Ubriachi nel giardino dell'Eden
Si tratta di un quadretto d’ispirazione biblica, con Adamo che dichiara amore imperituro a Eva. Tutto si svolge nel Paradiso Terrestre, però il testo storpia il tutto fino a rendere difficoltoso comprendere quale sia l’ambientazione: “In the garden of Eden”, dovrebbe dire il cantante-organista Doug Ingle, ma (sembra) a causa di un po' di vino di troppo, viene pronunciato in modo approssimativo e trascritto come un incomprensibile “In-a-gadda-da-vida” dal batterista Ron Bushy.
Doug Ingle è uno dei fondatori degli Iron Butterfly, formati a San Diego, California, nel 1966. Gli altri nella band sono Jack Pinney alla batteria, Greg Willis al basso e Danny Weis alla chitarra. Darryl DeLoach si unisce per cantare e suonare il tamburello, oltre a mettere a disposizione il garage dei genitori.
Subentra al basso Jerry Penrod, quando il gruppo si sposta a Los Angeles. Anche il batterista cambia, due volte, finché non entra in formazione Rob Bushy, destinato a essere l’unico membro a comparire nei sei album di studio della discografia.
Nel 1968 pubblicano “Heavy”, dove alternano canzoni acid-rock non particolarmente originali e improvvise fiammate hard-rock, abbastanza potenti da trasformare questo primo album in un cult per i metallari più curiosi. L’inno strumentale “Iron Butterfly Theme”, con una chitarra fragorosa, è il motivo principale di questo interesse. Prima della pubblicazione, a fine 1967, DeLoach, Penrod e Weis si allontanano, lasciando Ingle e Bushy soli. Al basso arriva Lee Dorman e alla chitarra suonerà un diciassettenne Erik Brann. Se “Heavy” ha avuto riscontri modesti, il secondo album pubblicato nel 1968 è destinato a un grande successo commerciale e diventerà quello per cui la band sarà citata nella storia del rock. Prenderà il nome dalla canzone dal titolo nonsense citata in apertura, “In-A-Gadda-Da-Vida”.
Una psichedelica messa heavy
Il primo lato del vinile raccoglie cinque canzoni acid-rock che occasionalmente trasformano l'estetica hippie in qualcosa di sottilmente più misterioso e cupo. Rispetto a “Heavy”, il sound si è grandiosamente arricchito, in termini di densità compositiva: se l’esordio vedeva le canzoni girare intorno a pochi spunti più o meno creativi, qui i pezzi esplodono di ornamenti, variazioni e dettagli. L’iniziale "Most Anything You Want" è in questo senso un’affermazione forte e chiara, tra armonie vocali, stralci hard-rock, morbidezze psichedeliche, assoli e obbligati. Questo non vuole dire che gli Iron Butterfly siano diventati concorrenti di Beatles o Beach Boys, anzi, le canzoni successive si distinguono al massimo per dettagli e alcune specifiche soluzioni, ma rimangono zavorrate dai testi di molle romanticismo tormentato.
Brann è, con la sua chitarra, il principale fautore dei frangenti più hard ma anche l’uso dell’organo da parte di Ingle si è fatto più spregiudicato, tra liturgico, psichedelico e inquietante. Del quintetto di canzoni del primo lato del vinile si ricordano soprattutto la già citata opener e l'ultima "Are You Happy", se non altro per il suo hard-blues, un po' logorroico ma sicuramente spettacolare, che piacerà ai fan dei Deep Purple.

A rubare la scena, però, è la colossale title track, che occupa tutto il side B del vinile. Il brano è in realtà già ben inserito nella routine della band e si è progressivamente arricchito e soprattutto esteso. Nella sua versione finale "In-A-Gadda-Da-Vida" sfora i 17 minuti e mostra degli Iron Butterfly molto più liberi e creativi, ben più sanguigni del side A. Costruita come una jam tra acid-rock e hard-rock, gravita attorno a un ossessivo e ficcante riff.
L’organo di Ingle la introduce con un breve assolo, prima che subentri uno dei riff di chitarra elettrica distorta più potenti che il rock avesse mai sentito, anticipato appena dal basso e dalla batteria. Il clima è sulfureo, vuoi per il riferimento biblico che lambisce l’esoterico, vuoi per la fusione di organo e chitarra elettrica distorta, vuoi per questo riff ossessivo e circolare che sembra voler ipnotizzare l’ascoltatore. A suggellare il tutto, poi, un titolo nonsense, quasi una formula magica. Siamo chiamati a unirci a questa danza, quasi esplicitamente quando Ingle intima “Please take my hand”, per ben due volte nei primi due minuti. Dopo, però, quella che sembrava una canzone più cupa ma comunque assimilabile alle prime cinque esonda in una jam che lascia ampio spazio d’espressione ai singoli musicisti, mentre versioni più o meno fedeli del riff imperversano, fungendo da punto di riferimento per l’ascoltatore.
