Soffia un vento estivo, ai piedi delle San Gabriel Mountains. Da una parte Los Angeles, dall’altra il deserto del Mojave. Lassù, sul Mount Baldy, Leonard Cohen si ritirò nel suo eremitaggio zen. In un capanno alle pendici delle montagne, Will Sheff ha vissuto il suo personale eremitaggio musicale, immaginando il suono di “Extra Mile”. È la seconda volta che firma un album solo con il suo nome e cognome, quattro anni dopo “Nothing Special”. Ma è la prima volta che decide di spingersi al largo, lontano dai porti più familiari, senza l’egida degli Okkervil River.
“Nothing Special” era stato concepito senza sapere ancora se sarebbe stato intestato alla vecchia band o soltanto a Sheff, e portava impresso il marchio degli Okkervil River. “Extra Mile” è un affare diverso: “È stato come una tela bianca”, spiega Sheff. “Mi sono chiesto chi volesse davvero essere “Will Sheff”, e questa domanda mi ha portato a interrogativi più ampi: che cosa significa essere qualcosa, un essere vivente che respira sotto il cielo stellato, senza sapere da dove viene o dove sta andando. È una delle cose musicalmente più avventurose che abbia mai fatto”.
Qualche nota di piano, un falsetto indifeso. Poi, lentamente, i contorni del brano che dà il titolo all’album si fanno più definiti, le orchestrazioni più articolate. “I threw into a game that I’ll never win/ And I blew it, so screw it, I’ll start again”, canta Sheff riprendendo uno dei suoi temi ricorrenti, quello del senso della sconfitta. Al suo fianco ci sono ancora una volta i compagni di avventura di “Nothing Special”: Will Graefe alla chitarra, che firma come coautore alcuni brani del disco, e Benjamin Lazar Davis al basso. Ma la lista dei collaboratori si allunga, da Christian Lee Hutson a Peter Silberman degli Antlers, passando per A.C. Newman e Thor Harris. Nel brano finale, “Ancient Tourist”, compare persino un coro fatto dai sostenitori di Sheff su Patreon…
Tutto nell’album sembra fluttuare nello spazio, sospeso in una dimensione atmosferica ed evocativa: rispetto alla discografia degli Okkervil River, è ai paesaggi di “Away” che viene da pensare, ma con un’anima più impalpabile, con una sostanza più eterea.
Sulle visioni minacciose di “Devastation”, l’intreccio con la voce di Saundra Williams si avviluppa come una sorta di incantesimo o di invocazione, mentre la traiettoria di “Funny Feeling” si inoltra verso costellazioni psichedeliche, “una sorta di viaggio sulle montagne russe spaziali” – per usare le parole di Sheff – “attraverso ciò che significa essere un’anima nata in un corpo”.
Sono brani che non si lasciano afferrare facilmente, quelli di “Extra Mile”, come sempre quando Sheff decide di esplorare la sua vocazione più obliqua. Giusto gli scampoli di melodia di “Always Everything” sembrano rievocare i cori di un tempo, con la compagnia di Jenn Wasner aka Flock Of Dimes, fino a sfociare in una coda abrasiva di chitarra.
Per trovare il risvolto più cantautorale dell’album bisogna rivolgersi alle tessiture venate di amarezza di “Friends” o – ancora di più – ai morbidi arpeggi di “Lapsed Catholic”, in cui lo scorrere delle cose sembra trascinare tutto con sé (“Nothing going to stay the same, it’s writ/ Everything will take you down with it”). Eppure, nel senso di sproporzione di fronte alla vastità del mondo che percorre tutto il disco, qualcosa sembra continuare a resistere all’entropia: “Fumbling our way past shame toward grace”, ripete Sheff al cuore del brano. La via della grazia è la via più nascosta.
15/08/2026