Heyday

Church

Heyday

1985 (Emi)
jangle pop, neo-psychedelia

We can’t feel those aches and pains
We won’t listen to the voices in the city rain
Giving the orders
Another morning I’ll be gone
I start the car for Violet Town
And then to Babylon, over the border

Nel 1985 il cosiddetto sunburnt country aveva molto da offrire lato alt-rock e post-punk, dai neonati semini cattivi di Nick Cave, ai Crime & The City Solution, passando per Scientists, Hoodoo Gurus e Go-Betweens per citarne solo alcuni dei più importanti. In questo panorama si inseriva perfettamente “Heyday” dei Church, ovvero il momento in cui il jangle pop australiano venato di psichedelia si è fatto verbo. Sebbene fossero proprio i Go-Betweens di Brisbane ad eccellere in materia (con una propensione maggiore verso l’indie-pop), il loro successo commerciale “Liberty Belle And The Black Diamond Express” vedrà la luce solo pochi mesi più tardi, a marzo del 1986.

Quarto album in studio (quinto se si conta la compilation “Remote Luxury” (1984) pubblicata in tale formato per il mercato internazionale), “Heyday” è un’opera divisiva per i fan del progetto di base a Sydney. Caratterizzata per la prima volta da una scrittura corale frutto di jam session in studio, non più appannaggio quasi esclusivo del frontman Steve Kilbey, segna un cambiamento rispetto al post-punk scuro e melanconico sfoderato in precedenza, introducendo sonorità più luminose, psichedeliche e atmosferiche mediante l’utilizzo di corni, archi e tastiere. Gli ottoni in particolare saranno effettivo oggetto di discussione (e per alcuni vera e propria mela della discordia) per una parte della critica e coloro che avevano seguito la band agli esordi.

A sostegno di tale svolta orchestrale risulta fondamentale la figura cardine di Peter Walsh in veste di produttore, esperto in miscele new wave e pop sintetico, grazie all’esperienza con Simple Minds, Peter Gabriel, Spandau Ballet, China Crisis e altri. L’album consegna ai Church anche le chiavi per il loro primo ingresso nelle charts statunitensi, una piccola anteprima di quel successo che si sarebbe concretizzato a tutti gli effetti con il successivo “Starfish” (1988). A Los Angeles è pieno periodo Paisley Underground, e pur essendo i Nostri ben distanti dalla California, il loro sound condivideva con Dream Syndicate, Rain Parade e affini lo stesso sogno a dodici corde e l’amore per la neo-psichedelia dei chiaroscuri sixties. Il titolo dell’opera indica letteralmente un “periodo d’oro”, una dichiarazione d’intenti espressa in maniera chiara fin dall’incipit magnetico e mistico di “Myrrh”, la cui chitarra detta il passo generale delle tracce.

Le influenze pop sofisticate del gruppo guardano a figure come David Sylvian, Bryan Ferry e in parte David Bowie, mentre lato anni Sessanta sono Byrds, Moody Blues e Beatles a farla da padroni, questi ultimi visibilmente presenti tra i rintocchi della nostalgia beat di “Tristesse”. L’arrangiamento dei cori luminosi, dei dettagli folk-rock e delle melodie jangle di “Already Yesterday” apre alle tastiere della dinamica “Columbus”, la cui prospettiva testuale è quella della regina di Spagna Isabella I, a cui fa coerentemente seguito l’audacia delle arie sinfoniche e delle percussioni quasi indigene dell’episodio tutto strumentale “Happy Hunting Ground”. Nata come B-side del singolo “Already Yesterday” e disponibile inizialmente solo su cd e cassette a causa dello spazio limitato su vinile, al pari della doppietta conclusiva, l’ipnotica “As You Will” vede protagonista la voce di Peter Koppes e brillanti fraseggi di chitarra che incorniciano un suggestivo viaggio verso qualche paradiso nascosto.

La seconda metà del disco è segnata idealmente dalla frizzante vetta “Tantalized”, la quale pone egregiamente in risalto l’energia dei live, conferita dal lavoro d’insieme svolto dal quartetto in studio, incorporando ottoni di matrice r’n’b e vezzi dance. “Night Of Light” continua sullo stesso mood, ma non prima di aver recuperato fiato con le armonie di “Disenchanted”, pubblicato come singolo solo per il mercato UK. L’apice barocco spetta all’opulenza di archi e fiati di “Youth Worshipper”, la cui melodia fu composta da Kilbey insieme alla musicista svedese Karin Jansson, sua ragazza dell’epoca, sfumando sugli intrecci di “Roman”. A chiudere il ricco lotto sono l’incedere epico di “The View”, cantata da Marty Willson-Piper, e l’atmosferica e a tratti velatamente arabeggiante “Trance Ending”, rispettivamente lati B dei singoli “Tantalized” e “Columbus”.

La massima espansione di suono di “Heyday” attraverserà i college americani e le radio, fino ad arrivare ai piani alti di Arista Records, dove il fondatore e produttore Clive Davis, intuendo il potenziale del progetto di Kilbey e soci, offrirà loro un contratto per il mercato americano, con l’obiettivo di traghettare i Church dal circuito underground al mondo mainstream, riportando il focus sulle chitarre e “asciugando” i paesaggi sonori. Grandi estimatori di questi ultimi resteranno dichiaratamente gli Smashing Pumpkins, oltre a House Of Love e Catherine Wheel, contribuendo a definire il carnet di influenze alt-rock e dream-pop da fine anni Ottanta in avanti. Se “Starfish” ha dunque il merito di aver consacrato la band nell’immaginario collettivo globale, il sound di “Heyday” resta tuttavia la vera pietra angolare della sua evoluzione stilistica.

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04/10/2026

Tracklist

  1. 1. Myrrh
  2. 2. Tristesse
  3. 3. Already Yesterday
  4. 4. Columbus
  5. 5. Happy Hunting Ground
  6. 6. As You Will
  7. 7. Tantalized
  8. 8. Disenchanted
  9. 9. Night Of Light
  10. 10. Youth Worshipper
  11. 11. Roman
  12. 12. The View
  13. 13. Trance Ending