Born To Die

Lana Del Rey

Born To Die

2012 (Polydor)
pop, soul

Dancin’ in the dark, in the pale moonlight
Done my hair up real big, beauty queen styly
High heels off, i’m feelin’ alive

Da un parcheggio per roulotte nel New Jersey alle spiagge di Malibu. E dal lusso sfrenato di Hollywood Hills alle paludi di Bayou des Allemands. La geografia di Lana Del Rey racconta molto della sua storia. E soprattutto sul suo essere sfuggente.
Che Elizabeth Woolridge Grant, per tutti Lizzy e per il mondo Lana, sia sempre stata fuori dagli schemi abituali, tanto temporali quanto spaziali, è apparso chiaro fin da subito: basterebbe vederla sfrecciare in sella e avvolta al proprio uomo nel videoclip, oramai di culto, di “Video Games”, per capire tutto o quasi del suo macrocosmo. Una galassia apparsa con poco preavviso nel silenzio più assoluto di un’epoca che aveva momentaneamente deciso di riporre i canoni delle anziane cantautrici country-soul, per affacciarsi a una nuova estetica postmoderna, dunque lontana anni luce anche dalle potenziali nuove Priscilla di turno.

Scrivo canzoni da quando avevo undici anni, e sono stata anche direttrice del coro della mia chiesa
(Lana Del Rey per Flush the Fashion)

Lo stile di Lana Del Rey fu inizialmente etichettato come hollywood sadcore, dicitura centrata per calibrare l’ideale set cinematografico a monte delle sue canzoni, ma che finirà per restituire solo in parte l’immaginario esternato dalla cantautrice newyorchese. Per inquadrare la figura di Lana, occorre ricordare la “superficie levigata da osservare attentamente, alla ricerca di indizi”, espressa da Zoe Hu nel saggio “Child’s Play”, in riferimento, appunto, alla celebre coniuge di Elvis. Il suo essere apparentemente svampita nasconde, in realtà, una personalità complessa, curiosa, assimilabile solo in parte alla quintessenza dell’estetica preppy, legata al benessere suburbano e alla rigida formalità sociale della borghesia statunitense degli anni ’60.


Dopo un primo timido tentativo a nome Lizzy Grant, costellato, però, di momenti che contengono già tutti gli stilemi del futuro, come le malinconiche ”Pawn Shop Blues” e “Yayo”, di fatto i primissimi due brani che alimentano il carisma soul della Del Rey, Lana abbandona parzialmente la propria fascinazione per soluzioni r’n’b tipicamente motown-style, alla Amy Winehouse, a sbrigarla senza tornare troppo indietro nel tempo, per proporre qualcosa di insolitamente vecchio ma allo stesso tempo anche “nuovo”.
L’ipnosi scatta suprema con il lancio di “Video Games”, ancora oggi la sua canzone migliore e manifesto sonoro di un approccio che guarda sia ai country club della Louisiana, che la musicista, guarda caso, omaggerà in futuro, sia alla decadenza felina di Hope Sandoval, il primo riferimento a cui tenteranno di aggrapparsi, crollando quasi istantaneamente, più o meno tutti.

Per avere un’idea del suo essere aliena e svincolata da una certa contemporaneità, basta osservare, poi, l’interpretazione dal vivo della stessa “Video Games” negli esordi televisivi della cantautrice: movenze al rallentatore e sguardo da gatta morta capace di annientare un intero capannone dei marines e una capacità innata di salire in alto e riscendere con la propria ugola, senza che l’ascoltatore abbia il tempo di intuire le coordinate spazio-temporali, che appartiene solo alle grandissime.
Sono solo alcune delle sorprendenti intuizioni della debuttante Lana Del Rey. Una dea d’altri tempi che entra in punta di piedi nel secondo decennio del nuovo millennio, facendo sbalzare all’istante paillettes e cliché fuori dal finestrino.
Nelle immagini semi-amatoriali di “Video Games”, esplodono uno dietro l’altro i nuovi fuochi d’artificio del pop soul a stelle e strisce. E’ un cortometraggio spiazzante, per quanto tecnicamente posticcio, e in cui è racchiuso tutto ciò che in seguito Lana esporrà al mondo, incantandolo oltre ogni misura, raggiungendo numeri da capogiro, copertine da mille e una notte per qualsiasi top model che si rispetti e finanche l’apprezzamento di marchi come Gucci, che spesso e volentieri la preferiranno alle ben più magre e androidi modelle contemporanee.

Chi, infatti, riporrà in lei la speranza di aver trovato una nuova reginetta dell’indie-pop più sfigato, sarà costretto nel tempo a fare i conti con una musicista che guarda estasiata le passerelle parigine e che al contempo perde la testa per gli alligatori che si contorcono nel fango. E’ un dualismo vibrante, che manda a tappeto orde di oltranzisti. E che Lana fa suo ad ogni uscita, lasciando sempre in sospeso una potenziale catalogazione.



