Schammasch -

Schammasch - Tra l’Empireo e l’Abisso

Il progetto di culto dietro il capolavoro "Triangle". Ripercorriamo la storia della band svizzera che esplora il metal underground con un'anima black e influenze progressive

di Antonio Silvestri

Gli svizzeri Schammasch sono un’oscura presenza del metal underground. Devono il proprio nome al dio mesopotamico della giustizia Šamaš, che nella famosa “Epopea di Gilgamesh” apre il passaggio verso l’oltretomba al protagonista, permettendo così il ricongiungimento con l’amico Enkidu. Già da questo la formazione palesa una particolare attenzione per il tema della vita e della morte e rivela la peculiarità delle fonti di ispirazione. La band è chiusa in un silenzio criptico, tanto che sul sito ufficiale i nomi dei quattro componenti sono sostituiti dalle iniziali. Per un certo periodo hanno riassunto la loro estetica nella massima ermetica “expressing light through darkness” (esprimendo la luce attraverso l’oscurità), più recentemente utilizzano “music between the Empyrean and the Abyss” (musica tra l’Empireo e l’Abisso). Hanno un’anima black-metal, che lascia ampi spazi a elementi doom, death-metal e ambizioni progressive. Trovare un’etichetta esaustiva, però, è difficile: l’eccezionalità degli Schammasch è unire elementi apparentemente inconciliabili in monumentali composizioni e concept elaborati. Ripercorriamo una carriera fatta di vertiginosi ossimori.

Una luce nel buio: “Sic Lvceat Lvx” e “Contradiction“

Poco si conosce della nascita della formazione, se non che si è formata nel 2009 nella città svizzera di Basilea. Nel 2010 arriva l’esordio Sic Lvceat Lvx (dal latino: così risplenda la luce). Nel formato siamo ancora lontani dalle proporzioni ciclopiche: sette brani per 43 minuti. Emerge già la volontà di modellare a proprio piacimento un sound estremo e angosciante, che pesca a piene mani dal black-metal più elaborato e progressive sin dalle iniziali “Lvx Æterna” e “He Whose Face Is Made Of Entrails”. La capacità di rallentare e sfruttare le capacità atmosferiche del metal è già uno degli obiettivi evidenti della band ma qua prevale ancora la volontà di spaventare con visioni atroci. Le più lunghe “No Light From The Fires”, con lungo finale acustico, “Black But Shining”, con un rallentamento angosciante e “The Venom Of Gods”, più dissonante e death-metal, dimostrano buone potenzialità. Pur vicini ai francesi Deathspell Omega e ad altre manifestazioni di metal ambiziosamente contaminato come quello dei norvegesi Enslaved, questi Schammasch sono ancora fondamentalmente una band che sta cercando una propria personalità.

Il secondo album, Contradiction (2014), trasforma le idee dell’esordio in un linguaggio più evoluto, proponendo le prime composizioni ciclopiche. Questa volta i brani sono nove e totalizzano 84 minuti. Il titolo rivela da subito il tema dell’ossimoro, centrale nella loro estetica: coniugare luce e buio, tormento infernale e visione spirituale.

Il brano “Contradiction”, che supera i dieci minuti, introduce questo nuovo corso con una composizione che ricorda le tortuose riflessioni dei Neurosis, sovrapponendo una chitarra virtuosistica a una pasta metal feroce tra ruggiti e recitato cavernoso. Un ossessivo finale traspone in musica una domanda senza risposta: la contraddizione rimane irrisolta.

“Split My Tongue” riesce a suonare spaventosa e colossale pur muovendosi in buona parte su velocità moderate. Proprio per questo, l’esaltante bombardamento a tappeto al quinto minuto risulta particolarmente epico: un black-metal fulmineo e maestoso a cui segue una coda liturgica.

