La scena Idm è ancora viva e ve lo dimostriamo con cinque dischi

L'Intelligent dance music ha ancora nei codici di Autechre, Boards Of Canada e Aphex Twin i suoi nuclei primordiali. Ma la rete resta viva: una nuova generazione di producer, nutrita dall'esperienza pionieristica dei padri fondatori e armata di tecnologie più raffinate, plasma ora il linguaggio in forme inedite, ibride, sempre più prossime a un dialogo con la macchina. Vi proponiamo cinque dischi degli anni Venti che dimostrano come queste nuove leve non si limitino a replicare la memoria del passato, ma innestino linfa nel sistema, rinnovando i circuiti vitali del genere.

Aheloy! - Deep In The Big Blue Dream - 2024

a2810338993_10_600_01Adrian Kolarczyk non si è fermato alla club music: l'ha attraversata e poi abbandonata, proiettandosi verso le zone ibride dell'Idm con la lucidità di chi sa già dove vuole arrivare. La matrice resta quella della danza intelligente, ma l'incantesimo si dilata fino a inglobare ogni estetica futurista codificata finora: dalla drum'n'bass atmosferica di Seba & Lotek al downtempo quantizzato di Aural Imbalance e Deep Space Organisms; pure al debutto, orchestra con lucidità e verve emotiva un intreccio affascinante.
Trattando gli algoritmi di sintesi come incantesimi subacquei, l'opera rappresenta un mondo sommerso che sembra essersi spostato nei fondali marini. L'artista custodisce un formulario segreto per laptop in stato alterato, come se un Aphex Twin mutato in puro calcolo riuscisse a generare emozioni del domani. Il suo formulario intreccia atmosfere vischiose con limpide modulazioni breakbeat, e il suono si fa flusso frammentato, come un network in ricodifica continua.
 (7.5)

Hoavi - Invariant - 2021

9178813_600Dopo l'ottimo "Phobia Airlines" del 2018, il russo Kirill Vasin riemerge con un nuovo compendio di techno e Idm densa di visioni sommesse. Come una deriva elettronica dai toni confortevoli, l'opener imposta la traiettoria verso un attraversamento intimo ed extracorporeo, dove pad liquidi si scontrano con amen break scheggiati e frammenti vocali ridotti a sample data. Il disco attraversa le diverse inclinazioni del genere, mantenendo nello sguardo di una morbida tecnologia il suo principale punto di arrivo.
L'arsenale sonoro è ampio: dal piglio cibernetico alla transe in slow motion, dove nostalgia e dub si intrecciano in un groviglio di fruscii, kick drum opache e arpeggi paralleli. In un tripudio insolitamente organico di circuitazioni autoalimentate, si arriva a momenti pseudo primordiali, intenti a evocare civiltà aliene codificate in suoni. Come un µ-Ziq nato fuori dal sistema solare, "Invariant" ha il pregio di coniugare varietà e raffinatezza sonora, guardando al passato ma decifrando al contempo il presente. (7.5)

Kakuhan - Metal Zone - 2022

10425145_600Primo lavoro dei giapponesi Kakuhuan, dove intrecci di elettroacustica e trame algoritmiche creano un linguaggio che vibra tra una timeline industriale e il remoto tribale. Il progetto si arma di drum machine e violoncello, trasformando l'arco in percussione glitchata e rimbalzante, scandita senza tregua dentro una stereofonia gargantuesca. L'apertura con "Mt-Dmz" chiarisce subito gli intenti: il ritmo sintetico, di chiara ascendenza Roland, non è quasi manipolato se non dalle sue perenni storture.
Tutto ruota attorno allo spazio abissale tra il battito elettronico scarno e il ticchettio d'arco: un mantra per dinosauri suonato da un John Cale proiettato nell'oltretempo. La materia sonora scivola dall'ancestrale alla frammentazione digitale di eredità Autechre, fino a sembrare gamelan quantistico o footwork atonale. Quello di Yuki Nakagawa e Koshiro Hino è un lavoro tanto ansiogeno quanto straniante, un sogno lucido che si trasforma in un incubo a occhi aperti di cyborg ed energia oscura. (7.5)

Serwed - Serwed III - 2022

a0589142303_10_600La cura del suono, nell'intelligent dance music, è una colonna portante: soprattutto quando l'obiettivo è generare la sua progenie più astratta, erede tanto del glitch quanto del tempo dispari. Su questo terreno, Flaty e OL compilano un compendio di network cerebrali. Le loro carriere soliste, avviate da oltre dieci anni, attraversano l'ambient tra ritmi fumosi, allucinatori e derealizzati fino al bug. Il risultato è un'estasi sinaptica: dance per androidi che a volte va oltre la nostra comprensione. 
Una trama che salda i vissuti in una griglia sismica e neurale, come se Ryoji Ikeda fosse costretto a programmare beat su processori percussivi forgiati da civiltà aliene. Tra un cortocircuito l'altro, riaffiora un'eco straniente di cloud trap smaterializzata, un delirio bionico che lascia intuire due entità eclettiche. Sempre che di entità si possa parlare. Chi ci assicura che questo mantra, intricato e post-industriale, dub ed etereo, non sia stato scritto da intelligenze artificiali infiltrate dal futuro? 
(7)

Xen Model - Core - 2021

a2014250460_10_600Come degli Autechre precipitati in un oceano artificiale di ritmi frantumati e glitch: gli Xen Model stanno esattamente qui, dentro un magma cibernetico che si destruttura e si rimaterializza in micro-dettagli. Il duo di Los Angeles, al secondo disco, architetta pattern ultra-complessi, capaci di mandare fuori rotta anche Squarepusher. Ritmi ultraveloci si infrangono su accordi improvvisi che concedono un attimo di tregua, per poi riprendere con una pugnalata sintetica dietro l'altra.
Non mancano pause di respiro: coltri elettroniche si stratificano fino a generare beat irregolari; la vera sorpresa, però, è come nella cura del dettaglio i due fondono gli elementi in un continuum unico. Il delirante ritmo sintetico si dissolve negli arpeggi, i field recordings si trasmutano in accordi come se non potessero fare diversamente. La beatitudine affiora dal caos: in cinquanta minuti di schizofrenia bionica, "Core" compila un impatto sonoro da cui è difficile uscire indenni. (8.0)