Batte ancora forte il “Cuore” di Antonello Venditti. Dopo 40 anni, il decimo album del cantautore romano, uscito il 20 luglio 1984, non ha perso un briciolo del suo smalto, pur non essendo nemmeno, in fin dei conti, il suo miglior lavoro. Probabilmente la palma andrebbe assegnata a “Sotto il segno dei Pesci”, pubblicato sei anni prima, oppure al precedente “Lilly” del 1975. Però è anche vero che il disco del 1984 in un certo senso andava controcorrente, e qui sta la sua forza: era “facile” essere impegnati negli anni Settanta, molto meno esserlo negli Ottanta. Senza contare che “Cuore” è composto da otto potenziali singoli, la maggior parte dei quali sono diventati non solo dei classici del repertorio del cantautore romano, ma patrimonio collettivo, evergreen della canzone italiana in generale.
Venditti naturalmente è un romantico, un sentimentale, però non è un passatista. Nel punto stampa di presentazione della ripubblicazione dell’opera oggetto di queste righe (l’edizione speciale è uscita a giugno con l’aggiunta del brano inedito “Di’ una parola”, l'album rivivrà anche live nel tour "Notte prima degli esami 1984-2024 40th anniversary"), a chi gli chiedeva un commento sull’attuale situazione internazionale, ha risposto semplicemente: “Date retta alle persone competenti, agli storici, il resto è sovrastruttura”.
In effetti, lui l’inclinazione alla storicizzazione, “vizio” novecentesco che oggi stiamo sciaguratamente cercando di toglierci in tutti i modi, l’ha sempre avuta, e “Cuore”, che esce appunto quasi nel “cuore” degli anni Ottanta, serve anche a rivangare la memoria condivisa, ma non per un vezzo nostalgico quanto per capire meglio il presente. Un lavoro che parla al proprio tempo ma resta comunque attuale, insomma. Ci troviamo nell’epoca dell’edonismo reaganiano, della Milano da bere, del disimpegno, dell’individualismo, del rampantismo, dell’opportunismo. L’Italia è appena uscita dal periodo buio degli anni di piombo, la gente sembra desiderare solo divertirsi, aumentano i benestanti e i consumi. Sono tempi di rimozione, di distacco emotivo e ideologico dalle contestazioni e dalle grandi battaglie sociali e civili che hanno caratterizzato il decennio precedente. Adesso a passare di bocca in bocca sono gli slogan creati dai geni del marketing, a risuonare sono i jingle degli spot pubblicitari, la musichetta del Drive In. La tv commerciale è realtà assodata, pervasiva, ineluttabile, c’è il Biscione ormai. Guardarsi indietro è da sfigati. Viva il futuro e soprattutto il presente, da bersi pure quello, naturalmente.
Invece Venditti che fa? Se ne frega e indietro ci guarda eccome, peraltro neanche troppo. Oddio, in verità “Io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla” è memoria personale, che risale agli anni quasi arcaici del Folkstudio (i quattro sono lui, Francesco De Gregori, Ernesto Bassignano e Giorgio Lo Cascio, cantautori della scena romana che iniziarono insieme le rispettive carriere). Però, a ben vedere, quello è il punto più lontano a ritroso nel tempo che ritroviamo nell’album, insieme alle proteste studentesche del 1968 rievocate in “Qui” (“Valle Giulia ancora brilla la luna/ E Paola prende la mia mano/ Caduta per sbaglio sui nostri vent'anni/ Tesi come coltelli, come fratelli”). Il resto è materia più recente e sempre parte di un vissuto allo stesso tempo politico e personale, pubblico e privato.
In “Cuore” non c’è confine tra dimensione aggregata e individuale. Eppure, per questo album, Venditti si beccherà un sacco di critiche. Lo accuseranno di essere passato dall’altra parte della barricata, da cantautore impegnato a fenomeno commerciale, di essersi venduto. Accuse che fanno sorridere oggi, se pensiamo a ciò che si intende nei nostri giorni per musica commerciale, e nella scena italiana, in particolare, e quanto spesso questa ci appaia degradata e banale.
