Sono bastati due dischi per proiettare i Purelink tra le presenze più luminose del sottobosco ambient dub: un ecosistema che attinge da Idm e downtempo, modellando un immaginario che revisiona le sale chillout degli anni Novanta nell’abbraccio in penombra della propria cameretta (“Kite Scene”). Il trio incarna una poetica soffusa, fatta di sospensioni e riverberi setosi: tra armonie dilatate e transienti vellutati, pare quasi di ascoltare strumenti che bisbigliano più che suonare. “Faith”, pubblicato su Peak Oil, è il secondo album del collettivo, successivo all’ottimo “Signs” del 2023, autentico sogno ad occhi aperti in cui l’ascoltatore galleggia tra strati di nuvole sintetiche.
Vicini nello spirito ad artisti come Pontiac Streator e Mu Tate, il trio resta fedele alla sua calligrafia tenue. La formula resta intatta nella sua eleganza: contemplazioni dai toni zen, una sorta di new age digitale per spiriti introversi e intrisa di un amore per l’ipermoderno più delicato: come in “First Iota”, dove la poetessa Angelina Nonaj sussurra “Not everything beautiful has to be real” su un intreccio di chitarra e onde d’ambienza. Forse più asciutto di lavori precedenti, il flusso si muove su un moto essenziale.
Tra i fumi di una lounge eterea, spicca l’inserto vocale di “Rookie”: la prova di Loraine James si adagia su beat acquatici con la naturalezza di una ninna nanna, registrata separatamente e incastrata nel brano senza mediazioni. “Yoke” e “Circle of Dust” offrono il contrappeso strumentale, con bassi profondi che pulsano sotto strati di glitch e dub. È vero che l’album non reinventa la formula, ma se c’è qualcosa che i tre ci hanno insegnato, è che ogni suono che sfiorano riesce a dissolversi in un incanto ovattato.