“Caribenya” is the counterpart [of “La Belleza”] where I got to be less cerebral and have more fun.
Con queste parole Lido Pimienta presenta la sua nuova raccolta di canzoni. Si tratta di un’opera complementare all’ambizioso progetto pubblicato nel 2025, nel quale l’artista colombiana-canadese realizzava un’affascinante commistione tra musica classica europea, messa da requiem, ritmi dembow e musica caraibica. In “Caribenya” la dimensione corporea prende fin da subito il sopravvento: la traccia d’apertura, “Arrúllame”, una nenia ariosa con arrangiamento d’archi di Owen Pallett, evoca infatti il calore di un abbraccio d’amore. La sospensione iniziale cede dopo pochi minuti il passo alle percussioni che incitano il corpo a muoversi, a vibrare insieme all’ambiente circostante e agli altri corpi: cumbia, porro, dembow si alternano in “Caribenya” nel celebrare in chiave moderna e sintetica le radici afro e indigene della musica caraibica.
In collaborazione con il Grupo Jejeje, Lido Pimienta lucida le otto canzoni con una vena pop scintillante e ammaliante che non solo lascia trapelare la spontaneità della fase compositiva, ma che trasuda anche divertimento in un modo estremamente infettivo. Il fatto che l’artista e chi ascolti abbiano “more fun” non implica però la depoliticizzazione del cantautorato di Pimienta. Anzi, “Caribenya” continua a denunciare l’invisibilizzazione dei corpi non bianchi e il colonial gaze a cui essi e le regioni del Sud Globale sono costantemente soggetti. “Marea” ne è il migliore esempio: dietro il luccichio di una cumbia trascinante si cela la feroce ironia con cui l’artista affronta l’oggettificazione e la sessualizzazione del corpo delle giovani donne provenienti dalle regioni caraibiche e le imperanti norme di genere intrecciate alla disproporzione di potere e al colonialismo. Se per sopravvivere la protagonista della canzone sembra inizialmente assecondare dinamiche di sfruttamento sessuale, l’invettiva conclusiva capovolge la prospettiva e la rabbia incendia l’autodeterminazione e spinge a riconquistare non solo il proprio corpo, ma anche quella terra che appartiene alle comunità indigene ma che è sempre più bottino di land grabbing sfrenato e della turistificazione. “In dance and sublime Caribbean beauty we resist”, ha chiosato Pimienta presentando sui social il brano che è stato selezionato come singolo.
Va detto che proprio in un’estate in cui il dancefloor è stato al centro del discorso pop occidentale, Lido Pimienta ci ha regalato un’alternativa ballabile al dominio di una musica che, pur se di ottima qualità (specialmente quella di Charli xcx), non ci ha manco provato ad emanciparsi dalle logiche di mercificazione e pubblicizzazione capitalistiche dell’era dello streaming e delle playlist algoritmizzate. Certo, da un lato su un piano teorico “Confessions II” ha restituito alla pista da ballo la sua dimensione di liberazione edonistica, sessuale, identitaria, senza connotarla come spazio meramente escapistico; e ne ha anzi rivendicato le potenzialità comunicative, di incontro per diverse communities, oltre ad aver ricordato il valore ritualistico che può assumere la danza (si veda l’esplicita dichiarazione in “One Step Away”). Ma dall’altro la più ispirata e brillante popstar degli ultimi anni era invece tutta intenta a cercare di liberarsi dal pesante fardello di dover bissare un capolavoro (e un successo) come “BRAT”. E se “Music, Fashion, Film” c’è anche miracolosamente riuscito con delle modalità che, a dirla tutta, sono sfacciatamente brat, trionfando e virando verso un rock iper-digitalizzato, ha lasciato dietro di sé, come collateral damage, il corpo smembrato del dancefloor stesso e di tutti quei club classics che avevano costituito il DNA del suo predecessore. Questo ironico gioco meta-artistico ha restituito dunque alla pop culture online, ai reels di Instagram e alle diramazioni senza fine dei subreddit una nuova pista da ballo virtuale, un nuovo santuario del piacere musicale che ha aperto le proprie porte al pubblico nonostante avesse ancora lì tra i piedi il cadavere fresco e sanguinante della PC Music, le ossa della techno e quelle sante reliquie della house riesumate e ripulite a tutto punto per l’occasione dalla grande diva pop di fine Novecento: Madonna.
Ed è proprio in questo contesto che “Caribenya” si inserisce del tutto inavvertitamente e ci offre una prospettiva differente rispetto a quella egemone e inerentemente bianca, una prospettiva che è a tutti gli effetti decoloniale. Senza nessun interesse alla dimensione metadiscorsiva della pop music e senza la fanfara dell’apparato pubblicitario delle Major, i ritmi di Lido Pimienta sono tutti incentrati sui corpi di chi quei ritmi li produce, li celebra o se li lascia semplicemente palpitare per le gambe e riverberare lungo tutto il corpo. Carne e sensazioni, piacere e dolore, gioia e desiderio, rabbia e azione collettiva: l’artista colombiana-canadese ci ricorda non solo che ballare per davvero è un’esperienza bellissima, ma anche che muovere il culo, e divertirsi nel farlo, può significare anche altro e che non dobbiamo lasciare che questo altro venga oscurato o dimenticato. Del resto, Lido Pimienta sa benissimo che la resistenza antirazzista, antifascista, femminista e decoloniale può assumere tutte le forme che siamo dispost* a darle. Anche quelle della cumbia moderna. Soprattutto quelle della cumbia moderna.
12/08/2026