Il nuovo lavoro di Kali Malone è un disco contro l’apatia, un rito di rinascita per ricordarci che l’esistenza autentica può compiersi solamente nell’incanto. Impreziosito dal violoncello di Lucy Railton e dalla ebow guitar di Stephen O’Malley, “Burning Song” è una luminosa risonanza che accende lo spazio di nuovi colori. Il rigore formale è più lasco, la dilatazione temporale più contenuta, come diradata è l’aura di algida severità propria del precedente “All Life Long“. Si predilige invece il dialogo tra gli strumenti, la capacità evocativa dei leggeri controcanti e il cambio frequente di registro.
L’immediatezza generale, riscontrabile soprattutto nella limitata durata dei brani, dà alle composizioni la maestà bidimensionale delle vetrofanie. La vertiginosa altezza accoglie la luce del sacro non per intimidire ma per risvegliare, in chi le guarda, un senso intimo e antelucano di serenità. L’impressione è di stare di fronte a un mondo che esce dalle tenebre della paura, capace di contrastare il dominio metafisico del dolore.
Nell’apertura “Grieving Figure” si trova l’unico accento oscuro. Il contrappunto di violoncello dolcemente schiude un cupo manto esoterico e sospinge verso un crescendo di ritrovata limpidezza. L’organo non fa più della risonanza un mantra, che la stasi apparente trasforma in assoluto meditativo, ma la rende esperienza fisica immediata ed esperibile fuori da sé, fenomeno da ammirare nella sua bellezza e impermanenza. Una partecipazione agli eventi che “Map the Path” inscena con un timbro eroico e suggestivo, capace di suscitare coraggio e un sentimento di maestà. Gli strumenti avanzano all’unisono, di quando in quando appena attraversati da docili, semplici sotto-trame di chitarra.
Nei chiari bordoni e nei frequenti cambi d’accordo, “Bells on Branch” e “Crawling Ashore” portano verso ambienti via via più tersi. Kali Malone sembra voler superare la mitezza monacale di “The Sacrificial Code” o il peso del dubbio metafisico rappresentato in “Living Torch“; il terrore e il tremore diradano nella romantica malinconia del disimpegno.
Così “Sounding a Void”, il brano più cinematografico dell’album, che dipinge versi di umanissima commozione di fronte a orizzonti sterminati e cieli indolenti e leggeri. Un suggestivo piano-sequenza che trova il suo apice in “Heavy with Fruit”, dove il violoncello, nel suo colore più vivo, sopravanza l’organo fino a un’intensità che tocca struggenti grandezze. La coda docile di “My Eve My Dawn” accompagna la calma del risveglio. Il fuoco del rito è diventato cenere e l’uomo nuovo nasce solo, nella maestà terribile e inebriante della propria libertà.
“Burning Song” è allora l’immagine di un cuore riconciliato, liberato dalle ombre escatologiche. Un lavoro sicuramente più semplice e fruibile dei precedenti, ma che si fa occasione, momento di insurrezione sentimentale e prezioso spazio esistenziale dal quale godere il panorama splendido di una natura secolarizzata.
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02/11/2026