Non è la più dotata, vocalmente parlando, né la più spigliata sul palco. Probabilmente ha troppe idee e fatica a focalizzare l'attenzione in un'immagine coerente e riconoscibile. Ma Jade Thirwall ha una qualità che latita nell'attuale panorama pop britannico: si diverte a fare la popstar, prima ancora di coivolgere il pubblico, incuriosendo quindi anche chi non aveva mai trovato sintonia col suo gruppo d'origine, le Little Mix. Sta di fatto che mentre le ex-colleghe Jesy, Perrie e Leigh-Anne soffrono della maledizione post-
girlband, Jade ha deciso di giocare tutte le carte a sua disposizione per orchestrare un debutto che, come da titolo, racconta il mondo al quale appartiene: "That's Showbiz Baby!".
La voglia di strafare si era vista con "Angel Of My Dreams" oltre un anno fa, sorprendente singolo
prog-pop accompagnato da un ridicolo videoclip, che grazie all'effetto sorpresa aveva raggiunto il n.7 della classifica inglese proprio durante la
brat summer di
Charli XCX. La sfavillante offerta
disco di "Fantasy" avrebbe dovuto doppiare l'impresa, grazie a un truculento videoclip diretto da David LaChapelle, ma l'algoritmo s'è rivelato meno magnanimo, innescando immediatamente i freni della Rca, nota per essere l'etichetta più ingerente del panorama pop. "That's Showbiz Baby!" arriva oltre un anno e ben sette anteprime più tardi, un
pout-pourri di stili che Jade ha dovuto faticare per mettere al mondo.
Identità dunque confuse, ma tutto sommato accattivanti e smaliziate; abbiamo "IT Girl", l'insolente monella
hyperpop, "FUFN (Fuck You For Now)", la divetta eurodance stile
Ava Max, "Midnight Cowboy", la puttanella tutta bassi e sussurri mediorientali, e due momenti di ottima fattura come "Plastic Box" e "Unconditional", incalzanti versioni di un
wave-pop sintetico metà
Donna Summer metà attrice da commedia
indie.
Jade, insomma, è qui per divertirsi, cala maschere sul volto una dopo l'altra mentre lavora la cinepresa; eccola abbuffarsi e sgolarsi su "Self Saboteur", poi infilarsi nei sensuali panni della
Tinashe dance-r&b con "Lip Service", fare ancora la linguaccia su "Headache", o immergersi nella scenografica ballata "Natural At Disaster", questa molto indebitata al recente successo di
Raye.
Certo, non c'era bisogno di fare il karaoke di
Diana Ross su "Before You Break My Heart", né reiterare stanche idee
trap-pop in una "Glitch" solo fintamente sperimentale. Meglio quando "Silent Disco" chiude l'ascolto con aura magniloquente da sirena synth-pop, un'interpretazione dalla quale traspare la gratitudine per esser riuscita a terminare un progetto ambizioso e difficile.
Peccato la Rca si sia dimostrata così reticente di fronte alle idee di una popstar tutto sommato capace e curiosa oltre la media, al netto di qualche inevitabile scivolone, viene da domandarsi come mai si prendano l'impegno, se poi la ruota della promozione viene messa in moto solo per i più generici volti e brani da streaming. Ma questo Jade sembrava averlo annusato già da tempo, grazie a un'esperienza decennale nell'industria discografica (il manager delle Little Mix era un certo Simon Cowell); durante l'anno che ha preceduto l'uscita del suo album, la ragazza ha presenziato ogni palco, evento e podcast disponibile, non importa quanto piccolo, desiderosa di connettersi col proprio pubblico d'elezione senza filtri né divismi. Perché se è vero che Jade al momento non è la nuova
Lady Gaga, è altresì importante avere una narrativa solida alle spalle, un pubblico attento e una manciata di canzoni per intrattenerlo. Se non ci pensa il
management, lo fa lei da sola, perché anche questo fa parte del gioco dello spettacolo: "That's Showbiz Baby!".