Blur, l’ammissione di Damon Albarn: “La battaglia del britpop l’hanno vinta gli Oasis. Ma oggi io ho ucciso la popstar”

11-07-2025
Il frontman dei Blur riconosce il trionfo dei fratelli Gallagher nella storica rivalità del britpop. Alla vigilia dei concerti degli Oasis a Manchester, parte del tour della tanto attesa reunionDamon Albarn rompe ogni indugio e ammette: nella battaglia della Cool Britannia, sono stati i Gallagher ad avere la meglio.
Quella tra Blur e Oasis è stata forse la rivalità più iconica del pop britannico dagli anni Sessanta, dai tempi della sfida Beatles vs. Rolling Stones, orchestrata dai media con una narrazione manichea che opponeva due visioni del mondo e della musica: arte contro istinto, classe media contro working class, Sud contro Nord. Eppure, in quel turbine mediatico che fu la Cool Britannia, anche i protagonisti non si tirarono indietro, anzi: alimentarono la contesa con entusiasmo, spesso eccedendo – come quando Noel Gallagher augurò ad Albarn di contrarre l’Aids, in uno degli episodi più tossici della cultura pop di fine secolo.
L’apice simbolico dello scontro fu il celebre "duello dei singoli" nell’estate del 1995, quando la Food Records anticipò l’uscita di “Country House” dei Blur per sfidare direttamente “Roll With It” degli Oasis. I Blur vinsero quella battaglia – almeno nelle classifiche – ma il verdetto definitivo arrivò poco dopo: “(What’s The Story) Morning Glory?” surclassò commercialmente “The Great Escape”, lasciando segni ben più profondi nel pop britannico.

A quasi trent’anni di distanza, Albarn torna su quella faida con una sincerità disarmante. In un’intervista concessa a The Sun mentre si trova in tour con il progetto Africa Express, il musicista londinese ha parlato con ammirazione della reunion degli Oasis e del loro ritorno trionfale a Heaton Park. “Le nostre due serate a Wembley sembrano ridicole al confronto con le loro sette”, ha commentato, riconoscendo il trionfo degli ex-rivali. “Credo si possa dire ufficialmente che hanno vinto: la battaglia, la guerra, tutto quanto. Hanno conquistato il primo posto, e davanti a un’evidenza così schiacciante, accetto volentieri la sconfitta”.
Nonostante il tono disteso e quasi celebrativo, Albarn tiene a marcare la distanza tra la sua traiettoria attuale e quella dei Gallagher. “Quest’estate è la loro, Dio li benedica. Spero che tutti si divertano, ma io sarò altrove. In un posto molto, molto diverso”. E riflettendo sulle emozioni vissute con i Blur durante le date a Wembley nel 2023, Albarn ha anche messo in guardia i fratelli Gallagher dalla pressione emotiva che comportano eventi di tale portata. “Non potrei sostenere tutti quegli show. Rivivere quelle emozioni così tante volte sarebbe troppo. Serve molto coraggio per affrontarle, e spero per loro che ne valga la pena, perché alla fine non si tratta solo di soldi”.
Infine, Albarn ha chiarito di non rimpiangere affatto i giorni del britpop. “Oggi vivo una fase molto più gioiosa e innocente. La nostalgia va bene, ma bisogna stare attenti: rischi di perdertici dentro. Ho ucciso Damon la popstar molti anni fa, in modo gentile. Non mi interessa più stare sempre al centro dell’attenzione: quella è solo una parte di me, che tiro fuori solo quando serve. Africa Express mi permette di essere uno tra tanti. Ed è esattamente ciò di cui ho bisogno”.

Nei giorni scorsi, Albarn è stato interpellato a proposito del tour della reunion dei fratelli Gallagher. "La reunion degli Oasis? Due anni fa dissi che sarebbe accaduta, e avevo ragione: la strada era già aperta Prima o poi due fratelli finiscono per riconciliarsi, è inevitabile - ha affermato Albarn - Per me è una cosa positiva. Ma non andrò a vederli: sono troppo impegnato". In un’intervista pubblicata su Il Messaggero, Albarn rivendica con ironica soddisfazione la sua previsione, fatta due anni fa, sul ritorno degli Oasis — anticipata di un anno rispetto all’annuncio ufficiale arrivato nell’estate scorsa.
L’occasione dell’intervista è stato lo show dell’8 luglio al Teatro Romano di Ostia Antica degli Africa Express, uno dei tanti progetti paralleli a cui il cantante 57enne si dedica fuori dai Blur.  
Nel suggestivo scenario del Teatro Romano di Ostia Antica, il collettivo internazionale fondato quasi vent’anni fa da Damon Albarn si è esibito per la prima volta nel nostro paese. Un progetto che da allora unisce musicisti da ogni angolo del mondo in un’esperienza artistica collettiva, interculturale e profondamente libera. La tappa romana – unica data italiana del tour europeo e parte del cartellone dell’Ostia Antica Festival – vedrà sul palco lo stesso Albarn (leader dei Blur e mente dietro i Gorillaz), affiancato da oltre cinquanta artisti provenienti da quattro continenti. Tra i nomi coinvolti: Moonchild Sanelly, Django Django, Luisa Almaguer, Jupiter & Okwess, Joan As Police Woman, in un mosaico musicale che attraversa cumbia, kuduro, salsa, hip hop, soul e pop.
Il concerto anticipa di pochi giorni l’uscita del nuovo album del collettivo, "Africa Express Presents... Bahidorá", in arrivo l’11 luglio per World Circuit Records/Bmg. Un disco che, come sempre, riflette lo spirito nomade e collaborativo del progetto: un laboratorio sonoro in continuo movimento.

Nato nel 2006 in Mali, Africa Express è un esperimento musicale senza precedenti, costruito su tre pilastri fondamentali: collaborazione, rispetto e sperimentazione. Negli anni ha messo in dialogo leggende della musica africana come Toumani Diabaté, Bassekou Kouyaté e Amadou & Mariam con protagonisti della scena internazionale come Fatboy Slim, Martha Wainwright, Paul McCartney e lo stesso Albarn. Ogni esibizione è unica, frutto di improvvisazioni, incontri e contaminazioni spontanee tra generazioni, stili e culture.
La storia del collettivo è costellata di eventi memorabili: dalle maratone musicali di oltre sette ore tra Liverpool e Lagos, ai viaggi in treno per il Regno Unito durante le Olimpiadi di Londra, passando per concerti in Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, l’Etiopia e il Mali. Africa Express ha persino riunito un’orchestra siriana dispersa dalla guerra civile e reinterpretato in chiave africana In C di Terry Riley. Una celebrazione viva e potente della musica come linguaggio universale, capace di abbattere confini e creare nuove comunità.

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