Cantautrice sorniona che prova a riportare a galla le disillusioni di Nancy Sinastra oppure ammaliatrice di una nuova formula pop che non vuole saperne di ridursi a mero revival? Le dodici canzoni di “Born To Die”, secondo (?) disco pubblicato da Lana Del Rey (il primo con questo moniker) nel giro di due anni, dicono molto altro. A cominciare dalla title-track, con gli archi in festa che introducono un malessere esistenziale assecondato senza patemi e con un’inaspettata meraviglia. “Per lei amare la persona sbagliata equivale a essere ‘nati per morire’”, scriverà all’epoca Chelsea Hodson sul New York Times.
Se però uno dei mantra della beat generation viene ribaltato dalla Del Rey con lo sguardo romantico di una Joan Didion, la genesi visiva del controverso videoclip di “Born to Die” è tutta nelle parole della cantautrice: “Per “Born to Die” ho scritto un soggetto intitolato “The Lonely Queen”, in cui mi immaginavo in un’ambientazione che rappresentasse il paradiso, una sorta di castello sperduto in Romania. Camminavo lungo i corridoi, affiancata da tigri, mentre la mente tornava a momenti più felici, trascorsi tra le braccia del mio amato. Yoann Lemoine ha poi riadattato quel soggetto, rendendolo più realizzabile. Ma adoro quel video, davvero. Non riesco a credere a quanto sia venuto bene”.

Insomma, Lana non vuole essere triste, rifugge dalle lacrime, eppure le sue canzoni nuotano in un oceano di malinconia. Come l’altro grande successo del disco, “Blue Jeans”, ovvero il Chris Isaak di “Silvertone” con la gonna. E non ce ne voglia Vecchioni o qualche crociato del bon ton. Mentre con “Off To The Races” la faccenda si fa più seria, a partire dal pathos orchestrale alternato a un ritmo r’n’b che accompagna una trama alienante, con cui il fascino per le relazioni pericolose anticipato in attacco si espande all’infinito in una sorta di soggetto narrativo richiamante non poco la storia di Bonnie e Clyde.
A ispirare il brano sarà, in realtà, la “Lolita” di Vladimir Nabokov, che darà anima anche a un’altra canzone dell’album, la broadwayana “Carmen”. Sono due momenti in cui Lana esterna a chiare lettere e note il suo amore profondo per Nabokov, tanto da tatuarsi il nome dello scrittore russo sul braccio, accanto a quello del poeta americano Walt Whitman.
In “Off To The Races”, emerge, inoltre, un passato turbolento e vissuto in preda all’alcol, un dramma che Lana ha realmente affrontato da giovanissima. Tuttavia, a differenza del personaggio di Nabokov, la donna cantata dalla Del Rey ama incondizionatamente il proprio carnefice. E ne asseconda ogni follia, lasciandosi trascinare senza riserve.

Si diceva di Broadway: ebbene, “Born To Die” ha tutto lo charme di un musical contemporaneo dall’ermetica noir. Spuntano poi episodi come “Diet Mountain Dew”, che al contrario esaltano il lato burlesque di Lana, di certo non una ballerina modello, ma comunque sempre a suo agio sul palco, tra passettini, piroette e incantevoli sorrisini.
L’epica delreyana si amplifica ulteriormente in “National Anthem”, canzone introdotta da fuochi d’artificio, seguiti da un battito trip-hop e un’improvvisa fuga in avanti melodicamente irresistibile, mentre il testo narra di triangoli scivolosi, prendendo in prestito la vita e la morte di John Fitzgerald Kennedy e, nello specifico, l’amore clandestino per Marilyn Monroe.
Dunque, è ancora una volta tutta l’America di questo mondo ad animare i concept di Lana Del Rey.

Sull’aspetto compositivo, melodie supreme come il refrain di “Dark Paradise” evidenziano uno stato di grazia armonico indiscutibile. Lana canta divinamente, mostrandosi abile sia quando c’è da alzare di poco i toni, sia nei momenti in cui atterrare dolcemente è d’obbligo, anche per non rischiare di apparire scontata come tante altre sue colleghe. E cosa dire poi di “Radio”, canzone contornata ancora una volta da coretti e cambi di passo che potrebbero tanto appartenere a una cantante nu soul ricercata, quanto a una diva del pop più mainstream?

Now my life is sweet like cinnamon
Like a fucking dream I’m living in
Baby, love me ‘cause I’m playing on the radio
(How do you like me now?)
Pick me up and take me like a vitamin
‘Cause my body’s sweet like sugar venom, oh yeah
Baby, love me ‘cause I’m playing on the radio
(How do you like me now?)

Il vertice di questa sublimazione giace, infine, in “Summertime Sadness”, l’ennesimo autentico miracolo scritto ancora insieme con Rick Nowels. E’ un brano che enfatizza un’estate dolceamara, con la Del Rey che per l’occasione si lascia possedere da vibrazioni sessuali altamente magnetiche e a cui proprio non può resistere. “Summertime Sadness” avrà anche un successo inaspettato grazie a un remix facilone di Cedric Gervais. Nel videoclip predomina, invece, il dramma di una donna, interpretata dalla stessa musicista, che decide di gettarsi nel vuoto, seguita a ruota da un’amica, interpretata da Jamie King. E’ una scena che ricorda inesorabilmente ciò che accade in Thelma & Louise, nell’ultimo richiamo narrativo tutto americano di un album che ha accesso definitivamente la stella luminosissima e talvolta irraggiungibile di Elizabeth Woolridge Grant. E a cui seguiranno altri piccoli grandi capolavori, come il successivo (e amabilmente imprendibile) “Ultraviolence” e più avanti il totalizzante (e definitivo) “Norman Fucking Rockwell!”.

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08/11/2026

Tracklist

  1. 1. Born To Die
  2. 2. Off To The Races
  3. 3. Blue Jeans
  4. 4. Video Games
  5. 5. Diet Mountain Dew
  6. 6. National Anthem
  7. 7. Dark Paradise
  8. 8. Radio
  9. 9. Carmen
  10. 10. Million Dollar Man
  11. 11. Summertime Sadness
  12. 12. This Is What Makes Us Girls

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