Spesso il male di vivere ho incontrato:era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato
(E. Montale, “Spesso il male di vivere ho incontrato”)
Sono passati solo due anni dall’esordio degli Iceage, quel “New Brigade” nel quale un eccellente amalgama tra post-punk oscuro e furia hardcore assorbiva le intemperanze di quattro adolescenti in perenne bilico tra rabbia e gelida apatia.
Il disco aveva tra i suoi punti di forza la capacità di dosare gli ingredienti in maniera assolutamente coerente e spontanea, riuscendo a definire uno stile pregno di influenze ma, al tempo stesso, personale e riconoscibile. Un equilibrio che in “You’re Nothing” non viene meno, ma si carica anzi di nuove e affascinanti sfumature.
“Ecstasy” apre l’album: una partenza col botto, all’insegna del fragore delle chitarre e dei ritmi tonanti; la voce di Elias Bender Rønnenfelt è ora venata di un’inedita amarezza, di note di malinconia assenti in passato: un dolore colmo di rabbia, che impregna e carica di eccitazione il caotico e violento hardcore-punk dei danesi.
Gli Iceage continuano infatti a picchiare duro: brani come “Coalition” o “Everything Drifts” sono delle bordate dark-punk che arrivano dritte in faccia all’ascoltatore; i riff sono aggressivi e oscuri, ma non perdono mai di vista la melodia, nel segno del migliore Rikk Agnew.
“Morals” è la sorpresa dell’album: si tratta infatti di un’originale reinterpretazione de “L’ultima occasione”, brano portato al successo da Mina nel 1965; non certo materia facile da manipolare per un gruppo punk, ma i nostri riescono a coniugare la tensione lirica dell’originale con i loro violenti stop-and-go in maniera decisamente naturale. Sul versante opposto troviamo un pezzo come “It Might Hit First”, violento e dissonante noise-rock attraverso cui filtra tutta la passione degli Iceage per le sonorità più estreme.
Una registrazione piuttosto lo-fi amplifica la ruvidità, ma anche la potenza espressiva di un album che, nonostante le dodici tracce, non arriva alla mezz’ora di durata e non presenta il minimo calo.
Il finale, affidato alla title track, è energico ed emozionante, esattamente come i primi secondi di “Ecstasy”.
Nuove ombre lambiscono pertanto l’irruenza degli Iceage; ne consegue un disco complementare rispetto a “New Brigade”, un risultato che testimonia la precoce maturità di questa giovane band, la cui spinta creativa non si è certo esaurita, ma può invece andare ancora più lontano.
Sinceri e feroci, i tormenti degli Iceage sono personali e al tempo stesso universali: l’impressione è che “You’re Nothing” farà breccia in molti cuori oscuri.
12/02/2013