Restando in argomento, ho in mente l’artwork di “NO”, il tuo ultimo lavoro e il primo che ho avuto in mano, e mi pare in ogni caso che in tutti i tuoi album il design sia ricercatissimo. Ti ispiri a qualcosa in particolare per i tuoi artwork?
NichelOdeon è nato dalla mia esigenza di dare una formazione stabile alle mie prime composizioni che si avvicinavano al mondo della canzone. Durante uno spettacolo teatrale della “Genesi”, su regia di Anna Traini e Laetitia Favart, ho pensato di scrivere un brano conclusivo su tema religioso – inteso ovviamente come “misticismo” e non come religiosità in particolare. In quel periodo ho poi scritto parecchie canzoni, confluite nel cd “La stanza suona ciò che non vedo”, che ebbe un riscontro praticamente nullo da parte della critica. Ho capito che la ragione di questo insuccesso era dovuta probabilmente al fatto che non avevo una band stabile alle spalle. Durante una performance criticatissima al Salone delle Arti di Affori, Francesco Zago degli Yugen ha ascoltato l’esibizione e mi ha richiesto una collaborazione, e nel giro di pochi mesi sono riuscito poi a creare una formazione stabile per circa un anno, con un altro Yugen, Maurizio Fasoli e un jazzista di talento che si chiama Riccardo Di Paola. Questa formazione ha comunque avuto una durata breve poiché ciascuno dei componenti dava in priorità ai propri progetti, mentre per me NichelOdeon era la priorità assoluta e non riuscivo a sviluppare il tutto quanto avrei voluto. Così in poco tempo è uscito dalla formazione Riccardo Di Paola ed è entrato il compositore torinese Luca Olivieri, collaboratore degli Yo Yo Mundi, e infine, a causa dell’estrema difficoltà di incontrarsi dovuta alla rapida ascesa di Yugen, l’intera formazione ha concluso la sua esperienza. Una cosa che posso dire è che NichelOdeon porta fortuna a chi vi entra a far parte, perché chiunque vi sia passato ha visto in poco tempo i propri progetti decollare, un po’ a discapito di NichelOdeon stesso, costretto a cambiare spesso facce e attori (ride).
Un altro ambito dove hai lavorato molto, ci dicevi, è la musicoterapia. Ci racconti di quest’esperienza, come funziona e quanto pensi possa essere una frontiera da sfruttare?