Kali Malone crede nella potenza emotiva e spirituale delle risonanze. Durante le sue performance il suono e l'architettura si mostrano come linguaggi assoluti e necessari, in dialogo, capaci di scolpire lo spazio e provocare, nell'ascoltatore che accetti la prova, suggestioni lessicali e introspettive; un'esperienza immersiva che dovrebbe portare se non la catarsi, almeno una profonda tranquillità.
L'evento è in Chiesa Rossa, sotto le volte minimaliste e pulite della Chiesa di Santa Maria Annunciata, illuminate dagli azzurri e i gialli e i rossi dell'installazione permanente di Dan Flavin. La luce è fredda e severa, l'organo che verrà utilizzato per l'esibizione è sul lato a metà navata; ha una struttura di legno a capanna divisa in tre sezioni, poderosa e brutale. Le canne d'acciaio lucidissime decrescono verso i lati. Nella parte inferiore, i battenti aperti rivelano due nicchie una sopra l'altra; nella superiore, come fosse la sezione di un solido di Pomodoro, trovano spazio cilindri più piccoli, divisi in tre ordini; nell'inferiore sono sistemate le tastiere e i registri dai manici scuri. In parte al corpo centrale, dei camini squadrati, cavi, si alzano fin quasi a toccare gli spioventi.
Pochi però intuiscono che l'esibizione avrà luogo proprio là dove sarebbe naturale, ingannati dalla sistemazione delle panche e delle sedie, rivolte verso l'altare e la tonda enorme puntina di ferro sospesa sopra il baldacchino metafisico. Io me ne accorgo troppo tardi, ma in tempo per realizzare che tra me e l'artista starà, con una precisione chirurgica, una colonna in pietra. Sorte medesima toccata a due terzi della platea.
Si aspetta l'inizio con trepidazione, impiegando la mezz'ora accademica nell'ascolto dell'organo che rolla una nota in folle; come i viaggiatori sugli aerei fermi in pista i motori accesi.
Quando finalmente entra in navata Kali Malone, accompagnata da Stephen O'Malley, guru della drone e suo compagno artistico e sentimentale, un sollevato applauso la segue fino a che non si siede all'organo. Nessuna introduzione, nessuna parola o dichiarazione. L'esibizione incomincia come agile continuazione della nota tenuta durante l'attesa.
La scaletta è una selezione dei brani per organo della Malone, tratti dal monotematico "The Sacrificial Code" e dal più variegato "All Life Long".
Accade quello che ci si aspetterebbe: i lunghi accordi riverberano nello spazio, creano un'atmosfera tesa a una delicata sacralità e invitano al raccoglimento. L'esecuzione nascosta e le luci accese aumentano il grado di alienazione da sé e attenuano la ritualità del concerto-con-l'artista, spostando l'attenzione non sulla performance, ma sull'esperienza che intorno alla musica si vuole costruire.
Durerà un'ora e mezzo, i brani eseguiti saranno intervallati da, nell'ordine: il greve silenzio d'attesa per il brano successivo, tipico del pubblico più austero di musica classica; l'applauso di quelli biasimati per aver rotto il medesimo greve silenzio; un nugolo di applausi più convinti e altri applausi liberi dal sussiego ma sporcati dagli scalpiccii di parte del pubblico in fuga; dunque spaesate approvazioni e sedie spostate convogliati in un finale rimpolpato dai più convinti battiti di mani dei rimasti.
Durante l'esecuzione, l'organo vibra poderoso e crea solidi tappeti sonori che sembrano recitativi cupi e meditativi di sutra occidentali; l'Io sublima nelle più varie riflessioni, sul sé e sul sé senza sé, ma anche sulle fugaci miserie quotidiane, lampi volgari di materia nella volontà di immateriale. La signora davanti a me si prodiga a fissare il momento, che riconosce come notabile, impegnandosi in innumerevoli scatti della medesima volta azzurra, aggiustando l'angolazione con millimetrici spostamenti sul proprio asse. Alla mia sinistra, due ragazzi inglesi ripetono wonderful place, wonderful place; qualcuno guarda il soffitto, altri chiudono gli occhi; altri ancora fissano l'artista imponendosi un consapevole e necessario trattamento Ludovico - due ragazze si sostengono in uno strano equilibro, adagiando vicendevolmente la testa sulla spalla dell'altra, entrambe abbracciate allo schienale di una panca.
Kali Malone, prima ammirata e poi assistita da Stephen O'Malley, esegue i brani con leggero disincanto. Dalla colonna che il guardo esclude, riesco a vedere le sue diafane mani impercettibilmente tirare o incassare i registri. La musica cambia con lentezza, tanto che il tempo e lo spazio vengono messi in discussione.
L'ascolto è un'esperienza natatoria che si trasforma in naufragio; si accetta di divagare portati via da una corrente tiepida, ci si fida del liquido con la speranza di accorgersi a un certo punto approdati all'isola. Poi si abbandona anche la speranza di approdare, la terraferma perde di importanza, si rinuncia alla ricerca superficiale e si comincia ad affondare nelle profondità degli oceani, bianche e solitarie, deserte; si aprono sterminati spazi dove l'unico suono è quello dell'organo nel vuoto dei propri non-pensieri.
È un'esperienza di liberazione dal proprio Io esistenziale che, a questo punto, dovrebbe riflettersi nelle (in)coscienze liberate altrui, generando un rito collettivo di purificazione e riconnessione all'essenziale e alla dimensione del sacro; ma a tratti si incappa sfortunatamente nell'indifferenza e nella perplessità; molti scorrono sui loro smartphone tutorial di cucina.
All'attacco dell'ultimo brano, alcuni se ne vanno, ostentando un'espressione mista: la vergogna di essere scoperti inadeguati per un simile impegno metafisico, e la liberazione ontologica di poter archiviare l'esperienza.
Uno dei ragazzi che ho a fianco usa il cappotto color ecrù come una coperta all'addiaccio, e sospira.
Quando il concerto termina, noto gli operatori, attruppati sotto la nicchia che ospita una madonna con bambino: sono immobili, fissi come in un sognante piano sequenza di un Fellini degli spiriti. Non tradiscono espressione o emozione; sospesi a un momento estatico si limitano a tenersi all'attrezzatura con delicatezza, quasi se la lasciassero volerebbe via. Nel silenzio incerto, uno scricchiolio del legno. Kali Malone si è alzata per ringraziare. L'applauso che le si tributa è forte e deciso, gli smartphone tornano in tasca, e qualcuno accenna anche un "brava!" e tutti quei giorni di digiuno e di silenzio hanno finalmente un senso. Lei ringrazia l'organo, riprende la via della navata, e con leggerezza e un filo di imbarazzo scompare verso la sagrestia.
All'uscita si torna a parlare, molti si attardano sotto il porticato, sorridendo e fumando; ha smesso anche di piovere.
L'evento è stato organizzato da Fondazione Prada insieme a Threes, nella cornice di una illuminata collaborazione dedicata alle nuove forme sonore e alla musica sperimentale. Un concerto affascinante ed evocativo che, diradato il profumo dell'incenso di Dior, rimane forse una delle più interessanti forme di musica sacra contemporanea esperibile in circolazione.