Poco più che diciassettenni, gli Iceage possono già vantare una buona reputazione come live act nei club underground di Copenaghen quando pubblicano l'album d’esordio New Brigade (2011). È soprattutto il passaparola a far sì che la prima stampa del disco vada esaurita, garantendo anche al gruppo l'opportunità di effettuare diverse date in giro per l’Europa.
Il debutto dei quattro ragazzini terribili danesi non passa inosservato nel circuito indie (anche su queste frequenze, dove viene subito segnalato da un’entusiastica recensione). Viene anche ristampato negli Stati Uniti, consentendo loro una prima tournée oltreoceano, inaugurata con una vigorosa esibizione a Brooklyn, New York nel 2013. Dai piccoli club underground di Copenhagen alle "prime pagine" del web mondiale: nemmeno ai nostri tempi, con i warholiani "quindici minuti di celebrità" alla portata di tutti, un balzo del genere può lasciare indifferenti. La Matador Records, così, non si lascia sfuggire l’occasione e li mette sotto contratto per il successivo You’re Nothing (2013).La musica è pura emozione, le forti emozioni della giovinezza - rabbia, tristezza, disprezzo, desiderio - così come energia e sesso, gli Iceage possiedono e forniscono con grazia tutte queste cose, consolando i loro seguaci in tutta la confusione dei nostri giorni
(Richard Hell)
Senza limiti
Ma Elias Bender Rønnenfelt e compagni non se lo fanno dire due volte. Consapevoli del loro valore, sfacciati e temerari al punto giusto, gli ex-punkster di Copenaghen tornano con un nuovo lavoro che fin dal titolo ne rivela le ambizioni: Beyondless. E il loro si conferma proprio un rock no limits, più strutturato e maturo rispetto alle schegge allucinate degli esordi. I tempi della scena del "New Way Of Danish Fuck You" sono ormai lontani, anche se resta l’influsso di una scena prolifica come quella della Copenaghen degli anni Dieci, un'interessante fucina dove, al contempo, emergeva prepotentemente anche l'elettronica sperimentale, virata al noise, della Posh Isolation. Si ascoltino, a tal proposito, anche le sperimentazioni dello stesso Rønnenfelt, assieme a Loke Rahbek (Sexdrome, Lust For Youth), Kristian Emdal (Lower, Age Coin) e Lukas Højland (Red Flesh, Pagan Youth), tutti uniti sotto la sigla Vår, per rendersi conto di come tutte le barriere tra i generi fossero state abbattute con disinvoltura.
Beyondless (2018), in particolare, fa tesoro dell'esperienza con i Marching Church e riprende il discorso da Plowing Into The Field Of Love, ma prova a fare un salto che appare pienamente riuscito, incassando anche l'endorsement del padre del punk americano, il Richard Hell della "Blank Generation": “Mi identifico pienamente nella loro musica – racconterà Hell - Sono come una piccola gang urbana, fedeli l'uno all'altro, diffidenti nei confronti degli estranei (di cui i giornalisti musicali come me sono gli esempi più sospetti), ma allo stesso tempo sembrano maturi e competenti. Non solo suonano e compongono bene, ma la produzione dei loro dischi, anche nei momenti più caotici, è impeccabile”.
In effetti, il nuovo album riscopre un gusto "proto" punk (più che "post"-punk) che riporta alla mente il Cave di "Kicking Against The Pricks", quando con i Bad Seeds rileggeva a modo suo i classici della tradizione rock americana. Al tutto, bisogna unire l'irruenza giovanile di ventenni che sanno dove vogliono andare e hanno le capacità per farlo.
Gran parte del disco ruota attorno al brano "Catch It". È come se Cave eseguisse una cover degli Stooges: una traccia piena di oscura e seducente melanconia e sfrontatezza rituale. Rønnenfelt, vestendo i panni del rocker maledetto, canta "You want it, you want it, you want it again/ Why don't you come and ask me?/ I adore you, my friend". Il brano ha il suo contraltare in "Take It All", dove emerge l'influenza dei Bad Seeds di "Your Funeral... My Trial".
