Non è esattamente una sorpresa che questo “Dejémoslo como estaba” sia un gran disco. Ci aveva già pensato l’esordio del 2024 a farci capire che gli Alcalá Norte non fossero una formazione post-punk qualunque, che invece avessero intenzione di rileggere il genere con intenzioni tutt’altro che convenzionali. Già il suo nome e il suo simbolo, rubati al centro commerciale del quartiere d’origine e poi adattati a un immaginario fantasy, aggiungono alla ricetta due ingredienti importanti: sarcasmo e territorialità – non proprio il pane quotidiano del solito post-punk. Ai quali si aggiunge la giocoleria linguistica del cantante Álvaro Rivas, autentico funambolo di riferimenti pop, citazioni colte e saggezza di quartiere, che rendono le canzoni della band oggetti linguistici tanto immediati quanto raffinati e sorprendenti.“Dejémoslo como estaba” in realtà non lascia le cose esattamente come erano. Nemmeno però rimescola eccessivamente le carte musicali, cavalca forse il successo crescente della band, rispondendo ad esso con canzoni che ambiscono a diventare inni, con muscoli ritmici e chitarristici adatti a venue sempre più grandi. E con una cascata di sintetizzatori wave ad opera di Laura de Diego – già nella formazione al momento della pubblicazione di “Alcalá Norte” ma non della sua realizzazione – a ingrossare ancor più l’epos dei pezzi.Alla girandola di influenze che già andavano dai Cure e dai Joy Division fino ai Radio Futura, si aggiungono quindi quelle dei Cult, degli Héroes del Silencio e, perché no, degli Extremoduro.
La nuova dimensione dei madrileni era già chiara dai tre singoli rilasciati, la liberatoria “El endemoniao”, la sognante “El hombre planeta” e la più minacciosa e bizzarra “Los llamados pitagóricos”. Tre canzoni profondamente diverse tra loro, ma tutte impetuose e appiccicose, anche per gli standard di una band che qualche inno alternativo l’aveva già scritto – “Calle Elfo”, “La vida cañón”. I testi di Álvaro Rivas sembrano voler portare la sua formula collaudata all’estremo. Sono più fantasiosi e burloni che mai, ma dissimulano grande preoccupazione e un’inclinazione al nichilismo. In “El contador de muertes” Rivas ironizza sulla spettacolarizzazione delle tragedie e sul cinismo con il quale si contano i morti, chiedendoci se quella in corso sia la “migliore” strage dei nostri tempi; in “Campos de golf” ride amaramente della guerra tra poveri che si fanno vicini di casa, colleghi invidiosi e piccoli imprenditori mentre intorno a loro crescono i campi da golf dei nuovi ricchi turbo-capitalisti.Ascoltando “Arturo Soria” (celebre urbanista madrileno e nome di una delle strade bene più iconiche della città) ci ritroviamo a canticchiare un ritornello assurdo come “De las piedras de un palacio/En la era del triángulo/Arturo ha levantado un tetraedro/Padre de otros cuatro histéricos poliedros”, mentre “Los llamados pitagóricos” irride le élite culturali paragonandole ai pitagorici, per i quali non verrà servito churrasco (piatto a base di manzo) – rimandando simpaticamente alle credenze di questi filosofi in fatto di reincarnazione. Praticamente magia lirica, soprattutto se si pensa agli standard abulici del post-punk anglofono contemporaneo.
“Claudia” e “La Venta nueva”, con i loro stralci di vita di barrio raccontati a ritmo wave, sono i pezzi più vicini al modus operandi locale dell’esordio; invece, la stoccata hard-rock “Icare (LFDL)” e la cullante “Oscar The Tiny One” sono cantate rispettivamente in francese e in inglese, ma con fortissimo accento madrileno, come per comunicare strampalate ambizioni internazionali.Probabilmente non troveranno l’America, soprattutto con quell’accento, ma intanto un posto d’onore al prossimo Primavera è confermato e sarebbe cosa buona e giusta preferire la loro esibizione a una quarta volta dai Fontaines D.C. e una quindicesima ai Massive Attack. Detto proprio come ve lo direbbero loro.
Anche perchè dopo una conferma come questa la domanda sorge spontanea: e se il disco post-post-punk dell’anno non parlasse inglese?
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06/11/2026