Di stell(in)e erranti nel nuovo (?) firmamento country statunitense ne sono spuntate diverse negli ultimi anni, da Pearl Charles a Mikaela Davis, tanto per citare qualche nome meno roboante ma non per questo poco valido, senza contare il discutibile successo di Ella Langley, ormai praticamente sulla bocca di tutti.
E’ un fenomeno tutt’altro che nuovo, più che altro è aumentata la mole e in casi sporadici la visibilità, per un cantautorato che riprende inesorabilmente i canoni armonici di leggende come Emmilou Harris e Dolly Parton, e altrove tende a ripescare gli umori di Joni Mitchell o, volendo restare su nomi e soluzioni più recenti, la teatralità di Weyes Blood.
La fascinazione è tanta a prescindere, ma la qualità delle “ripresa” non sempre è dietro l’angolo, e spesso si finisce per imbattersi in fotocopie sbiadite di un passato troppo glorioso e irripetibile.
La californiana Haylie Davis si inserisce in questo contesto, tanto potenzialmente scivoloso quanto ammaliante, con la grazia di chi sa il fatto suo e non ha alcuna intenzione di strafare. Ne è prova il primo album, il cui titolo, “Wandering Star”, si collega perfettamente ai blocchi di partenza, ed espone quanto citato tra una ballata che riporta a galla fino al midollo le trame melodiche al piano di Judee Sill, come “Golden Age”, e un’altra in cui il pianismo tende a riproporre ai timpani la dolcezza di gemme inspiegabilmente dimenticate come Janie Fricke (“Borno to be Blue”).
Insomma, è urban cowboy misto a country pop di pregevole fattura, quello che si dipana lungo le undici canzoni di un disco complessivamente amabile, e con il quale rincorrere i fantasmi di una stagione a quanto pare intramontabile.
Haylie canta come un usignolo in preda a gioie e dolori per tutto il tempo, e nei momenti più ariosi del lotto, come “Give Me a Rainbow”, una di quelle canzoni che avrebbero raccolto parecchie monetine nei jukebox dei vecchi saloon americani, sguscia agilmente via, comportandosi come un angelo che ha perso la bussola del paradiso.
“Wandering Star” racchiude lo spirito più country di Juice Newton (“Young Man”) e potrebbe avvicinare i più giovani ad approfondire involontariamente le carezze di una Karen Carpenter, solo per abbondare ancora una volta con i riferimenti notevoli. In questa docile cavalcata nella prateria, Haylie Davis non straborda mai, e tra una ballatina d’amore acustica con la splendida voce in primo piano (“Mourning Dove”) e una briosa evasione pop (“Lonely Too”), finisce per restituire una prova in fondo convincente, e da ascoltare e riascoltare senza mai chiedersi troppo dove finisca il remake e cominci il presente.
15/08/2026