Gli inglesi Cryptic Shift sono una band di metal estremo e progressive con una passione smodata per le composizioni colossali. I più curiosi li avranno conosciuti già con l’interessante “Visitations From Enceladus” del 2020, aperto dalla suite di 26 minuti in sei parti “Moonbelt Immolator”. L’ispirazione fantascientifica, unita a uno stile spesso dissonante ed estremamente tecnico che non rinuncia all’estremismo ultraviolento sono elementi che li rendono potabili solo per una minoranza di coraggiosi educati a pane e metal cerebrale. Per certi versi un brano come “Planetary Hypnosis” li candida ad essere tra i pochi credibili eredi dei Vektor, i quali però partivano da territori molto più legati al thrash-metal. Questo secondo album, intitolato “Overspace & Supertime”, trasforma le intuizioni dell’esordio in un’ancora più estrema, ciclopica esplorazione di un metal tecnico, progressive e fantascientifico.
Sin dall’iniziale “Cryogenically Frozen” è chiaro il maggiore peso del jazz-metal in questo secondo album, con un chiaro riferimento ai Cynic. Nei nove minuti e mezzo di questo brano iniziale, però, c’è spazio per feroci attacchi thrash-metal, devastanti esplosioni death-metal, raffinate esplorazioni strumentali. È un tour de force che porta gli strumenti all’estremo.
Il brano ciclopico questa volta è “Stratocumulus Evergaol”, praticamente mezz’ora di metal fantascientifico diviso in sei parti. L’apertura dissonante e inquietante, all’insegna di un fusion metal asimmetrico e tensivo, s’impenna in sfuriate supersoniche e nuovi rallentamenti. Il frequente cambio di velocità porta il brano a imbastire un punk-thrash al sesto minuto, trasformato in un mostruoso e ossessivo assalto pochi minuti dopo. La miscela instabile si schiarisce intorno al dodicesimo minuto, per un breve interludio semi-acustico, salvo riprendere con veemenza ed esplodere solo a metà dei trenta minuti. Ripreso lo slancio emerge un thrash-metal al neon, con occasionali affondi brutali. Un’apoteosi di chitarra apre l’ultimo terzo della suite, seguito da miasmi infernali al rallentatore degni dei Khanate. Ripreso un formato di metal tecnico e colossale, dopo l’ennesimo interludio si giunge alla conclusione: un bombardamento che unisce il distopico dei Meshuggah con l’asfissiante miscela dei Nile e l’estetica dei mai troppo lodati Voivod.
La più breve “Hyperspace Topography”, che comunque dura quasi dieci minuti, è forse il vero apice dell’album: unisce la loro pazzoide complessità a una sintesi più efficace di efferatezza cervellotica. È un assortimento di kitsch del metal tecnico dagli anni Ottanta a oggi, con febbrili mitragliate di batteria, duelli strumentali, soverchianti muri di suono, sconsiderate ed esagerate sfuriate a velocità folle.
I dieci minuti di “Hexagonal Eyes (Diverity Trepaphymphasyzm)” sono invece più evocativi, un maelstrom galattico da cui spunta un thrash-death-metal spietato, alleggerito da un interludio fusion e squarci cacofonici e minimalisti.
Non bastasse, in chiusura c’è anche “Overspace & Supertime”, seconda suite dell’album. Totalizza 20 minuti ed è più coerente e facile da seguire dell’esagerata “Stratocumulus Evergaol”. Qua la componente spaziale e fantascientifica ha un ruolo centrale, con tanto di suoni degni del cinema di genere d’epoca, riverberi ed echi psichedelici, inseriti nella loro miscela di estremismi metal.
Album per iniziati del metal estremo, “Overspace & Supertime” può essere molto divertente se accettato nei suoi palesi eccessi. Non ha la profondità immaginifica di un “Absolute Elsewhere” né gli slanci filosofici di un “Focus” o “Individual Thought Patterns” ma è un’orgia di passaggi tecnici impossibili, rimandi fantascientifici e riff di chitarra. Esagera, sacrificando a tratti un disegno complessivo e compositivo per amore dello shock, dalla variazione impossibile, dell’assolo fuori di testa. Chiaramente, poteva durare meno, ma così avrebbe perso parte del suo carattere: un album fuori misura, sin dal titolo.
09/09/2026