Steven Umoh ha passato i primi diciassette anni di vita in Nigeria, sotto le cure di sua nonna, prima di essere trasportato a Londra dalla madre, che nel frattempo era fuggita da un marito abusivo. È una situazione particolarmente triste, ma dalla quale emerge una storia comune: la relazione tra le ex-colonie dell’Africa occidentale e l’Inghilterra è un continuo andirivieni di giovani spediti come pacchi postali, tra chi viene lanciato senza reti sul suolo britannico nel tentativo di costruire una vita migliore e chi invece dall’Inghilterra viene rimandato a studiare in Africa, per assorbire le tradizioni care ai genitori o evitare i pericoli della strada che ancora abbondano in una nazione nella quale il razzismo non è mai sopito. Sta di fatto che lungo gli ultimi decenni abbiamo osservato la crescita di una comunità largamente “afro-britannica” nella quale lo scambio sociale è più liquido che mai, con Stormzy che presenzia la high life di Lagos come una star locale, mentre Burna Boy e Asake riempiono le arene fino a Glasgow – al concerto di quest’ultimo a Brixton l’attesa fu talmente spasmodica che ci scapparono due morti.
È qui che Steven si è inizialmente perso in un assordante clash culturale tra la solida e religiosa tradizione d’infanzia, il vertiginoso senso di libertà vissuto durante le rauche notti etiliche mentre studiava all’università di Norwich e ovviamente l’onnipresente influenza della cultura americana, nazione che più di tutte, tra un orrore e l’altro, ha elevato i volti della diaspora pan-africana sulla piazza globale. Anche per questo, il suo progetto musicale Obongjayar pesca un po’ ovunque, certo spaesando l’ascoltatore con continui cambi di prospettiva, ma consentendo di creare qualcosa di personale.
Rilasciato sotto il marchio September, il suo secondo album di studio “Paradise Now” è un denso slalom tra il perforante afrobeats contemporaneo (“Strongbone” e il singolo “Holy Mountain” su tutti) e curiosi richiami al vecchio panorama indie britannico di Klaxons, Friendly Fires, V V Brown e Kele Okereke (l’incalzante “Jellyfish”, l’obliquo singolo “Sweet Danger”). Con voce rauca e de-cantante, talvolta balbuziente, sicuramente teatrale (“Life Ahead”), Obongjayar conduce un ascolto nel quale ballonzolanti idee folkloristiche (“Prayer”) e nervosi inserti punk per un possibile remake in chiave blaxploitation (“Instant Animal”) si legano a un synth-pop stile Maria Chiara Argirò (“It’s Time”) e a momenti da festival targati Hot Chip (“Not In Surrender”).
C’è dunque tanta carne al fuoco su “Paradise Now” eppure il trucco funziona, perché tra una cantilena africana (“Born In This Body”) e un pimpante singoletto da stazione indie (“Just My Luck”), Obongjayar sembra divertirsi più di tutti – eccolo impugnare il microfono in cagnesco manco fosse un personaggio da cartone animato, salvo immolarsi nei suoi videoclip con un gusto per l’assurdo che non manca d’ironia. Figuriamoci, c’è pure Little Simz in scaletta, impegnata a balbettare sul pezzo più sfacciato del disco, ideato come un nonsense (“Talk Olympics”), perché alla fine Obongjayar è proprio Steven Umoh, un bonaccione che vuol fare baldoria ovunque vada. Se è vero che il suo raggio d’azione è ancora saldamente ancorato nel mercato indipendente, è altresì vero che questo frangente gli consente una libertà talvolta negata ai grandi nomi da esportazione, sia in Africa che in Occidente. E tanto basta per aspettare la prossima mossa, consci del fatto che un album variegato come “Paradise Now” non verrà a noia facilmente.
05/02/2026