“Dhurandhar” è una delle saghe più discusse degli ultimi due anni di “Bollywood”, l’industria cinematografica in lingua hindi con base a Mumbai. Diretta da Aditya Dhar e interpretata da Ranveer Singh, la saga si compone di due capitoli, “Dhurandhar” (2025) e “Dhurandhar: The Revenge” (2026), e racconta in chiave fortemente romanzata un’operazione di intelligence indiana condotta in territorio pakistano: un agente sotto copertura si infiltra nelle reti criminali di Karachi e del Balochistan per contrastare organizzazioni terroristiche, in una storia liberamente ispirata a eventi geopolitici reali, dall’attacco al Parlamento indiano del 2001 al dirottamento del volo IC-814. Il progetto, tra i più costosi e redditizi della storia recente del box office indiano, ha sollevato anche polemiche per l’impostazione marcatamente nazionalista con cui rappresenta il conflitto tra i due paesi.
Le colonne sonore dei blockbuster rischiano spesso di ridursi a raccolte eterogenee di singoli, pensate più per le playlist che per sostenere un impianto narrativo. “Dhurandhar: The Revenge” evita in buona parte questo rischio: pur muovendosi all’interno di un kolossal d’azione pensato per il grande pubblico, Shashwat Sachdev costruisce un progetto coerente, nel quale le diverse scelte sonore contribuiscono alla definizione dell’universo cinematografico. Non tutto funziona con la stessa efficacia, ma l’insieme mostra una cura superiore alla media delle produzioni destinate a questo tipo di cinema.
Il compositore torna a collaborare con Aditya Dhar dopo “Uri: The Surgical Strike” e il primo “Dhurandhar”. Tra i due si è instaurata una sintonia creativa che supera il tradizionale rapporto tra regista e autore delle musiche: la colonna sonora nasce parallelamente alla sceneggiatura e al montaggio, influenzando il ritmo stesso del film. Uscita a pochi mesi di distanza da quella del primo capitolo, la colonna sonora di “The Revenge” ne prosegue con naturalezza il linguaggio sonoro, tanto da poter essere considerata quasi un disco gemello, riprendendone la stessa combinazione di elettronica, musica tradizionale e riferimenti al repertorio popolare. Le due opere sembrano così concepite fin dall’origine come un unico grande affresco musicale diviso in due capitoli.
L’ambizione del progetto emerge immediatamente dalla sua architettura. L’edizione estesa supera l’ora di durata e attraversa con disinvoltura hip-hop, trap, elettronica, qawwali, folk-punjabi, musica classica indiana e pop internazionale, mantenendo una discreta unità stilistica. Sachdev dimostra una notevole capacità di assimilare linguaggi differenti all’interno di una scrittura fortemente cinematografica, anche se la quantità di materiali messi in campo finisce talvolta per produrre un effetto di sovraccarico. La sua idea dell’hip-hop come genere aperto, capace di assorbire qualsiasi tradizione musicale, trova qui un’applicazione efficace, anche se raramente sorprende davvero.
L’aspetto più discusso dell’album resta inevitabilmente il massiccio ricorso al sampling. I richiami al repertorio storico funzionano però anche come materiali narrativi, contribuendo a delineare la geografia culturale del film, sospesa tra India, Pakistan, Balochistan e Medio Oriente. In questo senso la colonna sonora opera quasi come una cartografia musicale, in cui ogni tradizione contribuisce a definire un contesto culturale e religioso: le tradizioni sufi dialogano con beat trap, le melodie arabe convivono con orchestrazioni sinfoniche e bassi elettronici, mentre la memoria del cinema popolare hindi viene continuamente rielaborata attraverso una sensibilità contemporanea.
Il procedimento è spesso efficace, ma non sempre evita la sensazione che Sachdev si affidi alla forza di materiali già fortemente caratterizzati. La scrittura privilegia la densità e l’impatto immediato, riflettendo anche la natura ipertrofica del film. Questa impostazione sostiene bene le immagini, ma rende l’ascolto dell’album autonomo più impegnativo e talvolta dispersivo.
Un’impostazione tanto ambiziosa comporta però alcuni rischi. Alcuni passaggi sembrano affidarsi con eccessiva sicurezza alla forza evocativa dei brani campionati, e non tutte le rielaborazioni raggiungono lo stesso livello di incisività. Nel contesto di “Dhurandhar: The Revenge”, la scelta rimane comunque coerente con l’estetica complessiva dell’opera: Sachdev espone le proprie fonti e le rielabora all’interno di un linguaggio che vive della tensione fra memoria e contemporaneità.
Il qawwali occupa un posto importante nella colonna sonora, non solo per il suo peso musicale ma anche per la funzione narrativa. Le rielaborazioni di “Dil Pe Zakham Khate Hain” e “Man Atkeya Beparwah De Naal”, trasformate rispettivamente in “Jaan Se Guzarte Hain” e “Destiny – Mann Atkeya”, conservano l’intensità estatica del canto sufi, immergendola in una produzione elettronica fatta di sintetizzatori, bassi profondi e pulsazioni hip-hop. Il risultato è suggestivo e ben integrato nell’atmosfera del film, anche se il contrasto fra tradizione e produzione contemporanea appare talvolta più efficace sul piano atmosferico che su quello strettamente compositivo.
