Bisogna fronteggiare una “piaga mondiale”, ci avverte Genesis Owusu. E l’unico modo per farlo è guardare in faccia una realtà spaventevole e lottarci contro, mettendo in gioco nientemeno che i nostri corpi che ballano fino allo stremo. Animato da questa urgenza, il terzo lavoro dell’artista australiano di origini ghanesi adotta una postura ancora più radicalmente politicizzata che negli album precedenti. Una stella rossa, memore della bandiera del suo paese natale, forse ammiccante a una guerriglia in procinto di innescarsi o magari già iniziata, appare sulla copertina e in tutti i videoclip che accompagnano i singoli estratti dal disco.
Forte di molteplici premi nazionali in Australia e già acclamato dalla stampa mondiale, Owusu non cede alle sirene che consiglierebbero un ammorbidimento radiofonico. Anzi, rende ancora più compatto e incisivo il suo approccio dance-punk al neo-soul. Così, per non dare adito a dubbi, la scaletta si apre con la dichiarazione di intenti di “Pirate Radio”, un assalto di bassi sintetici degno dei Death Grips. L’ascoltatore sa cosa attendersi da qui in poi: un flusso clandestino di messaggi eversivi, volti a risvegliare le coscienze. Perché la piaga mondiale non esercita la sua violenza mortifera solo attraverso droni e rastrellamenti, ma anche instillando un’angoscia subdola che genera paralisi, solitudine e rassegnazione. Da cui è imperativo scuotersi. Ecco quindi la corsa a perdifiato di “Stampede”, colonna sonora di un video adrenalinico filmato in Ghana, dove i genitori di Genesis Owusu sono tornati a vivere, dandogli l’occasione di riconnettersi con le proprie radici.
In generale, “Redstar Wu And The Worldwide Scourge” gira a meraviglia proprio quando spinge sull’acceleratore per dare vita a bombe synth-punk a cui è difficile resistere, in cui emergono perfino echi dei primissimi Ultravox: è il caso del boogie elettronico di “Life Keeps Going”, dell’eccellente singolo con reminiscenze brit-rock “Death Cult Zombie”, ma anche della nevrosi Tv on the Radio che elettrifica “Most Normal American Voter”. Questa capacità di canalizzare in danza scatenata invettive estremamente esplicite, che si tratti di invitare a tassare gli oligarchi, di ridicolizzare la frustrazione conservatrice degli incel pro-Trump, o di denunciare la passività delle potenze mondiali di fronte al genocidio di Gaza, è ciò che fornisce all’album il suo equilibrio, anche nella quasi-title track col suo apocalittico j’accuse su sfondo trip-hop liturgico. E sono tanto vitali quanto rinfrescanti i brani in cui l’impeto ballabile si affianca a una cantabilità a presa rapida – vedi l’inno tra new wave e power pop “Runnin Outta Time” e le tastiere baleariche che conferiscono a “Big Dog” la sua natura di synth-pop sognante.
I punti in cui le pulsazioni rallentano, pur costituendo una quota tutto sommato minoritaria, sono distribuiti in vari momenti-chiave. Benché non tutti appaiano totalmente riusciti, risultano comunque suggestivi, tra potenziali outtake da “Blue Lines” (“Blessed Are The Meek”) e nostalgiche sospensioni synthwave (“4Life”, l’unica traccia priva di sezione ritmica). Ancora meglio fanno il funk vischioso di “Hellstar”, con tanto di collaborazione del rapper Duckwrth, e gli arpeggi psichedelici che punteggiano “Situations”. E se “Falling Both Ways”, cantata in coppia con Ladyhawke, con la sua andatura notturna come uscita da un The Weeknd sedato, si situa per chi scrive tra gli apici del disco, il numero agrodolce à-la Frank Ocean di “One4All” ne rappresenta la chiusura perfetta. Il party si conclude, il panorama intorno a noi è desolante, ma non si può che affrontarlo: non è l’ora di coricarsi, anzi è proprio il momento di rimanere all’erta e affrontare la salita, arrampicandocisi con “spalle da Sisifo”. Sapendo che se dovessimo esitare e sentirci mancare le forze, in preda allo scoramento, potremo sempre rimettere “Redstar Wu And The Worldwide Scourge” sul piatto e abbeverarci all’entusiasmo indomito che Genesis Owusu ha saputo racchiudervi.
05/07/2026