aver dato questo risultato. Nell'album troviamo anche "Ruba", un brano composto da Venditti a inizio carriera e scartato per il verso scomodo, allora riferito a "tutto il sangue dell'Irlanda". Riarrangiato per l'occasione, il brano è presente anche in una versione del 1973 cantata da Mia Martini, con cui il cantautore aveva collaborato ne "Il giorno dopo", musicando "Ma quale amore" (presente nella raccolta "Canzoni segrete").
Campus Live dell'anno successivo immortala immagini e parole delle prove del tour di Venditti aperte al pubblico nei Cinecittà Campus. Più che per l'inedito "Addio mia bella addio", la pubblicazione è interessante per i tanti aneddoti raccontati dal cantante all'"interattivo" pubblico presente tra un brano e l'altro.

Venditti tornerà sulle scene nel 2007 con Dalla pelle al cuore, il cui omonimo singolo di lancio è forse il peggiore della sua carriera: molto meglio all'occorrenza una "Regali di Natale". Incentrato per l'ennesima volta su storie d'amore finite male, il disco lascia affiorare qualche sprazzo della verve perduta in "Giuda" e soprattutto in "Tradimento e perdono", senza dubbio il passaggio più intenso dell'ultimo Venditti. Il 30 maggio del 1994 - a dieci anni esatti dalla finale di Champions League persa dalla sua Roma contro il Liverpool - lo storico capitano giallorosso Agostino Di Bartolomei si uccide con un colpo di Smith and Wesson calibro 38 Special. Il cantautore romano parte dall'omaggio a un amico e modello sportivo per una riflessione ben più ampia sulla solitudine e sull'amaro destino che spesso tocca in sorte alle celebrità, sportive e non (nel testo sono citati anche Luigi Tencoe Marco Pantani).
Dal profondo del tempo come un rimpianto
ora rinasci tu
quel sorriso sgomento anche se hai vinto
non mi tormenta più
mi ricorda Luigi pieno di amici
solo e lasciato lì
se ci fosse attenzione per il campione oggi sarebbe qui
se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui.
Davvero poco altro dagli ultimi due capitoli discografici, Unica e Tortuga. Oltre i soliti pezzi trainanti per vendite - anzi no, adesso si dice visualizzazioni - molto meglio quando il Venditti fa il Venditti senza più tante pretese, concedendosi alla solita ballata marchio di fabbrica, piuttosto che ammiccare a sonorità più attuali con risultati imbarazzanti ("La ragazza del lunedì (Silvio)" diretta verso Berlusconi nel primo album, "Ti amo inutilmente" nel successivo).
Nel disco del 2011, salviamo "Ti ricordi il cielo", scritta insieme a Pacifico, e "Forever" (presente anche nella colonna de "La Grande Bellezza"), soprattutto per il bel video dove il cantante e Olivia Magnani concludono il viaggio nella Capitale finendo al cospetto del monumento di Pier Paolo Pasolini a Ostia.
Se le ultime composizioni politiche non graffiano ("Il sosia", "Comunisti al sole") Venditti - recentemente vicino al Movimento Cinque Stelle con il supporto alla sindaca di Roma Virginia Raggi - farà molto meglio "di persona", come in un celebre scontro in tv con Matteo Salvini.

Quattro anni dopo, l'autore torna nei territori della sua giovinezza. Non potendo più entrare al Giulio Cesare come alunno, decide di soffermarsi un po' nel bar davanti alla scuola del quartiere Trieste, il Tortuga, e da lì osservare la scena con il distacco dalle maturità. Fa sorridere la voglia d'apparire eternamente giovane con movenze da rocker in "Cosa avevi in mente", video/canzone apripista dell'ultimo disco d'inediti imbevuto di Roma e nostalgia, segnato dal cambio di produzione con Alessandro Canini in cabina di regia. Aggiornano la biografia in musica "I ragazzi del Tortuga" e "Tortuga", la riflessione sul proprio mestiere di "Nel mio infinito cielo di canzoni", mentre il capitolo sentimentale è rinvigorito dalla dolente "Non so dirti quando" e dalla ballata "Tienimi dentro te", suonata al pianoforte dal compianto Alessandro Centofanti, a cui è dedicato l'album.

