Venticinque anni di C2C, un traguardo che pochi Festival in Italia possono vantarsi di aver raggiunto. Non sappiamo dire quanti ci avrebbero scommesso a inizio secolo, in quelle prime edizioni nelle quali C2C Festival si presentava come un tour itinerante fra alcuni dei migliori club di Torino. Ancora oggi non è relegato in un’unica sede: per quattro giorni tocca diverse location del capoluogo piemontese, tutte molto scenografiche e con una storia da raccontare. Due serate, quelle del giovedì e della domenica, prendono forma all’interno delle OGR, Officine Grandi Riparazioni, esemplare caso di riqualificazione del tessuto di archeologia industriale torinese, vecchi capannoni dove in passato avvenivano le manutenzioni di locomotive, automotrici e vagoni ferroviari, oggi sede di mostre ed eventi culturali. Venerdì e sabato sera C2C Festival trova invece casa nella gigantesca area del Lingotto Fiere, radicalmente diversa rispetto a quando ospita – ad esempio – il Salone del Libro più importante d’Italia. Per C2C Festival il Lingotto viene trasformato in un gigantesco club post-moderno, due enormi sale nelle quali tutto è studiato per rendere al meglio qualsiasi aspetto legato al sound e al light design.
Il cartellone diurno si srotola invece fra Combo Torino, headquarter e ritrovo pomeridiano dove bere un gin tonic, far quattro chiacchiere e seguire qualche dj-set, Teatro Regio, dedicato a talk, workshop e soundscape, Teatro Carignano, dove il sabato a mezzogiorno vanno in scena gli Smerz, per un concerto intimo e raccolto. La giornata conclusiva, domenica primo novembre, rievoca l’idea originale della rassegna: un solo biglietto valido per due venue in contemporanea, Le Roi e Notorius. In tutto fanno sette venue, un record nella storia di C2C Festival. Nel 2026 ha inoltre preso il via C2C Curators, nuovo programma gratuito di formazione e professionalizzazione dedicato a giovani curatrici e curatori musicali. Il percorso con i dodici partecipanti selezionati proseguirà per tutto il 2027, fino alla prossima edizione del Festival, per contribuire a creare una nuova generazione di addetti ai lavori preparati e competenti.

Simbolo di avanguardismo e inclusione, C2C Festival per l’edizione 2026 conferma la propria evoluzione da evento prevalentemente focalizzato sulla scena elettronica a contenitore in grado di inglobare una moltitudine di generi musicali e un’infinità di contaminazioni. Nel corso degli anni ha incarnato la perfetta integrazione tra elettronica sperimentale, avant-pop, hip-hop e club culture, determinando uno dei benchmark di riferimento per questo tipo di suoni. Identità confermata sin dall’eterogeneo warm up di giovedì 29 ottobre, inaugurato dall’indie-folk per chitarra elettrica, violino e batteria proposto da Wendy Eisenberg, e dal ben più sperimentale set di ML Buch, affrontato in suggestiva solitudine, eccezion fatta per la parte finale, nella quale la cantautrice danese è stata accompagnata da un quartetto d’archi.
Nella stessa serata si sono poi susseguiti i dj-set di DJ Python e Clara 3000, l’irresistibile live degli Avalanches e la grande sorpresa della serata, una Shygirl che dimostra di essere pronta per il grande salto, proponendo un mix fra le convincenti canzoni che comporranno il nuovo album “Swallow!” e una selezione dai dischi precedenti, tutto riarrangiato in chiave rock oriented, grazie all’ottimo lavoro operato dal chitarrista e dal batterista che la accompagnano. Shygirl ha davvero un buon disco in uscita, e si percepisce sin dall’iniziale “Alyse”.
C2C Festival per l’edizione del venticinquesimo compleanno conferma altresì la propria vocazione internazionale, proponendo una line-up dove campeggiano – come d’abitudine – quasi esclusivamente artisti stranieri, strategia che continua a generare grande interesse da parte di molte testate specializzate estere, Pitchfork in primis, la bibbia americana del popolo indie, che inserisce stabilmente C2C Festival nella ristrettissima cerchia degli eventi musicali da vedere. Il risultato è evidente: C2C Festival 2026, ancor più che in passato, è preso d’assalto dal pubblico straniero, che totalizza oltre il 60% delle presenze complessive. Se da un lato tale stupefacente risultato rappresenta una grande conquista per un prodotto di casa nostra, dall’altro si fa davvero fatica a comprendere i motivi per i quali il pubblico italiano non risponda con forza a un evento di tale rilevanza e qualità. Come se C2C Festival si rivelasse troppo “avanti” per gli standard degli appassionati della nostra penisola. Il venerdì mattina sono quasi esclusivamente appassionati stranieri a seguire i talk al Teatro Regio, dove vengono intervistati una leggenda della musica elettronica degli ultimi decenni, Kode9, e una bella promessa come ML Buch. Al Lingotto Fiere la situazione non cambia: non sono certo spettatori italiani quelli che si assiepano sotto il palco a cantare le canzoni di Robyn, Oklou, Underscores e Chanel Beads.

