Sembra una vita che stiamo qui a parlare di Arca come di una delle producer più innovative e trasgressive del pianeta, eppure il suo – ancora carbonaro – esordio discografico risale appena a tredici anni fa. Da allora, si è mossa in molteplici direzioni, fra sfilate di moda, installazioni, performance art, mostre di pittura d’avanguardia (la più recente presso l’Ica di Londra) e – ovviamente – tanta musica, con esibizioni e dj-set ovunque, oltre a una selva di collaborazioni di primissimo piano con superstar della musica pop, da Kanye West a Bjork, da Addison Rae a Madonna, per la quale ha di recente contribuito a realizzare due tracce contenute in “Confessions II”. Eppure in ogni nuovo lavoro pubblicato a proprio nome, Alejandra Ghersi Rodriguez fa tabula rasa di qualsiasi deriva pop o divistica per tornare a rifugiarsi in un’intransigenza quasi spietata, in quella forma di ostinato sperimentalismo attraverso il quale ha perfezionato un chiaro posizionamento della propria immagine, disco dopo disco.
Non fa sconti nemmeno il nuovo “XXXXX”, non certo percepibile come il prodotto confezionato da un’icona integrata nei circuiti del lusso e del mainstream musicale, bensì come il parto di una ricercatrice intenta a proseguire la scrupolosa opera di dissezionamento della materia canzone. Nessuna ricerca del consenso, ma la ferma intenzione di lasciar tracce significative del proprio passaggio, per elevarsi a fonte d’ispirazione per le prossime generazioni. Anzi, a cinque anni dal quintuplo “Kick” (dove figurava il tentativo di rendere meno severa la propria proposta, giungendo a produrre persino un paio di hit del circuito alternativo, la doppietta “Prada”/“Rakata”), Arca si riappropria del proprio linguaggio in maniera ancor più radicale, attraverso un disco impegnativo, elaborato su continue tensioni e contrazioni ritmiche, dal sound design spogliato di qualsiasi edonismo, non più soltanto metafora della fluidità di genere e dell’identità mutante, ma linguaggio di affermazione identitaria.
“XXXXX” non è quindi un disco accomodante, anzi, la prima parte è persino studiata per compiere una rigida selezione all’ingresso, fra l’irregolare dubstep-trap di “Willow”, la prepotente e oscura bass music di “Eidolon”, prossima a certe soluzioni di Rezz, e le cibernetiche evoluzioni di “Heart”.
L’album entra nel vivo in corrispondenza di “Syncope”, una personalissima trasfigurazione del flamenco, e della successiva “Raver”, dal gusto musicale non troppo distante dalle colonne sonore di John Carpenter. Ma il cambio di passo decisivo giunge con la breve “Cinch”, che raffigura Arca intenta a scendere i gradini che conducono all’ingresso del club dove intende trascorrere la serata. I beat techno si odono in lontananza, attutiti dalla robusta porta d’ingresso. E’ l’introduzione per il footwork di “Fxck”, il vero head-banging del progetto.
Nella seconda metà dell’album succede molto altro: in “Finisher” campionamenti orchestrali vengono posizionati su ritmiche spezzettate, in “Futurality” Arca propone un prototipo di post-techno per ipotetici rave del futuro, in “Everything” mostra l’eredità Idm della scuola Aphex Twin, in ”Grip” elabora una lucidissima visione di ispirata normalità.
E’ un album denso, frammentato, volutamente ostico, che richiede predisposizione nei confronti dell’impianto messo a punto negli anni dall’artista venezuelana, da interpretare come una nuova, forte, dichiarazione d’indipendenza artistica, un laboratorio di sperimentazione che continua a essere fulcro del movimento post-club, pur senza più rappresentarne la vera avanguardia. Synth minacciosi, tacchi campionati (in “Taconeando”, il frangente più perverso dal punto di vista testuale), tracce fluide, brevi, costruite su loop mutanti, un’esperienza solista e iper-concentrata, che lascia fuori dai giochi qualsiasi collaborazione con artisti rilevanti del pop contemporaneo.
Se analizziamo gli aspetti prettamente musicali, risultano azzerati i riferimenti ai ritmi caraibici (dembow, reggaeton, seppur distorti e frantumati), che in “Kick” intendevano raccontarci l’adolescenza della giovane Ghersi. Il ritmo più che per ballare è inserito per alimentare tensione, le percussioni vengono sminuzzate in micro-frammenti e disposte in modo da creare un effetto di accelerazione e decelerazione continua, la voce torna a essere uno strumento sintetico, uno fra gli altri, minimizzata, pitchata al limite dell’umano, ridotta a balbettio o sibilo ritmico. Un approccio produttivo comunque “aperto”, tridimensionale, che si rivela adatto anche ai grandi impianti dei festival e ai palcoscenici pop, nei quali sicuramente Arca comparirà nei prossimi mesi (a fine ottobre sarà di nuovo al C2C di Torino).
Dopo aver esplorato territori altri, senza mai porsi confini troppo definiti, invadendo come una vera diva il pop globale coi propri codici d’avanguardia, “XXXXX” rappresenta l’implosione verso l’interno, il momento nel quale Alejandra Ghersi smantella parte dei suoi stessi strumenti di lavoro per tornare a una progettualità meno enciclopedica e più essenziale. Il titolo scelto richiama in maniera esplicita l’estetica di precedenti lavori di Arca, “&&&&&” (2013) e “@@@@@” (2020) (ma anche la versione espansa di “Xen“, denominata “????? Edition”, anno 2015), come a voler srotolare un fil rouge in grado di collegare fra loro parti della sua discografia, guida dissonante per una forma di eclettismo transgender. Costantemente in bilico fra vulnerabilità ed estasi, “XXXXX” è il nuovo capitolo di un’avventura che suona tagliente come un’autopsia, lacerante come una drammatica verità.
11/08/2026