Black-metal, death-metal e sludge si uniscono in “Provoking Spiritual Collapse” e nella più psichedelica e lunga “Until Our Poison Devours Us”. “The Inner Word”, quasi 14 minuti, è un black-metal con tenebrose voci salmodianti, un lungo interludio psichedelico e oscuro, e un tour de force strumentale, soprattutto della batteria. Il brano si chiude con due versi significativi: “All is one/ All is none”.

La più desolante e malinconica “Serpent Silence” dondola a lungo nel semi-acustico prima di esplodere, quindi chiude con una lunga coda melodica che anticipa le future esplorazioni atmosferiche. È con la conclusiva “Jhwh” (diciassette minuti; è il nome proprio del Dio d’Israele nella Bibbia) che la band conia definitivamente una musica al contempo fisica e spirituale, violenta e filosofica, venata di una gotica eleganza e circondata da un alone mistico. Il recitato teatrale è una sorta di visione terrificante del potere divino:

I have created you, so I have the right to do with you what I will. You have done nothing against me, that I do not deny. And for my pleasure, I make you suffer

Dopo si apre una desolante sezione dominata dalla chitarra acustica. Quando il brano esplode di nuovo, si alternano frasi in inglese e preghiere in latino che esplorano concetti filosofici teologici ed esoterici di vari autori, prima della lunga coda strumentale. Troviamo, tra le altre, citazioni bibliche, un apotegma della scolastica medievale, una massima di Seneca e una di Nietzsche. Compare anche il principio di Ippocrate “contraria contrariis [curantur]”, cioè “i contrari si curano con i contrari”, che qui assume un significato più ampio. La ricerca di una sintesi degli opposti è diventato il fine degli Schammasch e “Jhwh” si conclude con due versi programmatici: “Worship what you’ve burned / Burn what you’ve worshipped”. Sono gli stessi che aprono l’album, chiudendo idealmente il cerchio.

Contradiction ha trasformato le idee di Sic Lvceat Lvx in un metal degli ossimori, anche aprendosi allo psichedelico e all’atmosferico. Il passo successivo è superare il metal stesso, abbracciando con più convinzione stili diversi, come già visto fare dai francesi Blut Aus Nord con la trilogia “777” (2011-2012).

Un capolavoro di vita e morte: “Triangle”

Il terzo capitolo della discografia e il loro capolavoro si chiama Triangle (2016), un triplo album dove ogni disco dura 33 minuti, per un totale di cento. Ognuna delle tre parti ha un suo titolo e un tema preciso, formando un elaborato concept album. La prima parte, “The Process Of Dying”, affronta il tema della perdita e il cambiamento che avviene con la morte e la sua accettazione. La seconda parte, “Metaflesh”, cerca di descrivere l’equilibrio fra la vita e il mondo spirituale. L’approdo finale di questo viaggio è nella terza parte, “The Supernal Clear Light Of The Void”, dove si descrive il definitivo distacco dal corpo e l’approdo a una dimensione “altra” fatta di luce e vuoto. Lo stile musicale cambia profondamente nelle tre parti.

La prima è quella più vicina alle opere precedenti: alterna lugubri momenti dalle tinte doom con sfuriate black-metal, secondo uno stile progressivo e solenne. “Father’s Breath” entra nel vivo con l’imponenza sinfonica di un incubo emotivo tra black e death-metal, confluendo nella successiva “In Dialogue With Death”, cavalcata dai toni epici e arrangiamento opprimente. In seguito a un rallentamento funebre, “Diluculum” riparte a perdifiato e lascia intravedere una melodia acida. Dopo arriva l’urlo bestiale di “Consensus”, il primo brano maggiore, una sintesi di Deathspell Omega, Neurosis, death-metal alieno e prog-metal estremo, con un finale di bave acide e canti gregoriani. A chiudere la prima parte c’è “Awakening From The Dream Of Life”, che sparge allucinazioni nerissime in forma di chitarre che sfarfallano impazzite, chiudendo con canti liturgici. Dopo che il processo di morte si è concluso, rimane un battito misterioso.

