Che gli Arab Strap fossero tornati per restare era chiaro sin da “As Days Get Dark”, un ritorno troppo bello, troppo intenso per restare una fiammata estemporanea. Quello che non potevamo sapere è che dopo una prima fase di carriera (quella che va dall’esordio a “The Last Romance” del 2005) all’insegna quasi della timidezza, di bozzetti indie-pop da cameretta, in questa seconda vita le storie in accento scozzese stretto di Aidan Moffat avrebbero trovato scenari sempre più concreti e duri. Queste “Half-Told Stories” ci vengono infatti raccontate in un tripudio di chitarroni (“Dollar Park”, per dirne una), drum-machine in gran spolvero e crescendo enfatici (“Basic Physics”) che segnano la definitiva solidificazione del suono del duo di “Falkirk” – chi si sarebbe mai aspettato una battaglia electro come “Fighting For You” dagli Strap?
Moffat continua a soffrire il rumore che proviene dal mondo circostante, lo mette ben in chiaro sin dall’intro “I Get Noise”. Ma in questo terzo disco post-reunion i fatti esteriori sono meno centrali rispetto a “As Days Get Dark” e “I’m Totally Fine With It/Don’t Give A Fuck Anymore”, rispettivamente il disco della presa di coscienza e quello dell’accettazione di una modernità in sfacelo. Queste quattordici nuove canzoni, non proprio tutte esattamente necessarie, raccontano la mezz’età, il decadimento del corpo, la paura per chi rimarrà quando ce ne saremo andati.
Dopo una staffilata alternative-dance con finale ad alto tasso chitarristico come “You You You”, dove Moffat lamenta prurito allo scroto, pancia gonfia e pillole da non dimenticare di prendere, troviamo “Glamour Magick”, attacco all’abuso di chirurgia estetica sempre più anticipato, innervato da un riff di chitarra ruvido e circolare ed elettronica acida.
Il momento più delicato del disco, una sorta di vellutata indietronica con contorno di sax intitolata “Be A Man”, è anche il più cupo, con Moffat intento a sussurrare le sue preoccupazioni per l’educazione di un figlio maschio ai tempi di un patriarcato recalcitrante e della manosfera; mentre “Ampersand” recupera il vecchio gusto della band per arpeggi acustici e inflessioni folk.
Si potrebbe obiettare ad Aidan e Malcolm che 55 minuti di musica sono tanti e che forse una meta-canzone come “Beats Per Minute” è un episodio alquanto autoindulgente, ma ne vale davvero la pena a fronte di un disco così urgente, sarcastico, ma al contempo capace di mostrarci che (forse) non tutto è perduto?
06/09/2026