Anche se da anni non vivo più a Bologna, il capoluogo emiliano resta il mio faro per la musica elettronica, che si tratti del
RoBot Festival o del Link,
club attivo dal 1994 e testimone di una schiera sterminata di artisti, tra cui spiccano
Aphex Twin,
Plastikman,
Amon Tobin e mille altri. Situato in piena periferia, raggiungere il Link è un vero e proprio pellegrinaggio, almeno per chi come me si ostina a evitare l'automobile: non tanto per il tragitto in treno o pullman fino alla stazione, quanto per la camminata finale, dato che il bus 20 si ferma a Pilastro, lasciando un'ultima tappa di venticinque minuti a piedi in una distesa di nulla, interrotta solo dal ronzio delle cicale, qualche lampione tremolante e il vociare degli amici.
Giunto al locale, la fila è già corposa, specialmente per il tesseramento. Tra la clientela noto due aspetti dominanti: il primo è la netta prevalenza maschile, il secondo è la quantità sorprendente di quaranta-cinquantenni, cosa inusuale nel panorama
clubbing ma che, osservando il loro aspetto e ascoltando i loro discorsi, rivela un interesse radicato, forse coltivato fin dalla fine dei
Novanta. La
timetable della serata segue questo ordine: in apertura Marco Maldarella, giovane
dj-producer recentemente pubblicato da Omen Wapta,
label techno sperimentale diretta da Woody92; oltre al
solo-project, Maldarella è anche membro dei MARMO, duo
ambient-techno che nel 2023 ha dato vita a "Epistolae", un viaggio nei
cyber-tribalismi della techno minimale più evocativa e contemporanea.
Se i lavori solisti del
producer si distinguono per un'attitudine avanguardistica, giocata tra bpm serrati,
sound design cupo, strutture in continuo mutamento e contaminazioni tra Idm e fervori
tribe, il suo
dj-set d'apertura segue una linea più canonica e funzionale al contesto. Attorno ai 130 bpm, costruisce un crescendo ritmico che, pur ripercorrendo la claustrofobia ipnotica della
minimal-industrial, resta misurato e mai prevaricante. Un
set pensato per il suo significato più autentico: scaldare il
dancefloor, predisponendo il pubblico agli
headliner. Il
warm-up, infatti, non ha il compito di rubare la scena, ma di intonare l'atmosfera a chi seguirà, bilanciando intensità ed essenzialità. Da questo punto di vista, Maldarella compie un lavoro impeccabile.
Verso l'una,
Oscar Mulero prende il controllo della console.
Owner di PoleGroup e veterano della scena techno madrilena dai primi
anni Zero, l'avevo già ascoltato a Bologna, ma in un altro contesto: il TimeShift, rassegna dedicata alla
minimal-industrial techno che negli
anni Dieci animava Zona Roveri,
club noto per il suo straordinario impianto Montarbo, eccellenza italiana. Non che il Link sia da meno, tutt'altro: frequentandolo da oltre un decennio, dalla già ottima qualità iniziale ho constatato il netto
upgrade, culminato nel Pioneer DJM-V10, un colosso a sei canali (la media è due, al massimo quattro), il cui convertitore audio lo rende uno dei
mixer più raffinati in circolazione.

Del set di Mulero mi colpiscono due elementi. Il primo è il suo ritorno alle origini: dagli anni Venti la techno ha subito un'accelerazione generale, e anche lui ha alzato il tiro, tornando ai ritmi serrati delle sue prime produzioni. Se durante lo
showcase PoleGroup del 2016 lo ricordavo attorno ai 129-130 bpm, stavolta sfora i 135. Il secondo aspetto è che non ha perso un grammo della sua identità: a differenza di molti minimal-techno
act, il salto nel nuovo decennio non lo ha reso eccessivo, ridondante o grottesco.
Faccio una precisazione: molti
producer della scena minimal, con il cambio di decade, hanno cercato nuove coordinate espressive: chi aumentando i bpm e virando verso l'
hardgroove, chi sperimentando innesti melodici (non sempre riusciti), e chi ha semplicemente perso la bussola, scivolando in una
gabber martellante e muscolare. Mulero, invece, ha mantenuto il suo registro: atmosfere cupe, strutture essenziali, bassi tellurici, micro-poliritmie minimali e poco altro. La selezione non è stata memorabile, ma ha mantenuto il
dancefloor in tensione senza sforzo.
In chiusura, l'inglese Ben Sims, che raccoglie l'eredità di Mulero e la spinge oltre, arrivando a sfiorare i 139 bpm (fonte: io e il mio
tap bpm, fedele alleato digitale). La struttura rimane affine, ma con un accento più
hardgroove: ritmi più serrati, meno disorientanti e più affilati. Il volume viene alzato dal
sound engineer e Sims costruisce un
set fatto di passaggi vertiginosi,
pattern massicci e basse frequenze opprimenti. La progressione dei tre
set si rivela quindi graduale: dopo l'introduzione misurata di Maldarella e l'oscurità senza compromessi di Mulero, il peso schiacciante di Sims arriva come un colpo finale. Futuristico e spietato, ossessivo e inarrestabile.
Una cosa che ho notato è l'assenza di variazioni, che fossero elementi melodici o altro. L'approccio segue la scuola minimal in modo intransigente, senza concessioni. Eppure, soprattutto negli ultimi due
set, un tocco di eclettismo avrebbe potuto dare un respiro diverso: qualche accordo dal sapore introspettivo, ritmiche più dilatate, momenti cadenzati o semplicemente meno sottomessi ai
subwoofer avrebbero potuto arricchire il viaggio. Non che la proposta sia risultata tediosa, ma quando il tessuto sonoro si basa su schemi ipnotici e ripetitivi, dopo ore trascorse dentro la sala, il rischio di perdere il
focus sui dettagli è dietro l'angolo.
Poco male, comunque. Il punto di forza della serata sta nella coerenza, nella fermezza nel non piegarsi alle mode passeggere e, soprattutto, nella presenza di artisti capaci, la cui esperienza si avverte con ogni transizione, ogni cambio di
groove, ogni variazione impercettibile ma efficace. Anche con le gambe pesanti e la testa ancora immersa nei
loop, il pensiero che rimane è quello di aver assistito a una notte che, senza bisogno di fronzoli, ha dimostrato che la techno sa ancora mordere.