Papangu -

Papangu - Fusion metal per l’Apocalisse

Dal Brasile, racconti di Apocalisse, criminali e visioni celestiali

di Antonio Silvestri

Dal nord-est del Brasile, più precisamente da João Pessoa, arrivano i Papangu, una delle band più originali di questo decennio. Divisi tra la passione per stili e tradizioni diverse, dal prog al metal passando per il jazz, e adoratori di giganti come Magma e King Crimson, hanno saputo unire tutto questo con la musica e la cultura del Brasile nordorientale. Il legame con il loro Paese è palesato sin dal nome: “papangu” è infatti un personaggio del Carnevale di Bezerros, una festa tradizionale nello stato brasiliano di Pernambuco. Ripercorriamo il loro percorso tra Apocalissi ambientali, epopee criminali e visioni celestiali.

L’incubo dell’Apocalisse climatica: Holoceno.

La band nasce nel 2012 e comprende inizialmente Marco Mayer (basso, voce, chitarra, tastiere), Hector Ruslan (chitarra elettrica, voce) e Nichollas Jaques (batteria, voce). Descrivere il loro sound senza essere supportati dall’ascolto della loro musica può essere difficile. Ci affidiamo direttamente alle parole di Marco Mayer, raccolte in un’intervista rilasciata proprio a OndaRock: “Non penso che siamo necessariamente una band metal. Sebbene mostriamo chiaramente le nostre influenze, siamo un po’ cauti nel farci ingabbiare dalle etichette di genere. Ma questo non significa che mescoliamo tutto come se stessimo facendo un collage di generi diversi […] Il nostro suono è più simile a uno stufato, come se mettessi tutte le cose che amiamo in un calderone e lo lasciassi sobbollire abbastanza a lungo da far dissolvere gli ingredienti ed emulsionarli. Direi che una descrizione più adeguata sarebbe […] rock progressivo, e questo implica anche alcune specificazioni – chiaramente, non siamo per niente come gli Yes o i Rush, e non siamo il modello stereotipato di rocker drogati che vestono il mantello e adorano Tolkien. E anche se suoniamo cose pesanti e complesse, non siamo per niente come i Dream Theater; tutto il contrario, in realtà. Per coloro che non ci hanno ancora ascoltato, potresti provare a immaginare un riff melodioso di band come Clutch e Mastodon mescolato con la giocosità ritmica di Magma e King Crimson della metà degli anni 70, ma con melodie e ritmi del nord-est del Brasile”. Ci viene in aiuto anche Hector Ruslan, che aggiunge: “Si potrebbe sicuramente dire che siamo una band metal ma si potrebbe anche sottolineare, proprio come ha detto Marco, che siamo una sorta di aggressiva band prog-rock”.

All’inizio il progetto fatica a trovare i mezzi finanziari, così i primi demo arrivano solo nel 2016. Quando Marco Meyer è in procinto di andare all’estero per lavoro, nel 2019, la band si focalizza sulla realizzazione di un album d’esordio. Purtroppo la pandemia del 2020 rallenta i lavori. Dopo ben sette anni di gestazione, i Papangu giungono al loro esordio nel 2021 con Holoceno. La formazione, nel frattempo, ha integrato i contributi di altri musicisti. Questo eccentrico concept-album, cantato interamente in portoghese, racconta la storia di un cangaceiro che ha una visione del proprio futuro e, pur di cambiarlo, ricorre a un sacrificio. Le cose non vanno per il verso giusto, si prospetta la terribile conseguenza di un disastro ambientale e, pur di scongiurarlo, il protagonista tenta un patto con il demonio. Facile leggere sottotesti politici e ambientalisti in questo racconto faustiano, dai tratti quasi allegorici. Il mezzo musicale, stravagante almeno quanto la trama, è un prog-rock con importanti innesti psichedelici e chiare citazioni di Magma e dei King Crimson più fusion, ma irrobustito da portentose esplosioni sludge-metal e variegato da percussioni del Brasile nordorientale.

“Ave-Bala” subito si contorce in un jazz-rock spettacolare, a velocità variabile, che trasporta i Mastodon o i Baroness in un febbricitante strumentale dai riflessi free. “Água Branca” vede comparire la voce, distante e filtrata, ma si ricorda soprattutto per un innesto di synth che cita i virtuosismi della scuola inglese, pur ricontestualizzati in un furioso arrangiamento che potrebbe appartenere ai Neurosis. “São Francisco” aumenta ancora la complessità, facendo coesistere brutalità metal con acrobazie progressive e usando una filastrocca come improbabile collante.