Antonello Venditti - Francesco De GregoriNel 2018 esce Sotto il segno dei pesci - 40th Anniversary Edition. Nel primo disco della ristampa troviamo tutte le tracce rimasterizzate, nel secondo compaiono l'inedito "Sfiga", le versioni francesi di "Sara" e "Sotto il segno dei Pesci", più quelle live di "Bomba o non bomba", "Sara", "Chen Il Cinese", "Giulia", "Sotto il segno dei Pesci".
A testimonianza dell'amore del pubblico nei confronti di Venditti e del lavoro in questione, l'anno dopo esce anche il triplo disco del fortunato tour celebrativo della pubblicazione del 1978, infarcito dei più disparati (e improbabili) duetti, da Ermal Meta a Ultimo, passando per Briga e Baby K. A controbilanciare tali presenze, il ritrovato Francesco De Gregori. Insieme sul palco, i cantautori capitolini colgono l'occasione per rivivere il viaggio di "Bomba o non bomba", rivisitare la canzone del Principe "Sempre e per sempre" (da "Amore nel pomeriggio" del 2001) e togliere dal dimenticatoio "Attila e la stella". Ascoltarli poi cantare insieme "Roma Capoccia" nella magnifica cornice dell'Arena di Verona potrebbe essere il lieto fine perfetto, ma i due non hanno voglia di fermarsi e dopo il rinvio causato dall'emergenza Covid-19 - come anticipato - hanno annunciato la nuova data del loro concerto insieme allo Stadio Olimpico (17 luglio 2021).

Oltre ai live celebrativi, alla pubblicazione del secondo libro "Nella notte di Roma", alle tante e puntuali presenze televisive e alle date insieme al "miglior nemico" De Gregori, Antonio Venditti da Roma ci lascia - almeno per il momento - una storia musicale agrodolce, fatta di momenti altissimi (da tenere ben stretti) e altri meno, da dimenticare. Un po' come le cose della vita.

Contributi di Claudio Fabretti

Antonello Venditti

Le cose della vita

di Alessio Belli

Rappresentante d'una stagione unica per il cantautorato italiano, suggellata a colpi di grandi album, intrisi di passione, sentimenti e rivendicazioni sociali, Antonello Venditti, l'uomo al piano del Folkstudio, il menestrello di una Roma amara e struggente, si è progressivamente adagiato sui trionfi pop degli anni 80. Rischiando di mettere in ombra i capolavori della prima fase di carriera
Antonello Venditti
Discografia
 Theorius Campus (con F. De Gregori, BMG/Ariola, 1972)

 

 L'orso bruno (It, 1973)

 

Le cose della vita (RCA, 1973)

 

 Quando verrà Natale (RCA, 1974)

 

 Bologna 2 settembre 1974 (Live, RCA, 1975) 
Lilly (RCA, 1975)

 

 Ullàlla (RCA, 1976)

 

Sotto il segno dei pesci (Philips, 1978)

 

Buona Domenica (Philips, 1979)

 

 Sotto la pioggia (Heinz, 1982)

 

 Circo Massimo (Live, Heinz, 1983) 
Cuore  (Heinz, 1984)

 

 Centocittà (Live, Heinz, 1985)

 

 Venditti e segreti (Heinz, 1986)

 

 In questo mondo di ladri (Heinz, 1988)

 

 Benvenuti in paradiso (Heinz, 1991)

 

 Da San Siro a Samarcanda - L'amore insegna agli uomini (live, Heinz, 1992)  

 

 Prendilo tu questo frutto amaro (Heinz, 1995) 
 Antonello nel Paese delle Meraviglie (live, Heinz, 1997)  

 

Goodbye Novecento (Heinz, 1999)

 

 Che fantastica storia è la vita (Heinz, 2003)

 

 Dalla pelle al cuore (Heinz, 2007)

 

 Unica (Heinz, 2011)

 

 Tortuga (Heinz, 2015)

 

 Sotto il segno dei pesci - 40th Anniversary Edition (Universal, 2018) 
 Sotto il segno dei pesci - The Anniversary tour (live, Heinz, 2019)   
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

ANTONELLO VENDITTI

Sotto il segno dei Pesci

(1978 - Philips)
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