La band di Bristol dà finalmente seguito ai due Ep che avevano coperto il vuoto dalla pubblicazione dell’esordio, una proposta, quella del Tara Clerkin Trio, che è un percorso a ostacoli, che dall’astrazione vira verso una sghemba fisicità.
Trip hop, downtempo e attitudini jazz sono parte del dna del gruppo e, in questo senso, lo collegano strettamente alla scena locale; sono però tanti gli elementi atipici e ingegnosamente creativi che spostano l’asse verso un sound sperimentale, disarticolato, fragile ma soprattutto disarmante.
Di fronte alla nitida bellezza delle composizioni di “Somewhere Good“ non è possibile restare impassibili. La voce confidenziale di Tara Clerkin ammalia anche i più distratti, mentre il clarinetto si fonde con le trame percussive alternando sonorità eteree ad altre dal ricco corpo melodico; allo stesso tempo dub, sample ed elettronica riempiono alcuni spazi vuoti senza mai essere ingombranti.
Tutto questo non è immediatamente catalogabile, o almeno non lo è secondo i canoni normali con i quali si tende ad assimilare gran parte della produzione contemporanea. Il nuovo album del Tara Clerkin Trio affascina per la modernità del linguaggio, per la perfezione che viaggia di pari passo con la semplicità e per la magica empatia che alfine rende malleabile una materia non proprio facile da amare al primo ascolto.
Reinvenzione e rimodellamento di stilemi già noti: questa è la ragion d’essere di un disco che si prende perfino gioco dell’improvvisazione post-rock/jazz per creare un ipnotico e ossessivo soundscape, in bilico tra psichedelia e inconsistenza (“There Was A Nice Sunset”). Con “Lazy Daisy” la band gioca la carta dell’involontario tormentone emotivo: la voce seduce le corpose linee di basso, ne asseconda la placida malinconia e sancisce istantaneamente il legame con le meraviglie del trip-hop.
Quel che sfugge a un primo approccio è la lieve venatura funk in chiave sperimentale di “Lake Walk”, o l’attitudine hauntology che si cela dietro le distonie jazz di “Ups & Downs”.
Mi piace immaginare il nuovo album del Tara Clerkin Trio come un originale progetto di chamber-music dove le contaminazioni fungono da perenne inganno semantico. Un universo sonoro parallelo dove pochi elementi creano un corpo solido per poi disgregarsi nuovamente (come nell’enigmatica e sensuale “Silently”), o dove il pop è graffiato da contrappunti melodici e ritmici figli dell’indie rock e del dub (l’allettante “Slow Island”).
Quel che resta costante è una decomposizione a tratti eterea che ne esalta la natura sperimentale (“There Was A Nice Sunset”), che non sacrifica le matrici jazz (la title track) e sposta l’asse verso una contemporaneità dai tratti dadaisti che, alfine, richiama la genialità dei Young Marble Giants (“Movin’ On”).
13/08/2026