La ricchezza entusiasmante di questo esordio, scisso fra eleganza e violenza, trova piena rappresentazione nei tre brani estesi finali. Per primo arriva “Terra Arasada”, che scopre un’anima black-metal da stendere su uno sludge-metal atmosferico, per ricomporsi infine in una danza sinfonica e allucinogena. A seguire, “Lobisomem” svela malinconie da Pink Floyd e dissonanze post-metal per chiudersi con un vorticante assolo di ottoni. La conclusione è affidata a “Holoceno”, che spunta dalle nebbie di una visione cosmica da Tangerine Dream per intessere un canto trasognato che ondeggia fino a schiantarsi con un meccanismo jazz-rock lanciato verso un climax spaventoso, con graffi free-jazz, stratificazioni psichedeliche e bombardamenti metal.

“Holoceno” si inserisce in una terra di nessuno abitata da altri grandi esempi di un nuovo modo di intendere l’heavy-metal più sperimentale, che non fatica a confondersi con il jazz e il prog-rock per esprimere al meglio la propria creatività. Opere monumentali, come “Éons” dei Neptunian Maximalism o “Alphaville” degli Imperial Triumphant, per i quali “Triangle” degli Schammasch rappresenta un nobile predecessore, stanno riconfigurando l’avanguardia metal per costruire un catalogo di album elaborati e ambiziosi, capaci d’intrigare un pubblico trasversale ed eterogeneo, abituato ad ascolti impegnativi ma che regalano grande soddisfazione. Facendo incontrare varie espressioni della ricerca rock e metal dagli anni Settanta a fine Novanta, i brasiliani Papangu si uniscono a questo ristretto e prestigioso gruppo di innovatori.

L’epopea criminale di Virgulino Ferreira da Silva: Lampião Rei.

Un sostanziale cambio di sound accompagna il secondo album, Lampião Rei, del 2024. Mentre l’esordio si concentrava sulla crisi climatica, questo racconta le avventure, tra storia e leggenda, del bandito Virgulino Ferreira da Silva (1897 – 1938). Se nell’esordio si citavano otto musicisti più il guest Toby Driver, intervenuto per un remix, qui si configurano come un sestetto con ben cinque ospiti. La strumentazione si è notevolmente estesa e comprende, adesso, anche Wurlitzer, Clavinet, un pollo di gomma, la zabumba brasiliana, l’udu nigeriano, un violino, le conga e tanto altro.

Riducendo le dosi metal fanno emergere con prepotenza la componente fusion, già avvertita chiaramente nell’esordio, ricollegandosi all’inafferrabile jazzista Hermeto Pascoal, il cantante Edu Lobo, ma anche alla psichedelia dell’udigrudi e alle danze del forró. Questi elementi, che coesistono con il prog-rock-metal con richiami ai Magma già apprezzato in Holoceno, rendono Lampião Rei un album meno aggressivo, più colorato ma non meno creativo.

La vita di Lampião, bandito o meglio cangaço del nord-est del paese (sertão), è raccontata dalla nascita fino all’ottenimento dello status di più grande criminale brasiliano. Il proposito è di proseguire il racconto, giungendo fino alla morte con tanto di truculenta decapitazione, in un prossimo album. Al suo apice il criminale era a capo di una banda, arrivata a contare anche 100 cangaceiros, con la quale ha terrorizzato sette stati del Brasile. Personaggio controverso e carismatico, responsabile di centinaia di stupri e omicidi, fu ferito sei volte e trovò anche il tempo per una storia d’amore leggendaria con Maria Déia, detta Maria Bonita. La morte a cui si accennava non fu meno eccezionale e contribuì significativamente alla fine del cangaço, un banditismo di cui è il massimo esponente. La scelta di raccontare questo controverso eroe popolare, capace di grande onestà e pietà ma anche di sfrenata violenza, ha contagiato nei decenni anche artisti conosciuti qui da noi e tanto diversi come Joan Baez, che ne racconta in “O Cangaceiro” (1964), e i Sepultura, che lo citano in “Ratamahatta”.