La questione è proprio questa: agli italiani sembra non piacere più C2C Festival. Fin dai primi annunci del 2026 l’organizzazione ha dato la sensazione di non voler puntare su nomi in grado di richiamare il grande pubblico. Le scelte si sono concentrate verso musicisti e producer non popolarissimi in Italia ma piuttosto conosciuti all’estero, una line-up che per molti si è così rivelata meno interessante del solito, tanto che – evento abbastanza raro da queste parti – il sold-out non è stato raggiunto.
Chi sperava in presenze molto potenti, come avrebbero potuto esserlo una Charli XCX, una Slayyyter, una Rezz oppure una Charlotte De Witte (ma ti deve dir bene che si trovino in tour in Europa in corrispondenza del Festival), si è dovuto “accontentare” dell’ennesima apparizione degli amici di casa Arca e Kode9 (sempre eccezionali, per carità). Il focus di venerdì 30 ottobre è stato su hyperpop e avant-pop, con Robyn protagonista del momento più emozionante della serata, quando ha messo in scena il rito ormai consolidato di lasciar cantare al pubblico uno dei ritornelli della hit “Dancing On My Own”, con due minuti di applausi che sembravano inarrestabili e la cantante svedese visibilmente emozionata.
Molto seguiti anche i live show di Oklou e Underscores, che hanno duettato sulle note di “Harvest Sky”. Grande attenzione anche per le evoluzioni audio-visual semi-improvvisative innestate dalla già citata producer venezuelana Arca, ospite quasi fissa di C2C Festival, già presente nel 2016 (con i visual di Jesse Kanda), 2017, 2022 e 2024. Tutto questo avviene il venerdì nella sala principale, mentre accanto, nella Dazed Room, la leggenda Theo Parrish si cimenta in ben sette ore di dj-set, proponendo una montagna di Detroit sound, costantemente in equilibrio fra soul, house e deep house, un vero maestro di eclettismo all’opera con un’invidiabile collezione di vinili.
Del resto l’eclettismo è sempre stato uno dei punti di forza, un vero vanto di C2C Festival. Sabato 31 ottobre non ha certo fatto eccezione, attraverso l’accostamento di influenze diverse e l’abbattimento di confini e pregiudizi. Questa volta, però, la serata ha un po’ spiazzato il pubblico, a causa di precise scelte di programmazione: sul Main Stage nella fascia tra mezzanotte e le due, la più delicata del sabato sera, non è stato previsto alcun artista legato in maniera chiara alla club culture. È lo slot durante il quale il pubblico vuole ballare, una necessità che non è stata soddisfatta, perché lo spazio è stato assegnato a cloud rap, trap e al dj-set di Chuquimamani Condori (la vecchia conoscenza del Festival Elysia Crampton, nonché una dei due componenti dei Los Thuthanaka). Come conseguenza, subito dopo l’una di notte sia il Main Stage che il Dazed Stage risultavano per gran parte svuotati. Il tentativo di modificare il paradigma allo scoccare dei 25 anni d’età è comprensibile, legittimo, i cambi di strategia nella programmazione di un Festival ci possono stare, ma si è trattato di scelte che evidentemente non hanno soddisfatto le aspettative di tutti.