Svetta anche l'ottima "Pain Killer" che si avvale della voce dell'attrice e cantante Sky Ferreira, recentemente entrata anche nel pantheon di David Lynch. Qui, gli Iceage sono presi in un tornado di suggestioni anni 70, un po' alla Johnny Thunders, che ci parlano di vite sbandate e relazioni di mutua dipendenza che probabilmente non troveranno mai redenzione sotto il sole: " Praying at the altar of your legs and feet/ Your saliva is a drug so bittersweet/ I’ll arrogate what’s there to take/ In an evanescent embrace… You became my pain killer/ I rue the day/ Alright, alright, alright".
Non mancano nemmeno immersioni in un rock allucinato e sgangherato come in "The Day The Music Dies", dove si perdono le coordinate temporali ed emerge una deriva alcolica in cui "The future's never starting/ The present never ends".
Come si diceva, gli Iceage sembrano guardare a tratti anche agli ultimi Marching Church. Si ascoltino, a riguardo, le atmosfere di "Plead The Fifth" e lo strampalato pop-noir-jazz dai tratti cabarettistici e surreali di "Showtime".
Probabilmente i fan dei primi dischi del gruppo danese avvertiranno il cambiamento, anche se il brano iniziale "Hurrah" getta un ponte con il ruvido post-punk degli esordi, seppur in una dimensione meno "lo-fi". Nell'omonima traccia che chiude l'album, troviamo una pista per intravedere un paesaggio nuovo e far emergere prepotentemente una forma di catarsi degli ardori punk adolescenziali.
Beyondless si rivela quindi un ottimo ritorno per una band capace ancora una volta di spiazzare l'ascoltatore e costruire un sound sempre personale e riconoscibile, anche grazie all'indubbio carisma del suo incontrastato frontman, Elias Bender Rønnenfelt, a cui non manca certo il physique du rôle.
Un nuovo rifugio
Confortati dal riscatto del quarto album, che ha dissipato gli ultimi dubbi sul loro reale valore, gli Iceage portano a compimento una nuova piccola rivoluzione, che ne sancisce il passaggio dalla Matador alla Mexican Summer, oltreché l’ingresso di un nuovo membro: il chitarrista Casper Morilla Fernandez. Ne scaturisce quello che forse a tutt’oggi appare il loro vertice assoluto: Seek Shelter (2021), che è anche il loro primo disco ad avvalersi di una produzione esterna, affidata a Peter Kember: meglio conosciuto come Sonic Boom. Un nome che evoca suggestioni psichedeliche dall’elevato contenuto space-rock.
La formazione danese ha ormai accantonato lo stato di cult-band, e l’hardcore-punk degli esordi è ora un magmatico post-punk dalle sfumature drammatiche e ricercate. All’evoluzione musicale si è affiancata una più marcata coscienza sociale e politica: non solo la band ha subito messo in chiaro alcune errate interpretazioni di alcuni simbolismi utilizzati agli esordi, che avevano attirato critiche di fascismo e razzismo, ma ha anche preso posizione nei confronti di alcune scelte politiche scellerate, che in Danimarca stanno costringendo le popolazioni non bianche a vivere in veri e propri ghetti.
Nelle nove tracce del disco, registrate a Lisbona, al nichilismo è subentrata la consapevolezza. Le crepe scavate nel corpo post-punk da influenze gothic e fuzz-pop hanno aperto la strada a ulteriori mutazioni di stile, che non hanno tuttavia sacrificato lo spirito selvaggio degli Iceage. Ne è prova il singolo di lancio, “The Holding Hand”, un rock-noir sudicio e malsano che mette in rilievo il tono più apocalittico del nuovo progetto, graffiando con inquietudine noise-goth e un timbro di voce tremolante. Con il successivo singolo “Vendetta” gli Iceage violentano l’iconica immagine punk-rock, per un travolgente dance-rock in stile madchester che, oltre a far impallidire Shaun Ryder, riporta in auge le tensioni erotiche dei Primal Scream di “Screamadelica”, e affronta il problema della deriva dispotica della cultura occidentale. A questo punto, confusione ed eccitazione hanno spianato la strada a uno dei singoli più audaci e potenzialmente iconici dei tempi moderni, ”Shelter Song”. Una liturgia a base di post-punk, spirituals e britpop, nutrita da una sezione archi e da un coro gospel che tolgono il respiro.