La seconda parte, “Metaflesh”, ha il compito di descrivere i momenti successivi alla morte, la transizione fra il mondo fisico e quello spirituale. La band supera l’ibrido metal usuale proponendo una musica più atmosferica, imparentata con il rock psichedelico. L’ispirazione è pesantemente cosmica, pure nella concezione di Lovecraft: uno spazio ultraterreno minaccioso e ostile, misterioso e delirante. “Satori”, il secondo brano maggiore, è un rito tribale ossessivo che diventa poi una oscura messa black-metal risucchiata in un buco nero, con chiusura per coro di monaci. La successiva “Metanoia” unisce una confessione desolante a una tempesta black-metal a velocità folle, intarsiata di mimetiche melodie di chitarra e chiusa con altri ritmi tribali da esoterismo alieno. L’apice dell’intera opera arriva con “Above The Stars Of God”, una fusione tra la psichedelia malinconica dei Pink Floyd, la desolazione inconsolabile del doom-metal, il più furioso black/death, un assalto marziale e un’allucinazione oscura. “Conclusion” chiude la seconda parte con una ballata semi-acustica di folk allucinato.

L’emancipazione totale dalla musica proposta nei primi album si compie solo nell’ultima parte, che abbandona il metal per una serie di bad-trip dark-ambient colorati di spunti tribali e soprattutto strumentali. “The Third Ray Of Light”, chiusa da fumi jazz degni di Jon Hassell, e “Cathartic Confession”, un rituale mistico che diventa nel finale un lamento angosciante, sono astratte visioni aliene, inquietanti e suggestive. “Maelstrom” caratterizza il suo lento sviluppo con un coro new age, mentre la conclusiva e sovraccarica “The Empyrean” ritrova le chitarre assordanti e dissonanti. Pur con qualche lungaggine, questa parte è la più coraggiosa e inaspettata, profondamente diversa eppure integrata perfettamente nel mastodontico discorso narrativo.

Triangle è il risultato di una lunga riflessione sullo spirito e il corpo. Riprende elementi della cultura e mitologia cristiana ma si chiude con il “Gāyatrī Mantra” caro agli induisti. La morte è vista come momento di verità, di liberazione e di emancipazione dal corpo e dalla materia. Questo imponente triplo album veicola il messaggio con soluzioni eterogenee e spesso sperimentali, alle quali si deve perdonare solo qualche grammo di prolissità. Un difetto che non intacca granché un album coraggioso e molto ambizioso, diventato nel tempo un cult.

Surrealismo decadente e buio assoluto: “The Maldoror Chants” e “Hearts Of No Light“

Al colossale Triangle segue il più breve The Maldoror Chants: Hermaphrodite (2017), un Ep di mezz’ora. Il progetto è la trasposizione in musica de “I canti di Maldoror” (“Les chants de Maldoror”), il capolavoro del 1869 di Isidore Ducasse. Ci si focalizza sulla figura dell’Ermafrodito, descritta nel Secondo Canto di questo libro nichilista, blasfemo e grottesco tanto caro ai surrealisti. Invece di scatenarsi nel black-metal, gli Schammasch optano per una soluzione atmosferica, puntando anche in direzione di asfissianti esercizi industrialoidi come “The Weighty Burden Of An Eternal Secret” e aumentando i frangenti dark-ambient. Anche le occasionali sfuriate sono bilanciate da passaggi atmosferici, sempre molto oscuri, mentre il canto è sostituito dal recitato di versi tratti dall’opera di Ducasse. L’unico momento a velocità folle è “Chimerical Hope”, comunque avvolto in miasmi allucinati, che sfocia nella conclusiva “Do Not Open Your Eyes”, la quale rallenta verso un più atmosferico canto liturgico e muore nel silenzio siderale.

The Maldoror Chants: Hermaphrodite è una sintesi delle idee di Triangle in un formato più oscuro e teatrale, sicuramente più accessibile. Soprattutto i lunghi recitati, però, suonano come una soluzione un po’ banale per trasporre un’opera letteraria.