“Cuore” viene pubblicato il 20 luglio 1984. Sono settimane calde, quelle. Un mese e mezzo prima è morto Berlinguer, al quale Antonello, sette anni più tardi, dedicherà “Dolce Enrico”, brano contenuto nell’album “Benvenuti in Paradiso”. Una decina di giorni prima della scomparsa del segretario del Pci, il 30 maggio, lo stesso Venditti, voce e coscienza storica del tifo romanista, ha tenuto il famoso concerto al Circo Massimo diviso in due tronconi: una parte prima del fischio d’inizio della finale di Coppa dei Campioni Roma-Liverpool, disputata poco distante da lì, allo stadio Olimpico, l’altra parte dopo la fine di quei devastanti (per i tifosi giallorossi) 120 minuti più calci di rigore. Nell’occasione l’artista capitolino presenta dal vivo quella che sarà l’opening track del lavoro lungo di imminente uscita, l’inno (trans)generazionale “Notte prima degli esami”, una canzone entrata di diritto nella cultura popolare ma con riferimenti anche alla letteratura (le citazioni nel testo di Dante e Ariosto sono tutt'altro che peregrine). Il brano è una specie di film in formato ristretto cantato al pianoforte (prima dell’esplosione full band in coda), una sceneggiatura con dentro i ricordi di una vita che si mischiano a tante sotto-trame intrecciate, storie dei maturandi, delle loro famiglie, degli stessi professori, ma non mancano come al solito accenni al clima politico presente (il terrorismo e le stragi delle “bombe della sera”, la Guerra fredda evocata in “E gli aerei volano in alto tra New York e Mosca”). Se all’epoca fossero esistiti i droni, un’immagine calzante per questo pezzo sarebbe stata quella di un velivolo comandato a distanza che, durante la notte che precede l'esame di maturità, passa di finestra in finestra, soffermandosi per qualche minuto a spiare dentro le case e scattare istantanee di un’umanità varia e naturalmente insonne, che si prepara, ognuno per ciò che gli compete, alla fatidica prova.
I droni no, ma volendo, il futuro viene ugualmente preconizzato in “Mai nessun video mai”, che in un certo senso anticipa l’impalpabilità tipica dell’odierna era digitale. Nella canzone, che esprime il rigetto per la tentazione di rimpiazzare la realtà tattile con la percezione catodica a detrimento dunque dell’esperienza fisica, il culto dell’immagine e dell’apparenza viene spazzato via dalla necessità di vivere il contatto umano (“Rimane qui, come un miracolo, la stessa voglia di cantare/ Mai nessun video mai mi potrà ricordare”). E sì che sulla copertina del disco campeggia invece proprio uno schermo che rischiara, con la sua luce azzurra, un cappello poggiato lì accanto sul tavolo. Forse è lo schermo cantato nella canzone (“Questo schermo azzurro è ancora il cielo/ E sullo schermo ci sei tu”). A un cinefilo l’immagine potrebbe suggerire la locandina di un film che assomma in sé due elementi tipici dell’immaginario nerd degli anni 80: il televisore di “Videodrome” oppure lo schermo del pc di “Wargames – Giochi di guerra”, unito al cappello di “Indiana Jones”. Anche in una scelta estetica del genere, in questo caso magari non voluta, il disco è in linea col suo tempo.
Di anni 80, nella fattispecie musicalmente, è traboccante anche la summenzionata “Qui”, il momento dal quale Venditti vira definitivamente verso il synth-pop, abbracciando certe sonorità tipiche del decennio (anche se pure i due brani precedentemente esaminati non scherzano affatto in questo senso), fermo restando il rifiuto su tutta la linea, da parte dell'artista, di cedere alle mode facili, visto che alla realizzazione del long-playing concorrono ben undici musicisti in carne e ossa (incluso il titolare dell’opera), alla faccia delle sonorità “finte”. E se ancora oggi l’album nel complesso risulta fresco, non è solo per aver caricato a bordo sintetizzatori e drum machine ma perché, semplicemente, è ben confezionato, con sangue, sudore e lacrime.
“Non è la cocaina”, che nel 1986 figurerà nella colonna sonora del film "Troppo forte" di Carlo Verdone, ci dice invece che c'è una droga più potente della polvere bianca: “Innamorarsi ancora, innamorarsi a Roma”. Il dilagare degli stupefacenti è un tema d'attualità. Tre mesi esatti prima dell'uscita del disco, una vicenda di droga ha riguardato un altro mito del cantautorato nostrano. Il 20 aprile, infatti, Vasco Rossi è stato arrestato in una discoteca nei pressi di Bologna per possesso di cocaina e ha passato 22 giorni in carcere. “Solo Fabrizio De André venne a trovarmi”, racconterà l'autore di “Bollicine”.
