Dopo aver smontato svariati scetticismi con il discreto “Something Beautiful”, Miley Cyrus ha ben pensato di cavalcare l’onda e tornare praticamente subito con un nuovo disco, il decimo in studio e in una carriera piena di alti, bassi, pianti, provocazioni fuori tempo massimo e qualche ostentazione di troppo.
Definito dalla stessa cantante e modella americana, figlia del famoso cantautore country Billy Ray Cyrus e di Leticia Finley, come un album sull’amor proprio e sul rapporto sentimentale con il fidanzato e promesso sposo Maxx Morando, che, per non farsi mancare nulla, compare anche come autore di quasi tutti i testi, “Bass Persuades” si pone fin dall’introduttiva title track – una canzonetta alla Pet Shop Boys (tanto per cambiare) con un testo che invoca strafottenza da tutti i pori – come un’operetta pop estroversa, piena di soluzioni tutt’altro che attese.
Un esempio? La successiva “Different Religion”, cantata con i Model/Actriz per restituire una parvenza electro-rock e noise che, però, lascia il tempo che trova, visto che l’alternanza tra il ritornello smielato e le strofe distorte proprio non convince.
Le cose, per fortuna, vanno decisamente bene in “Let’s Get Married”, ballata soft-pop allestita senza troppe forzature, con il refrain sognante quanto basta per sdraiarsi sul bagnasciuga ancora per qualche giorno, mentre Miley invoca un matrimonio immediato, scevro da fuochi d’artificio, e il cui imperativo è trasformare la propria vita in una vacanza.
Il saliscendi prosegue con “Orbit”, tipica ballatina al piano zeppa di “forever” sciorinati come se non ci fosse un domani, ma nemmeno un ascoltatore da incuriosire. Stesso dicasi quando la cantante del Tennessee preme sull’acceleratore con una base hyperpop sulla carta gradevole, ma che stride, purtroppo, con una melodia annacquatissima, composta quasi per dare senza alcun entusiasmo una traiettoria melodica alle inedite trovate ritmiche (“Aftermath”).
Le montagne russe del piacere si rivelano ai timpani ulteriormente con “Redlights”, potenziale hit del lotto, grazie al suo approccio scanzonato da reginetta di una sorta di rodeo synth-pop. Peccato, però, che il brano sia una sorta di fotocopia non richiesta. “Grazie Miley per aver copiato la mia canzone, ‘The Sphinx’. Ne sono lusingata”, scrive, infatti, Amanda Lear in un post a corredo della cover del nuovo disco della cantante statunitense. E, in effetti, “Redlights” è incredibilmente simile in tutto e per tutto al singolo pubblicato dalla Lear nel 1978, incluso nel suo terzo album, “Never Trust A Pretty Face”.
Scopiazzature a parte, c’è anche Andrew Wyatt, frontman degli svedesi Miike Snow, che spunta come un Tellier qualunque in “Neon Signs”, altra spassionata ballata electro con un tappeto dream-pop che fa comunque il suo “sporco” dovere.
Si diceva, appunto, di variazioni malandrine e a tratti kitsch: “Innocent Ways” è la canzone che meglio raccoglie questa deriva, e ci riesce con una base distorta e possente, alla Grimes periodo “Miss Anthropocene”, per capirsi, che spinge ma senza trovare una quadratura precisa, dando l’impressione di trovarsi dinanzi a una Madonna catapultata sul litorale laziale e costretta a fare i conti con un disc jockey di Ostia.
E’ in questo susseguirsi di momenti più o meno giusti e altri incomprensibili che “Bass Persuades” alla fine non convince, anche quando parte la chitarra acustica di “Snow”, canzoncina dal refrain immediato e ascoltato dai due ai tre milioni di volte nella vita, con la quale la Cyrus punta dritta ai piani alti delle classifiche, almeno per qualche giorno.
Sul remix techno-trash del brano che dà il titolo al disco, posto in coda per ambire al dancefloor senza troppi patemi, sarebbe, invece, davvero troppo soffermarsi.
Insomma, Miley Cyrus sembra avere finalmente le idee chiare sulla propria vita, e questa è una bella notizia, va da sé. Ma in studio proprio non ce la fa a seguire una linea retta, finendo per derapare in diverse occasioni e rovinare quanto di buono sarebbe potuto esserci in un album a monte perlomeno “sfizioso”.
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27/09/2026