L’album si apre con la composizione in tre parti “Acende a luz”: una breve introduzione acustica sognante, con raffinate armonie vocali, apre per la più corposa seconda parte, un prog-rock psichedelico che s’infiamma con inaspettati interventi in growl e un’epica cavalcata fusion con tanto di lungo assolo galattico doppiato da un synth. Una frenetica danza copre gli ultimi minuti, con gli strumenti che s’intrecciano in un coloratissimo intarsio jazz-rock.

Lo sludge dell’esordio ritorna nel riff che guida i sette minuti abbondanti di “Boitatá” (un serpente di fuoco del folklore brasiliano che aggredisce chi appicca incendi a campi e foreste), minacciosa ma anche psichedelica, morsa da altri interventi in growl sempre montati su complesse geometrie fusion. Nel finale si aggiungono, mentre si ripete una filastrocca ipnotica a più voci, i fiati.

Segue la più breve “Oferenda no alguidar”, con più evidenti riferimenti alla musica brasiliana, pur con rinforzi di doppia-cassa. La breve e dolcissima “Mulher rendeira”, un assolo di chitarra elettrica, spezza in due l’album e introduce una seconda parte con altre sorprese. “Sol raiar” vede la band interpretare la musica brasiliana con grande eleganza prima di tornare al suo atipico fusion-metal in “Maracutaia”, guidata dal pianoforte e rapita a metà da lunghi interventi strumentali; muta ancora in canzone e chiude con un intenso arrembaggio prog-metal, con tanto di esilarante pollo di gomma (!).

L’ultima parte è divisa tra “Ruínas” e “Rito de coroação”, due brani di oltre otto minuti. Il primo, strumentale, rimbalza su una melodia per costruire un affresco impressionista, poi il Clavinet lo trasforma in un funk-jazz su cui i fiati disegnano melodie mentre si arricchisce in modo creativo l’arrangiamento. “Rito de coroação” recupera in modo più esplicito l’anima rock e metal, sempre declinata secondo uno stile sofisticato e tecnico che rimanda nuovamente ai King Crimson tanto presenti nell’esordio, per un’ultima avventura multiforme chiusa da vari assoli e un lento fade out.

Ripetere Holoceno sarebbe stato impossibile, quindi i Papangu hanno intrapreso un’altra strada. Hanno scritto un imprevedibile album di prog-rock che prende a prestito molti elementi dal jazz, dal metal e dalla musica brasiliana e che, ancora una volta, li pone in una nicchia in cui non hanno molti concorrenti.

Un sogno fusion metal: Celestial.

Celestial, il terzo album, arriva nel 2026. La traiettoria è chiara: dall’iniziale mistura mutante di metal estremo e progressive, si sono spostati verso una più elegante formula di jazz-rock aperta a contaminazioni disparate. In tutto questo, rimane centrale la dimensione brasiliana del loro sound, con frequenti rimandi alla ciranda e il forró, stili tradizionali del nord-est del Paese, ma anche più in generale alla música popular brasileira (mpb).

I Gentle Giant sembrano il punto di partenza dell’iniziale “Mau-olhado”, frenetico e colorato esempio di fusion con rinforzi metal e un Hammond protagonista. La sognante “Colosso” cela mitragliate black-metal della batteria tra melodie celestiali, con dolci divagazioni di chitarra e melodie di tastiere. L’aggressività oscura di un tempo emerge soprattutto in “Taxidermia”, cantata in growl, peraltro uno dei brani in cui è più chiara l’influenza dei King Crimson.


Due brani strumentali, la più rocambolesca “Bode expiatório” e la più dolce “Celeste”, conducono alla psichedelica “Fechamento de corpo”, con altri scampoli di growl e più accentuati elementi metal, compreso un esplosivo assolo di chitarra finale.
La musica brasiliana è invece protagonista in “Calado (de olho)”, pur inserita in una vivace cornice fusion, e “Afirmação”, una danza con fragorose chitarre metal e organo scintillante.

L’esuberanza di un tempo si è cristallizzata in eleganza senza perdere del tutto l’imprevedibilità. Pur meno avventuroso dei due capitoli precedenti, e sicuramente meno dirompente e inafferrabile, Celestial conferma la peculiarità di una band che suona al contempo rispettosa dei classici e capace di riletture e sintesi originali. Un album più accessibile dei (superiori) capitoli precedenti, adatto anche a chi non mastica granché il metal.

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