In questi casi allora “Ci vorrebbe un amico”, come da titolo della quinta traccia in scaletta. Venditti l’ha cantata dal vivo per la prima volta proprio in quella celebrazione che è stata l’oceanico raduno giallorosso del Circo Massimo. Una celebrazione che poi, come detto, è diventata del dolore. E allora “ci vorrebbe un amico” anche per riprendersi da una simile delusione sportiva. In verità, però, la canzone è dedicata a Lucio Dalla, colui senza il quale forse la carriera (e verosimilmente la vita) di Venditti si sarebbe fermata anni prima. Dopo l’album “Buona Domenica”, infatti, Antonello, pur all’apice della sua parabola artistica, ha dovuto affrontare una grave crisi personale dovuta alla separazione con la moglie, Simona Izzo. La depressione che ne è seguita gli ha fatto anche accarezzare l’idea del suicidio, fortunatamente evitato proprio grazie all’amicizia di Dalla, che tra le altre cose lo ha convinto a porre fine al suo esilio in Brianza, suggerito inizialmente proprio dal cantautore bolognese, aiutandolo a trovare casa in centro a Roma. Una volta tornato nella Capitale, Antonello avrebbe ricominciato a scrivere canzoni di successo, a partire dalla celebre “Grazie Roma” (che, al contrario di quanto si pensa, non è stata scritta per festeggiare lo scudetto del 1983 ma per rendere omaggio alla città che l’ha riaccolto).
La sardonica “L’ottimista” è invece uno degli ultimi sussulti politico/satirici del Nostro. Il brano prende di mira il leader socialista Bettino Craxi e la sua cricca traffichina che da un anno governano il paese. Di nuovo, sembra però di leggere il futuro: “Ha uno sguardo serio e corrucciato quando parla a lungo dello Stato/ Ma poi s'illumina d'immenso quando viene l'ora di pranzo”, recita il testo, che, col senno di poi, non può non rimandare a quanto accadrà otto anni dopo, quando quella mangiatoia politico/affaristica che interesserà trasversalmente quasi tutti i partiti italiani verrà scoperchiata dall’inchiesta Mani pulite.
“Piero e Cinzia”, per parte sua, torna a guardare indietro. Ancora una volta una storia personale, quella d’amore dei due protagonisti giunta all’epilogo, si intreccia con quella collettiva, essendo lo scenario in cui si svolge quello dello storico concerto di Bob Marley a San Siro il 27 giugno 1980, il giorno in cui “Milano era Giamaica”.
A chiudere la tracklist ci pensa poi “Stella”, che ci saluta con una preghiera: “Donaci la pace ai nostri simili/ Pane fresco da mangiare/ Proteggi i nostri sogni dalla vita quotidiana/ E salvali dall'odio e dal dolore”. Dal 1992 (di nuovo l'annus horribilis della storia recente italiana) la canzone durante i concerti sarà regolarmente dedicata ai giudici Falcone e Borsellino e alle rispettive scorte, nonché a tutte le vittime di mafia. Scrivere un pezzo perfetto come dedica per un fatto non ancora accaduto: anche in questo Venditti ci ha visto lungo, anche se stavolta ne avrebbe fatto volentieri a meno.
L'influenza che “Cuore”, e Antonello Venditti in generale, hanno avuto sulla musica delle generazioni successive è considerevole e spesso ancora non pienamente riconosciuta. Il Venditti di questo periodo è considerato uno degli ispiratori dell'odierno it-pop, se non il padrino addirittura, basti pensare allo stile dei Thegiornalisti e successivamente del loro leader Tommaso Paradiso nella sua versione solista, oppure al lavoro di Coez. Che piacciano o meno, esponenti di rilievo della nuova scena pop tricolore. “La musica italiana finto indie è praticamente il peggior Venditti - disse una volta Manuel Agnelli - il peggior Venditti fatto pure male, perché lo fa gente che non sa cantare né suonare”. Caustica fu la risposta dello stesso Paradiso: “Il peggio del peggior Venditti è comunque meglio del miglior Agnelli”. Ma di citazioni di Antonello tra i cantautori odierni se ne trovano a iosa. Tra le tante, basti ricordare il videoclip di “Frosinone” di Calcutta, che riprende quello di “Grazie Roma”, oppure la somiglianza tra la strofa di “Tubature” di Giorgio Poi e “Ricordati di me”, per non dire della cover di “Notte prima degli esami” realizzata da Gazzelle e Fulminacci a Sanremo 2024. Anche per questo, 40 anni dopo, “Cuore” continua a battere. Con buona pace di tanti detrattori.