“Seek Shelter” può a questo punto senz’altro contare su alcune delle canzoni più potenti della band danese, ciò nonostante è difficile definire una qualsiasi delle nove tracce come minore. Arde di pathos, infatti, l’incandescente ballata “Love Kills Slowly”, un’appassionata spirale lirica-apocalittica alla Nick Cave. Sorprende la verbosa poetica alla Bruce Springsteen/Lou Reed di “Gold City”. E non perde smalto la band neanche quando entra con decisione in un ambito rock più tipico con “The Wilder Powder Blue”, o dissotterra le pulsioni più grintose dei primi Oasis in “Dear Saint Cecilia”.
La furia alla Mc5/Stooges che anima “High & Hurt” è calibrata da un’attitudine psych-rock e dalla intelligente citazione di “Will The Circle Be Unbebroken”, popolare inno cristiano dei primi anni del 900, con basso e batteria che travolgono i sensi e l’irriverenza dei Fall a fare capolino. Ultima sfida per i danesi, la giocosa e bizzarra “Drink Rain”, che con una ricca sequenza di accordi confonde Irving Berlin e Vic Godard, graffiando ancor più nel profondo di quel goth-rock che da sempre ha tracciato il percorso creativo del gruppo. A donare ulteriore fascino è il contributo – presente in due brani - del Lisboa Gospel Collective, coro gospel portoghese che ha raggiunto Elias e soci in studio a Lisbona.
Altra buona notizia è la scrittura, il vero elemento discriminante tra gli Iceage e altre band coeve. Tutto questo si traduce in un’autentica sferzata d’energia, che suona come un segno di rinascita emotiva e creativa che merita ancor più attenzione in un periodo storico saturo di torbide esternazioni dal mood dolente.
Del resto, a distinguere gli Iceage dalla pletora di emuli post-punk è anche la raffinatezza del loro background culturale. Come riporta un entusiastico Richard Hell, “nelle interviste di Rønnenfelt, si possono cogliere riferimenti a Carson McCullers (‘The Heart Is a Lonely Hunter’), Georges Bataille (‘Story of the Eye’), Peter Shaffer (‘Equus’), Yukio Mishima (‘The Sailor Who Fell from Grace with the Sea’), Jean Genet (‘Thief’s Journal and Miracle of the Rose’), Octave Mirbeau (‘The Torture Garden’), Henry Miller (‘On Writing’), James Agee (‘A Death in the Family’). E non c’è nulla di ostentato, è soltanto pura e libera conoscenza”. Un sostrato prezioso a cui si accompagna una verve teatrale degna del più sfrenato Cave, anche se Elias tiene a precisare che “quello che la gente vede ai concerti non è un personaggio, non è finzione, è più un’esagerazione di me stesso, un’estensione di ciò che sono nella vita” (Rolling Stone, 2021).
La sfida, insomma, non si ferma, all’insegna del motto “evolversi sempre, arrendersi mai”. In attesa delle prossime prove, il ghiaccio degli Iceage continua a bruciare di passione.
Contributi di Marco De Baptistis (“Beyondless”), Gianfranco Marmoro (“Seek Shelter”)
| New Brigade (Escho/ Tambourhinoceros, 2011) | 7,5 | |
| You're Nothing (Matador, 2013) | 8 | |
| Plowing Into The Field Of Love (Matador, 2014) | 6,5 | |
| Beyondless (Matador, 2018) | 8 | |
| Seek Shelter (Mexican Summer, 2021) | 8,5 |
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