Il lavoro della compositrice e artista multidisciplinare Chantall Michelle è volto a sondare il modo in cui il suono si genera e si diffonde e come esso è percepito. Alla propria discografia – pubblicata da etichette come Dinzu Artefacts e Somewhere Press -alterna collaborazioni presso istituti prestigiosi come lo statunitense The Museum of Modern Art e il britannico The Royal Academy of Arts, oltre a numerose installazioni sonore.
Decisamente un curriculum interessante il suo, che predispone volentieri all’ascolto di “All Things Might Spill”, uscito quest’anno per la francese Shelter Press. Registrato per lo più nell’inverno del 2024, l’album si apre con la strana e indefinita “Magnetic Field I”, poco più di due minuti affidati ad Alma Laprida e alla sua tromba marina, strumento che a dispetto del nome non è un ottone, bensì un ingombrante cordofono a una sola corda. La performance originale è stata successivamente manipolata in studio da Chantall, amplificando le asperità dello strumento.
A questa insolita introduzione fa seguito la misteriosa “Presence of Border” – affidata alla voce di Alliyah Enyo – in cui la compositrice sembra voler suggerire che non è la partitura (o l’improvvisazione) a interessarla, quanto come essa si diffonde nell’ambiente, disperdendosi in un’eco rarefatta. Giocando sui contrasti, la title-track rimane sospesa tra l’impalpabilità spirituale e un controcanto di rumore antropico, mentre in un’ulteriore versione di Magnetic Field la tromba marina assume connotati timbrici quasi aborigeni. Il lungo bordone analogico della conclusiva “Thoughts Like Blocks Of Ice” traccia la linea di un orizzonte senza rilievi su cui vibrano esili scheletri d’archi, spettri timbrici e destrutturati.
Nel suo algido accademismo, “All Things Might Spill” si propone come una riflessione sulla molteplicità dei linguaggi compositivi contemporanei di cui Chantall Michelle possiede una profonda consapevolezza. Quel senso di sospeso, frammentato e irrisolto che è tipico della scrittura musicale del nostro tempo affiora in tutte le tracce così come la predilezione nel costruire brevi dicotomie timbriche.
Tutto questo dovrebbe condurre a pagine ricche di tensione in cui la materia sonora viene spinta al suo limite, e in effetti vi sono momenti emozionanti (la già citata “Presence of Border”). Tuttavia, si ha la sensazione di osservare solo brevi frammenti di qualcosa di più grande e complesso che è rimasto celato. L’immagine in sé ha il suo fascino poetico e potremmo anche ipotizzare una certa intenzionalità da parte dell’autrice nel perseguire questa strada. Tuttavia “All Things Might Spill” sembra essere più un esercizio di stile di alto livello che un album solido e strutturato. Come sempre, è una questione di prospettiva.
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13/10/2026