Con i suoi 11 chilometri di lunghezza, la Calle de Alcalá è una delle arterie principali di Madrid. Comincia nel centro storico della città, in quel di Puerta del Sol, per poi inerpicarsi verso nord-est, in direzione dell’aeroporto. Il suo percorso incontra il maestoso edificio Metropolis, il municipio biancheggiante di Plaza Cibeles, per poi lambire il placido Parque del Retiro e spaccare in due Salamanca, il quartiere più ricco della città e centro nevralgico dello shopping di lusso.
È però una volta oltrepassata la famigerata M30, una sorta di raccordo anulare locale (ben più organizzato dell’equivalente romano, va da sé), che la lunghissima Calle cambia faccia. Prima incrociando i blocchi razionalisti di Ventas e poi quelli funzionalisti di Quintana, questi ultimi tutti in mattoncini rossi a vista. Entrambi esempi di architettura franchista, le cosiddette viviendas colectivas, destinate alle famiglie della classe operaia.
Oggi parte della municipalità di Ciudad Lineal, la zona è un melting pot di vecchi bares castizos, probabilmente quelli che offrono le tapas più generose di Madrid, e chioschetti di arepas e pollo al carbón. Popolata da anziani madrileni, i cosiddetti gatos (i gatti, ossia i madrileni di discendenza pura da almeno due generazioni), e immigrati latinoamericani di qualsiasi provenienza.
All’incrocio tra Calle Alcalá e Calle Arturo Soria, giusto a un passo dalla fermata della metro di Ciudad Lineal, si erge il centro commerciale Alcalá Norte. Tolti il supermercato Ahorramás, un paio di gioiellerie e una filiale di Sprinter, l’Alcalá Norte non è un centro commerciale normale. Dimenticatevi H&M, Zara e Pull & Bear: in luogo di queste catene vi troverete un negozio di spade, improbabili boutique vintage, un’esposizione di tassidermia, un rivenditore di tarocchi e altri articoli di santería e la bottega di un corniciaio che torna sempre in cinque minuti.
Perché mai in quella che dovrebbe essere la recensione di un disco vi siete già sciroppati due paragrafi di toponomastica madrilena? Perché mai conosco così tante cose su Madrid Est?
Ecco, un paio di anni fa, approdati a Madrid per restarci, io e la mia famiglia a Ciudad Lineal ci abbiamo comprato casa – chiaro, con un mutuo a trent’anni. L’abbiamo comprata in una stradina appartata, giusto dietro l’affollata piazzetta di Quintana su Calle Alcalá: Calle Elfo.

È pleonastico dover precisare che per me abitare su una strada che si chiama Calle Elfo sia un valore aggiunto inestimabile. E quindi, ad acquisto ultimato, la prima cosa che feci fu postare su Instagram una foto con l’effige della strada. Il social con la fotocamerina mi suggerì come colonna sonora del post una canzone intitolata proprio “La calle Elfo”.
È un pezzo post-punk sguaiato, stradaiolo, su arpeggio a-là Cure, il cui refrain dice: Un pisito en la calle Elfo/ Quiero un pisito en la calle Elfo/ Un pisito en la calle Elfo/ Quiero un pisito en la calle Elfo (“Un appartamentino sulla Calle Elfo/ Voglio un appartamentino sulla Calle Elfo”). Di quali sciroccati avevamo appena coronato il sogno? O forse non intendevano davvero la nostra stradina in salita, ma erano semplicemente degli impallinati di libri fantasy e “Dungeons & Dragons”?
Ovviamente io sono io, e partì immediatamente la ricerca. Gli autori di “La calle Elfo” sono gli Alcalá Norte, in onore del succitato centro commerciale, e, ovviamente, in quella canzone intendevano proprio che desideravano un appartamentino sulla Calle Elfo. In realtà si sarebbero voluti chiamare Ciudad Lineal, ma il nome era già stato preso in quel di Barcellona e così avevano ripiegato sul beneamato mall del quartiere. Un anno prima avevano pubblicato un disco omonimo, con in copertina un cumulo di figure pseudo-rinascimentali che trasportano in processione un monolite con la forma del logo dell’Alcalá Norte.