Il vero seguito di Triangle è Hearts Of No Light (2019). Montata la tensione con l’iniziale “Winds That Pierce The Silence”, angosciante e ossessiva, la band ritrova la potenza devastante di un tempo nella successiva “Ego Sum Omega”. Album mefistofelico sin dal titolo, Hearts Of No Light svela così la sua dimensione ansiogena e tensiva, senza rinunciare a quella atmosferica, centrale per l’esoterico rituale di “A Bridge Ablaze”, con il pianoforte protagonista.

Tra queste anime e la loro sintesi si muove il resto dell’album: proponendo tortuosi black-metal a velocità medie (“Qadmon’s Heir”), più dissonanti esplorazioni di metal estremo (“Rays Like Razors”) e momenti teatrali e gotici (“I Burn Within You”). L’azzardo è “A Paradigm of Beauty”, un brano che rimanda ai Fields Of The Nephilim e al loro stile gotico e lugubre, dove la voce tenta un approccio più melodico e un po’ affettato. “Innermost, Lowermost Abyss” (15 minuti) ritorna ai momenti tribali e psichedelici di Triangle, dilungandosi fin troppo con le chitarre acustiche e con una estesa coda di droni cosmici.

Hearts Of No Light è un album grandioso, con diversi brani estesi e un linguaggio metal complesso. Il confronto con il loro capolavoro, però, è impietoso: questi 67 minuti rischiano di sembrare più sfilacciati e confusi, anche perché manca una efficace cornice di senso, un percorso riconoscibile. Non si poteva certo replicare Triangle ma Hearts Of No Light è “solo” un album buono per chi cerca del black-metal contaminato ed elaborato, non è un nuovo cult.

La formazione aggiunge alla discografia anche The Maldoror Chants: Old Ocean nel 2024, dando un seguito all’Ep del 2017. Il testo originale è finalmente integrato in modo meno banale.

L’atmosferica e tensiva “Crystal Waves” (quasi 14 minuti) riparte dal recitato del primo capitolo, in un contesto più psichedelico. Dopo quattro minuti scarsi s’impenna in uno sludge-metal vorticante e quindi si scioglie in un inno gotico, imponente e accorato, che nel finale ritrova l’anima black-metal. Un secondo brano esteso, “Your Waters Are Bitter”, propone una sintesi di prog-metal feroce e melodico. “They Have Found Their Master” (11 minuti), il vertice dell’album, opta per un approccio più dinamico, tra momenti molto melodici e bombardamenti devastanti, chiudendo con una suggestiva nenia cantata da una voce femminile. La più breve “Image Of The Infinite” è persino una elegante ballata gotica per voce maschile e femminile. La lunga e conclusiva “I Hail You, Old Ocean”, di ben undici minuti, punta invece sull’epico, trasformando il loro black-metal in erede dei più pomposi Bathory e chiudendo con un baritonale cantato gotico. La coda è una più banale marcia funebre.

Dopo Triangle, gli Schammasch hanno provato faticosamente a superare il loro capolavoro. Riproponendo quella stessa idea di black-metal aperto e contaminato in un album come Hearts Of No Light, più modesto e a tratti prolisso, e nel progetto in più parti The Maldoror Chants, migliorato nel secondo capitolo. Nonostante il livello più che dignitoso, l’impressione è che Contradiction e soprattutto Triangle siano destinati a rimanere i loro momenti più creativi, se non altro perché quelli dove i presunti confini del loro sound sono stati superati la prima volta.

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Discografia

Sic Lvceat Lvx (Black Tower Productions, 2010)
Contradiction (Prosthetic Records, 2014)
Triangle (Prosthetic Records, 2016)
The Maldoror Chants: Hermaphrodite (Ep, Prosthetic Records, 2017)
Hearts Of No Light (Prosthetic Records, 2019)
The Maldoror Chants: Old Ocean (Prosthetic Records, 2024)
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