Attacca l’organo, sfidato dalla chitarra distorta, poi domina quest'ultima, prima immersa nel wah e poi in overdrive. Al sesto minuto, un colpo di scena: il batterista Ron Bushy viene lasciato solo sulla scena per un epico assolo che riconduce il brano a una danza tribale, un rituale oscuro e misterioso, prima pacato e poi via via più scatenato; quindi, si scivola nuovamente in una quiete tensiva. È l’organo a subentrare, liturgico e misterioso, per imbastire una messa apocrifa graffiata dalla chitarra con spirito thriller, un accostamento degno di un film di Dario Argento più che di una band hippie californiana. Dopo 12 minuti abbondanti, il riff si riaffaccia, esplodendo poi in un hard-rock psichedelico che, altro plot twist, diventa danza febbricitante, dominata da percussioni frenetiche, battiti di chitarra elettrica, basso invasato. È un “...three, four!” che riporta tutto sui binari iniziali, riallacciandosi al breve testo d’ispirazione biblica per un’ultima ripetizione. Nei secondi conclusivi, il breve assolo d’organo iniziale viene citato, quasi a suggerire una natura circolare del brano-rituale: è appena finito e, dunque, può riniziare.
Il successo, la crisi, il culto
Nonostante giri voce di un esorbitante numero di copie vendute, non è facile fornire dei numeri davvero attendibili. Certamente la canzone “In-A-Gadda-Da-Vida”, in una versione singolo di 2:52 (criminali!) arriverà al numero 30 della Billboard Hot 100 e, curiosamente, al numero 7 nei Paesi Bassi. Numerose le cover del brano, reinterpretato dalla Incredible Bongo Band ma anche dagli Slayer. Il pezzo ha anche un ruolo centrale in “Manhunter - Frammenti di un omicidio”, il film del 1986 di Michael Mann e compare persino in una puntata dei Simpson, non a caso intitolata “Bart si vende l'anima”.
L’album è arrivato addirittura al numero 4 di Billboard in corso d’anno e primo nella classifica di fine 1969, con buoni piazzamenti anche in Germania, Canada, Danimarca e Australia. A livello di certificazioni, l'Lp vanta quattro dischi di platino in patria, più un platino in Australia e Germania. Con un po' di fatica, qualcuno ha ricostruito che dovrebbe essere stato il secondo disco di platino assegnato dalla Atlantic, e non il primo come spesso si legge: in ogni caso, una testimonianza di un successo notevole.
Il resto della loro discografia sarà completamente oscurato dal secondo album e dal suo brano principale. “Ball” (1969) avrebbe anche un fragoroso e misterioso brano d’apertura, “In The Times Of Our Lives”, ma ogni confronto con la delirante jam del precedente fa sembrare queste canzoni timide. Invece di procedere in direzione hard e psych, poi, la band piega verso ballate sonnolente (“Lonely Boy”) e in generale privilegia la melodia.
Il successo commerciale arriva, ma assai meno clamoroso. “Live” (1970) documenta, se non altro, che la resa dal vivo non era inferiore alle versioni in studio. Chiaramente, il pezzo forte è “In-A-Gadda-Da-Vida”, che sfiora in questa versione i 19 minuti. Modifiche alla line up portano addirittura tre chitarristi su “Metamorphosis” (1970), che suona assai più stratificato e vario, il loro album più eterogeneo e il migliore dopo “In-A-Gadda-Da-Vida”. Ci sono riferimenti funk e soul, Ingle è assai più espressivo al canto e si fa affiancare dal nuovo arrivato Mike Pinera, anche alla chitarra. In “Slower Than Guns” si dedicano a una dolcissima canzone di folk acustico. “Easy Rider (Let The Wind Pay The Way)" è forse la migliore composizione breve che abbiano mai scritto: un hard-rock con innesti di percussioni, ruggiti heavy-metal, assoli incendiari e un finale esplosivo. “Butterfly Bleu” riprova persino il brano esteso con un blues di 14 minuti dominato da voce, chitarre e organo, con lunghe parentesi strumentali e un avveniristico, per l’epoca, uso del talk box.
È un colpo di coda, l’ultimo tentativo di superare sé stessi, perché nel 1971 la band si scioglie mentre è in tour con gli Yes. È Ingle ad allontanarsi, non del tutto a suo agio con il suono più blues e soul di molti nuovi brani, ma anche infastidito dal ruolo sempre più centrale dei chitarristi. C’è tempo per un ultimo tour. Gli Iron Butterfly, ma senza Ingle, ritornano con “Scorching Beauty” e quindi con “Sun And Steel” (entrambi 1975), ma sono tutt’altra cosa rispetto a quelli del loro secondo album cult, con il chitarrista Brann che prende il ruolo di cantante. Doug Ingle sarà l’ultimo della line-up del secondo album a sopravvivere: morirà il 24 maggio 2024, a 78 anni.
Nel 2025 “In-A-Gadda-Da-Vida” è il primo, secondo brano, sesto e nono più ascoltato su Spotify degli Iron Butterfly, a causa delle numerose versioni pubblicate.