Il quartetto canadese ha sempre costruito la propria identità su un paradosso semplice ma efficace: suonare musica elettronica come se fosse una band rock, privilegiando improvvisazione, strumenti analogici e una dimensione il più possibile fisica e suonata. Con “Event Beat”, sesto album in studio e primo lavoro dopo “Deleter” (2020), questa filosofia non viene reinventata ma piuttosto ribadita con una certa coerenza.
L’album nasce in un contesto quasi ascetico: una reunion creativa in una sala di paese nella rurale Nuova Scozia, dopo anni di distanza forzata. Questo ritorno alla convivenza musicale sembra aver riattivato la grammatica interna del gruppo, una sorta di linguaggio condiviso costruito nel tempo, fatto di groove ripetitivi, circuiti analogici e improvvise deviazioni rumoristiche. Il risultato è un disco che si muove su una linea di equilibrio abbastanza interessante: da un lato un art-rock elettronico pulsante e percussivo, dall’altro una dimensione più sintetica che sfiora talvolta il synth-funk o un kraut-rock velatamente psichedelico.
L’apertura con “Evie” è probabilmente uno dei momenti più riusciti del disco: basso nervoso, sintetizzatori intermittenti e una voce che emerge come un frammento poetico disperso nel rumore. Qui si ritrova quella miscela tipica degli Holy Fuck fatta di groove obliqui e caos controllato. Poco dopo, brani come “Czar” e “Ice Box” mostrano il lato più abrasivo del gruppo, tra ritmiche industriali, bassi taglienti e un uso della distorsione che diventa quasi elemento strutturale della composizione.
Parallelamente, il lavoro si apre anche verso spazi più distesi. “Gold Flakes” procede su un battito motorik quasi kraut-rock, dilatandosi lentamente in una trance ipnotica, mentre “Elevate” sembra flirtare con una forma di euforia techno più atmosferica, stratificando progressivamente synth e pulsazioni. Qui si rivela per bene la natura del progetto: un laboratorio sonoro dove ripetizione, improvvisazione e accumulo diventano gli strumenti principali per costruire tensione.
Le tracce raramente seguono una classica struttura strofa-ritornello: si sviluppano piuttosto per espansione orizzontale, attraverso pattern ritmici che si trasformano gradualmente. È un metodo compositivo che deve molto al minimalismo e al kraut-rock più radicale (dai Can di “Tago Mago” fino alle sperimentazioni ritmiche di un certo post-punk newyorkese) ma filtrato attraverso una sensibilità contemporanea, quasi urbana, dove il linguaggio si comporta quasi come un oggetto sonoro.
Eppure, nonostante la ricchezza di intuizioni e l’evidente maestria nell’intrecciare ritmi e texture, “Event Beat” lascia anche una sensazione leggermente ambigua. L’energia c’è, le idee pure, ma l’album fatica a mantenere una traiettoria davvero memorabile dall’inizio alla fine. Alcuni brani colpiscono immediatamente, altri scorrono senza lasciare un’impronta altrettanto forte.
Senza dubbio, gli Holy Fuck dimostrano ancora una volta di possedere un’identità sonora riconoscibile e una capacità rara di rendere l’elettronica qualcosa di vivo, imperfetto e umano. Tuttavia, il risultato complessivo resta leggermente più contenuto rispetto alle aspettative che un ritorno dopo sei anni poteva generare.
24/04/2026