La serata del sabato ha comunque offerto numerosi momenti interessanti. Liim, rapper e skater di Harlem, convince con il suo mix di hip-hop, jazz e soul: accompagnato da un tastierista, dà vita a una versione giovanile dei Jungle Brothers, molto piacevole anche se un po’ ingenua dal punto di vista dei testi. Elias Rønnenfelt, il cantante della rock band danese Iceage, qui in versione solista, rappresenta il momento più chitarristico (in senso indie) della serata. Kode9, boss dell’etichetta Hyperdub, suona in back-to-back con RP Boo, tra i padri fondatori del footwork: il risultato è un viaggio nell’hardcore continuum, cucito insieme puntando tutto su velocità e frammentazione. Fine, cantante e produttrice danese, sul palco con una band di tre musicisti (chitarra, basso e batteria), nella trasposizione live risulta molto più interessante rispetto al lavoro svolto sui dischi: emerge il calore del folk, del blues, del jazz, e di una buona dose di Americana, unite a una voce tenue e sensuale, con momenti alla Jacqui McShee. È il tipo di proposta che C2C Festival ha sempre saputo inserire, qualcosa che non ti aspetti perché tende a uscire dalle sue coordinate di base.
Kelela era già stata al Festival nel 2014, in occasione del suo debutto sui palchi italiani. Nel frattempo è cresciuta molto, fino a raggiungere uno status ben diverso rispetto agli esordi. Fa parte della scuderia Warp, etichetta di riferimento per l’elettronica, anche se il suo focus non è l’elettronica, bensì un alternative R&B ricco di suoni potenti. Spicca “The High”, interpolata con la base strumentale di “Teardrop” dei Massive Attack. Meno interessanti del previso si sono rivelati i rapper svedesi Yung Lean e Bladee (il primo era già apparso il giorno precedente ospite di Robyn per due canzoni).
Il dj-set finale a sorpresa, contrassegnato sul cartellone da due punti interrogativi, si è risolto con la presenza in b2b di Arca (di nuovo) e Bill Kouligas, altra vecchia conoscenza di C2C Festival. Per la prima volta anche la domenica diventa centrale, non un semplice rituale di chiusura. Quest’anno Carl Stone, Grouper, Marina Herlop, Headache e Lorenzo Senni (in rappresentanza della Quota Italia) sono un ottimo modo per accompagnare il pubblico verso l’epilogo di un’altra edizione che può ora passare agli archivi e arricchire i ricordi. C2C Festival tornerà a Torino da giovedì 28 ottobre a domenica 31 ottobre 2027.

Piccola curiosità: pur non presente nella line-up, Jamie XX si è ritrovato protagonista anche quest’anno in due occasioni. La prima con gli Avalanches (rimasti in due, una volta erano undici!) quando propongono la traccia collaborativa “All You Children” che fa ballare tutte le OGR, la seconda con Robyn nell’altra collaborazione “Life”, uno dei frangenti più applauditi e trascinanti della sua esibizione. Entrambe le tracce sono incluse nel più recente album di Jamie XX, “In Waves”, risalente al 2024. Dopo questa nota di colore chiudiamo con qualche sottolineatura in rosso, perché un paio di aspetti criticabili quest’anno ci sono stati e non sarebbe corretto evitare di riportarlo in una cronaca onesta.
Negli anni C2C Festival ha saputo proporre diverse soluzioni per food & beverage e gli aggiustamenti sono sicuramente serviti a migliorare. Nel 2026 sono stati predisposti molti più punti ristoro, sia all’interno che all’esterno dell’area Lingotto Fiere, e non si sono viste code, tutto si è svolto in maniera fluida. Giovedì sera alle OGR la situazione è stata molto diversa: l’area continua a essere sprovvista di una zona food: non è possibile mangiare, e se vuoi uscire non puoi rientrare, situazione abbastanza surreale per un evento che dura parecchie ore. Inoltre le code per prendere da bere sono risultate molto più lunghe del solito: senz’altro un problema da risolvere. Altri piccoli intoppi hanno interessato i braccialetti elettronici, nei quali il credito minimo ricaricabile deve essere non inferiore a dieci euro alla volta, soluzione che costringe a fare ragionamenti e calcoli astrusi sull’economia della serata. Si è anche registrata un’evidente lievitazione dei prezzi del food, ma ovviamente si tratta di elementi che non intaccano la credibilità di un Festival che negli anni ha saputo portare a Torino artisti che pochi in Italia sono in grado di raggiungere.
Alcune esibizioni delle precedenti edizioni sono rimaste nella mitologia della città, momenti leggendari come i set di Aphex Twin, Kraftwerk, Thom Yorke, in grado di fidelizzare il pubblico, disposto ad accaparrarsi gli early bird al buio, senza ancora conoscere i nomi in cartellone, situazioni basate sulla fiducia, che nel mondo accadono con pochissimi altri Festival: Primavera Sound, Glastonbury, Coachella. Dopo l’edizione 2026 qualche riflessione dovrà aprirsi, è necessario, perché il cartellone di quest’anno ha soddisfatto molti ma scontentato molti altri. C2C Festival dovrà decidere se tornare a perseguire la strada della ricerca, della sperimentazione, dell’avanguardismo, oppure se puntare su artisti più indirizzati verso una forma di avant-pop meno di frontiera. E’ stata la scelta di quest’anno, specie nella serata del venerdì, scelta che però ha pagato soltanto in parte.
(Foto di Claudio Lancia)

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