Ci sono album che, nell’ambito di una discografia, hanno una loro ragion d’essere che prescinde dalla pura e indefinibile bellezza; l’ultimo capitolo discografico di Julia Holter è uno di questi.
“Materia” è in verità solo sulla carta il nuovo disco dell’autrice americana: più che altro si configura come un compendio all’eccellente “Something In The Room She Moves”. Quest’ultimo era stato un progetto profondamente terapeutico per la compositrice statunitense, chiamata ad affrontare la perdita della voce e dell’ispirazione nel post-lockdown, trovando infine rifugio in una nuova, salvifica prospettiva artistica.
È dunque comprensibile che Julia Holter sia ritornata sui propri passi al fine di rielaborare alcune pagine del progetto più temerario della sua carriera. Quell’album, fulgido manifesto di situazionismo creativo e consapevole rifiuto della perfezione, si svelava attraverso lo stupore e il senso di meraviglia originaria di un neonato, laddove maternità e rinascita interiore hanno marchiato a fuoco ogni singola traccia di “Something In The Room She Moves”, sebbene la storia sia ancora tutta da scrivere.
“Materia” non è solo una delicata escursione jazz-noir, ma rappresenta anche una delle pagine più spirituali della produzione di Julia Holter, ampiamente ispirata alla complessa e rivoluzionaria figura della monaca Hildegard von Bingen.
Reinventarne le poco appariscenti e visionarie trame sonore è l’ennesimo atto d’amore per una forma d’arte che sa restare avulsa dalle ferree logiche della musica intesa come mero prodotto di consumo. Guai, però, a liquidare l’album come un esercizio autoreferenziale e prevedibile.
La rilettura avviene in prima battuta su “Materia 2” attraverso una contaminazione a base di sognanti impulsi di drum machine: qui, la seconda voce di Jessika Kenney ha il compito di definire l’eterea struttura melodica accennata dalla voce-strumento della Holter. A seguire, “Materia 3” opera una deframmentazione che rallenta e smarrisce la vena ipnagogica del secondo capitolo fino a renderla esangue, scheletrica e fugace; un’attitudine che i poco più di due minuti di “Clepsydra” rimodellano attraverso arpeggi elettronici dissonanti e un’indefinibile grazia onirica.
Album volutamente scomposto, “Materia” fluttua tra electro-ambient e art-pop con la consueta, algida classe di sempre. “The Laugh Is In The Eyes” sembra uscire da un progetto inedito firmato a quattro mani da Kate Bush e Peter Gabriel, alternando il suono magico del flauto a uno struggente assolo di basso. Ancor più ambiziosa è “My Lost One”, un sussurro art-pop che, al pari di una nuvola che si trasforma in pioggia, si nutre di eteree sonorità e del suono flessuoso del basso per ergersi maestosa.
Questa geniale sostanza art-pop era stata già in parte anticipata dal singolo” Fantasy”, un delizioso campionario di suoni e ritmi in cui Virginia Astley e Ryuichi Sakamoto sembrano camminare a braccetto, prima che il brano sfumi verso toni crepuscolari.
Il vero piatto forte per chi apprezza l’animo più trascendentale dell’artista arriva però con i dieci minuti e sedici secondi di “My Twin”. Carillon, pitch elettronici, synth fluttuanti e tempi ritmici tremanti e bizzarri danno vita a un’insolita sinfonia per strumenti occasionali. L’improvvisazione prende le redini delle geometrie armoniche, varcando ancora una volta quei confini con la musica contemporanea che Julia Holter aveva già saputo addomesticare nel proprio immaginario ai tempi di “Ekstasis”. Il brano si sviluppa in un susseguirsi di note e spazi sonori indefiniti che sembrano incastrarsi casualmente, fino a raggiungere una struttura estatica e mutevole che si evolve con una naturalezza impressionante, eppur originale e perfino inquietante.
Che “Materia” sia un album complementare a quanto espresso nel precedente lavoro è evidente; quel che lascia stupiti è la quantità di spunti per un’immaginaria e fiabesca orchestra chamber-jazz.
Ci troviamo di fronte a un disco dinamico eppur diafano e impalpabile, un’opera volutamente incompiuta che porta alla luce quella bellezza a volte fugace che sfugge alle catalogazioni tradizionali per farsi pura esperienza sensoriale.
“Materia” si rivela così non come un semplice epilogo, ma come una soglia aperta sul futuro radioso di un’artista che ha fatto della propria vulnerabilità la sua più grande forza creativa.
21/08/2026