In realtà questi Alcalá Norte con il loro esordio omonimo avevano fatto un discreto botto, per cui la pronta segnalazione di Instagram per la mia story. Erano già comparsi sui palchi del Primavera, del Mad Cool e si apprestavano a un tour nazionale che sarebbe risultato un trionfo. Nel 2027 uscirà il loro secondo disco e il primo singolo lanciato, “El hombre planeta”, è già tra i brani più ascoltati del circuito alternativo spagnolo. Insomma, gli Alcalá Norte, contro ogni previsione, non sono più una next big thing.
La band si è formata intorno al 2020 per volontà del batterista Jaime Barbosa (ex-Guarrerías Preciados) e del chitarrista Juan Pablo Juliá (ex-Los Pablos), che contattarono il cantante Álvaro Rivas per un progetto di cover molto particolari di Cure e Alaska y Dinarama. Dopo qualche prova i tre avrebbero invitato a far parte del gruppo anche il chitarrista e produttore Carlos Elías, la tastierista Laura de Diego e Pablo Prieto con il suo basso scalpitante.
Con queste premesse, e con un po’ di contezza della scena indie spagnola dagli anni Ottanta a oggi (dai waver Parálisis Permanente agli immancabili Los Planetas), è facile immaginare come suonino gli Alcalá Norte. Però il loro successo non è frutto solo dell’ottima rivisitazione dei canoni di Cure e Joy Division in salsa brava. Probabilmente il loro successo lo devono proprio al barrio.
Alla maniera in cui riescono a immergere in un sound così canonizzato, ma comunque interpretato con freschezza e personalità, le istanze del quartiere e tutta una serie di riferimenti colti e strampalati. Richiami religiosi (“Westminster”, “El rey de los judíos (Un cosquilleo)”), citazioni in latino e francese (“Los chavales”) convivono tra bassi cavernosi, tastiere celestiali e drumming in levare con perle di saggezza popolare (quel “è la casa del povero la più cara da pulire” lanciato in “La Calle Elfo”), chiacchiere da bar e ardente desiderio di rivalsa. Come quando si ciancica aspettando il turno dal barbiere, in questa musica ci si può incontrare davvero di tutto e chiunque, da Marco Aurelio al Power Rangers verde.
Il barrio degli Alcalá Norte, però, non è il solito posto da cui fuggire: è un luogo di crescita del quale portare con sé gli insegnamenti anche quando ci si stacca da esso.
Non è un caso che insieme a “La Calle Elfo”, e forse ancor più, il classico del disco sia “La Vida Cañón”. Un inno a vivere al massimo, che guarda alle promesse di benessere del capitalismo e dell’alta società con diffidenza e ironia.
Che incitino al pogo con riff di basso scoppiettanti e chitarre che derapano (“Langermarck”, “Westminster”), puntino sull’ipnosi da reiterazione circolare (l’arabeggiante “420N”), o anelino all’estasi shoegaze (“Supermán”, “La Sangre del pobre”), tutti i brani di Alcalá Norte sono costruiti con semplicità e precisione. L’equilibrio è perfetto in ciascuno di questi trentasette minuti che dovrebbero fare invidia a tanti colleghi anglofoni. È merito senz’altro anche delle vocals di Álvaro Rivas, eccezionale e strambo poeta strillone suburbano, invece che ennesimo emulo di Mark E. Smith.

Giusto poco dopo il nostro trasferimento a Ciudad Lineal, la comunità di Madrid ha annunciato l’estensione della linea 5 della metro, quella che attraversa il quartiere, fino all’aeroporto. Nonché la copertura del tratto di M30 che attraversa Ventas con quello che sarà uno dei parchi più grandi della città, connettendo di fatto Ciudad Lineal a Salamanca.
Affitti stellari, filiali di catene del caffè che spuntano come brufoli e boulangerie hipster segnalano che la piaga della gentrificazione ha raggiunto, dunque, anche uno degli ultimi avamposti della resistenza cittadina al fenomeno. E io che già l’ho visto succedere (a Hackney in quel di Londra, così come a Wedding in quel di Berlino e ovviamente nella mia Napoli) mi chiedo soltanto come suonerà il nuovo Alcalá Norte. Sarà più cupo dell’esordio? O i ragazzi sospireranno e ci sorrideranno su? Come farebbe il vecchio barista de La Conchiña, continuando a servire abbondanti razioni di patatas bravas e Mahou gelate.