Che fine ha fatto Joseph Arthur? Da songwriter iperprolifico a fantasma vero e proprio, il passo può essere più breve di quanto si pensi. A volte, uscire dalla luce dei riflettori sembra uguale a sparire. Per Arthur, i riflettori si sono spenti con la pandemia del 2020: un nuovo amore, la paternità, il trasloco in Arizona, la ricerca spirituale… e una sorta di strambo inno no-vax intitolato “Stop The Shot”, che gli ha procurato un progressivo ostracismo da parte dell’industria discografica. Niente più dischi, niente più tour. Ma le canzoni, quelle non ha mai smesso di scriverle.
Peter Buck dei R.E.M. è uno dei pochi che gli è rimasto vicino anche nei momenti difficili: insieme hanno pubblicato due dischi a nome “Arthur Buck”. Adesso è arrivato il momento di tornare in scena, e Arthur ha deciso di farlo nientemeno che con una nuova trilogia: “You’re Not A Ghost Anymore” (titolo già di per sé emblematico), che si presenta in questo primo capitolo con un tema conduttore decisamente impegnativo, quello della fede.
“È un lavoro in tre parti scritto nell’arco di sei anni, attraverso il crollo, la ripresa e il ritorno”, spiega Arthur. “Queste canzoni tracciano il lungo arco dal disorientamento all’incarnazione, dal perdere il filo al riprenderlo con entrambe le mani. È un disco sul restare quando scomparire sarebbe più facile. Sul fatto di scegliere la presenza invece dell’intorpidimento. Sul tornare nel corpo, nella voce e nel mondo”. Soprattutto, è la testimonianza di una conversione. Una conversione radicale, alla maniera dylaniana: la lotta contro il peccato, la redenzione della croce, la sorpresa della grazia. Più “Saved” che “Slow Train Coming”, per restare nel paragone, ma in questo caso senza nessuna “svolta gospel”.
Una produzione autarchica ed essenziale – chitarre, tastiere e drum machine – mette al centro la voce magnetica di Arthur e l’ossatura delle canzoni: canzoni più che mai dirette ed esplicite nel veicolare il loro messaggio evangelico (lo si capisce già da titoli come “Hey Satan”, “He Died” o “Holy Spirit”…). All’apostolato di “Faith”, però, manca lo spessore musicale delle pagine migliori della discografia di Arthur.
I Padri del deserto accennano una danza sulla melodia pop di “Demons” (“The battleground of this war is in our heads/ The Devil tricks us with what we think we need”), Reinhold Niebuhr ispira il ritornello a presa rapida di “One Life” con la sua celebre “Preghiera della serenità” (“Grant us the peace to accept what we can’t change/ And the courage to change what we can/ The wisdom to know the difference”).
Fuori fuoco quando insegue suggestioni funk (“Bear Your Own Cross”) o quando prova a misurarsi con il flow di “Redemption City” (“Thank You Is My Mantra”), Arthur ritrova ancora una volta la sua dimensione più congeniale quando sono le ombre a prevalere: la riflessione in slow motion di “In The Shadow Of The Cross” e soprattutto “No Weapon”, un ritorno alle origini che invita a spezzare la spirale dell’odio e del risentimento. “No weapon they’ve used against you will matter/ No weapon formed against you will prosper”, annuncia Arthur con il suo tono più profetico: perché nella battaglia tra luce e tenebre si può entrare solo disarmati.
25/08/2026