Dieci anni sono solo un’abitudine, per i Klimt 1918. Dal 2016, quando “Sentimentale Jugend” chiudeva un capitolo di otto anni dal precedente “Just In Case We’ll Never Meet Again”, il silenzio è diventato per loro una seconda pelle. Non il silenzio dell’abbandono, ma quello della sedimentazione: come fotografie lasciate decantare in soffitta, come cieli estivi osservati troppo a lungo da una finestra appannata. “Àmor” arriva quindi non come un ritorno festante, ma come un riaffioramento lento, quasi inevitabile.
Il titolo è un gioco di specchi: letto al contrario, svela Roma, la città dove la band abita da sempre e che qui diventa paesaggio mentale. Non la Roma da cartolina, ma quella delle periferie calde d’agosto, delle rovine con cui si convive senza più guardarle. Una Roma pasoliniana del decadimento, dove l’umanità continua a muoversi come se il collasso fosse già avvenuto. È in questo sfondo che “Àmor” ambienta le sue undici canzoni.
Le coordinate antiche (shoegaze, post-rock, dream-pop, persino gli antichi riflessi metal degli esordi) sono ormai ricomposte in una forma nuova. La parola che la label ha coniato, skygaze, forse coglie il senso: sguardo al cielo, malinconia verticale, nostalgia che non cerca redenzione ma si crogiola nella propria sospensione. Ma è riduttivo. I Klimt 1918 oggi suonano come se avessero smesso di inseguire generi per abbracciare una sola, ostinata, ossessiva direzione emotiva.
L’apertura è affidata a “Dream Core”, e già il titolo è un manifesto. I Klimt 1918 dicono di dedicare questo album “a chi sceglie di amare nonostante tutto”. “Eros” è il cuore carnale dell’album. Il sax di Domenico Vellucci si insinua come un pensiero notturno, cresce fino a diventare lama di quarzo e la canzone si trasforma in un’architettura barocca di fuzz e riverberi. Qui il fuoco della copertina (un uomo che brucia nella notte) diventa palpabile. L’amore non è carezza, è combustione. La title track strumentale “Àmor” è invece una sorpresa: solo chitarre che si arrotolano su se stesse, vento di migrazione, nessuna parola. Dura meno di tre minuti ma riesce a condensare tutto lo struggimento del disco in un arabesco sonoro uscito da un sogno ad occhi aperti.
“Àmor” è un prodotto con una forte coerenza atmosferica, un lavoro non cerca di colmare il vuoto del tempo, ma lo abita. È un disco nato dal silenzio del lockdown, eppure reagisce a quella solitudine cercando l’amore. E lo fa a modo suo, con la delicatezza di chi sa che la passione non è solo fiamma e cerca il calore delle sue braci che ancora bruciano sotto la cenere.
28/06/2026