A Shrine To Failure: un nome, una garanzia. Ovviamente se vi piace sguazzare nel lato oscuro della vita. Ma anche se apprezzate quelle atmosfere dark capaci di miscelare con grande mestiere gothic e sintetizzatori (“somewhere between pop, wave and emotional ruin”, stando alle loro parole).
“Undone”, per adesso disponibile soltanto in digitale, uscirà a fine estate anche in formato fisico, grazie all’interesse della Cold Transmission, label tedesca che opera dalle parti di Francoforte sul Meno (guarda caso, la stessa città di provenienza del duo in esame).
Quattordici brani non sono pochi (e un pezzo come “Defiler” non fa di certo la differenza), ma c’è da dire che l’album scivola via con estrema disinvoltura, fin dalle prime note. Se “Black Room Memory” può contare su un refrain davvero potente (lo spirito di Siouxsie è dietro l’angolo), è con la successiva “Bleakware” che gli A Shrine To Failure riversano poesia e drammaticità nella loro musica, guardando al presente nel ricordo di un passato sempre vivo.
Rispetto alla carica post-punk di alcune recenti proposte di successo (pensiamo a quella dei turchi Ductape), l’approccio della coppia teutonica protende verso un minimalismo a tratti raggelante: “Starving” e “This Is Surrender” sembrano uscite dall’inverno più freddo degli anni Ottanta, così come la splendida “The Silence She Became”. Ancora sintetizzatori, ancora malinconia, ancora un pezzo da ballare tutta la notte.
Il finale non tradisce le attese. “The Clock That Never Turns” probabilmente diventerà il cavallo di battaglia del duo, anche in sede live. Tutto il resto lo scopriremo a breve, quando il nome degli A Shrine To Failure comincerà a girare prepotentemente sulla bocca di tanti devoti nerovestiti. Il disco gothic per l’estate è servito.