La colonna sonora si apre anche verso il Nord Africa e il mondo arabo. “Didi (Sher-e-Baloch)” rilegge la celebre hit raï di Khaled attraverso una produzione che coinvolge musicisti provenienti dall’area maghrebina e dal Golfo Persico. La scelta assume un preciso valore drammaturgico: accompagnando le sequenze ambientate in Balochistan, il brano suggerisce la natura transnazionale delle organizzazioni criminali raccontate dal film. Non è semplice colore locale, ma un modo per tradurre in musica la complessità geopolitica della vicenda. Anche qui la funzione narrativa sembra prevalere sulla ricerca di una trasformazione musicale realmente radicale.
L’operazione di recupero dal patrimonio del cinema hindi è altrettanto vasta. Da “Tirchi Topiwale” (“Tridev”, 1989) di Kalyanji-Anandji nasce l’esplosiva “Rang De Lal (Oye Oye)”; “Hum Pyar Karne Wale” (“Dil”, 1990) di Anand-Milind viene riletta in chiave hip-hop; “Tamma Tamma Loge” (“Thanedaar”, 1990) di Bappi Lahiri diventa uno straniante contrappunto a una delle sequenze più violente del film; “Kabhi Bekasi Ne Maara” (“Alag Alag”, 1985) di R. D. Burman riaffiora nella malinconica “Bekasi”. Persino l’Occidente trova spazio nell’album attraverso l’uso di “Rasputin” dei Boney M., il cui celebre groove eurodisco viene collocato in uno dei momenti più sanguinosi del film, secondo un procedimento di straniamento che richiama certo cinema postmoderno.
Sono operazioni generalmente funzionali, e in alcuni casi particolarmente riuscite. Sachdev si conferma soprattutto un abile orchestratore e produttore, capace di collocare materiali molto diversi all’interno di un impianto sonoro coerente. La sua scrittura punta soprattutto sulla rielaborazione di materiali esistenti, più che sulla costruzione di nuovi temi o strutture.
I momenti più riusciti sono quelli in cui Sachdev riduce il peso della produzione e lascia emergere la componente melodica. “Phir Se”, interpretata da Arijit Singh, è probabilmente il passaggio più convincente dell’intero lavoro: dopo una lunga successione di ritmiche aggressive, sintetizzatori saturi e tensione costante, il brano introduce una dimensione di fragile umanità che restituisce peso emotivo al protagonista. La scelta di affidare il tema principale alla veena, strumento profondamente radicato nella tradizione classica indiana, produce un contrasto efficace e mostra un lato più misurato della scrittura di Sachdev.
Di segno opposto è “Aari Aari”, dichiarazione d’intenti del disco. La rilettura del brano dei Bombay Rockers trasforma una hit bhangra in un inno bellico contemporaneo, sostenuto da una produzione poderosa e da un cast vocale ben calibrato. Jasmine Sandlas, presenza ricorrente lungo tutto l’album, conferma una notevole versatilità, adattandosi tanto ai brani più aggressivi quanto alle pagine di maggiore intensità melodica. È però anche un esempio della tendenza all’enfasi che attraversa il progetto: l’impatto è immediato, mentre la profondità della scrittura rimane più discutibile.
Anche nei passaggi più spettacolari resta evidente la cura riservata al dettaglio sonoro. Il background score merita un discorso a parte: più che accompagnare le immagini, costruisce una tensione psicologica continua attraverso leitmotiv, frequenze profonde e una stratificazione timbrica che conferisce gravità anche alle sequenze più convenzionali. È uno degli elementi in cui il lavoro di Sachdev risulta più convincente: la musica costruisce un ambiente sonoro coerente e funzionale alle immagini.
Laddove la narrazione tende talvolta a rendere il protagonista quasi invulnerabile, la musica riesce comunque a suggerire pericolo, instabilità e inquietudine, contribuendo a dare maggiore profondità ad alcune sequenze. Il lavoro di Sachdev finisce così per compensare parzialmente alcune debolezze strutturali della sceneggiatura. La ricchezza degli arrangiamenti non si traduce però sempre nella stessa forza compositiva: in alcuni passaggi la stratificazione timbrica sembra perseguire soprattutto l’impatto, con risultati più spettacolari che memorabili.
“Dhurandhar: The Revenge” è una colonna sonora riuscita, soprattutto per la qualità della produzione e per l’uso dei riferimenti alla tradizione musicale indiana e al repertorio popolare. I campionamenti e la durata finiscono però per appesantire l’ascolto autonomo, mentre l’abbondanza degli arrangiamenti non sempre coincide con una scrittura altrettanto originale. I momenti migliori sono quelli in cui Sachdev riduce l’enfasi e lascia emergere la componente melodica ed emotiva.
19/08/2026