L’idea, si diceva, è quella di pescare da tutte le fasi di un percorso artistico ormai quasi ventennale, ma non in maniera uniforme. “Vol. 2” è il disco più trascurato contando soltanto una canzone in scaletta, la cinematografica “Lei, lui, Firenze”, che comunque, nella parte finale del concerto – ossia nel passaggio tra il discancanto e il nuovo incanto – disperde per la suggestiva location assisana frammenti di una poetica più quotidiana rispetto a quella attuale, di un Brunori cantastorie e più incline al neorealismo. Oggi Brunori racconta la realtà tramite immagini collettive e riflessioni personali rivolte a un’umanità che non riesce ad accettare la diversità (“L’uomo nero”), a guardare oltre il proprio naso (“Secondo me”) e a uscire dalle proprie paure (“La verità”).
Il pubblico è numeroso e il concerto è sold-out da diverso tempo. Tra le centinaia di persone in piedi sul prato della Rocca, la sensazione è che tramite l’ironia e la semplicità del messaggio – che tuttavia non affoga mai nella retorica più scialba – l’artista cosentino sia riuscito a fidelizzare un pubblico caloroso e affettuoso, incline alla leggerezza, ma anche alla riflessione occasionale, ingredienti che probabilmente distinguono la buona musica cantautoriale da quella mediocre.
Al pianoforte arrivano i pezzi più toccanti, come “Kurt Cobain”, “Per due che come noi” e la conclusiva “Arrivederci tristezza”, brano di apertura di quel “Vol. 3” che nel 2014 vide per la prima volta alla produzione Taketo Gohara, fedelissimo compagno di viaggio e di registrazioni di Brunori, presente di fronte al mixer anche per il concerto di Assisi.
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