Su un aspetto del nuovo album di
Jon Anderson si può tutti concordare: la copertina è orrenda. Riguardo al resto, ci si potrà dividere, al solito, e collocarsi liberamente lungo la linea tra fan oltranzisti degli
Yes e
hater di ogni sonorità luminosa, fantastica e/o
progressiva. Con un'avvertenza, tuttavia: se avete amato la band ma le scorse N uscite legate alla famiglia allargata vi hanno conquistato poco, questa è la volta buona di riprovare. "True", inciso con lo
YouTube group Band Geeks capitanato da Richie Castellano, è senza troppi mezzi termini il miglior prodotto dello
Yessound degli ultimi facciamo vent'anni.
Il fulcro del progetto è ovviamente la collaborazione inedita fra Anderson e la formazione del chitarrista newyorkese già membro dei
Blue Öyster Cult, più giovane di 36 anni ma grande conoscitore dei segreti stilistici dell'epoca
Seventies, oltre che di tutte le
truccherie tecnologiche consentite dal suo studio di registrazione domestico. Nata dalla scoperta, da parte di Anderson, delle diverse cover
yessiane presenti sul canale YouTube dei Band Geeks, la
joint venture si è prima concretizzata nel 2023 in un tour statunitense a base di classici della band britannica e poi è sfociata quasi naturalmente nella creazione di nuovo materiale. Dietro le quinte, un flusso creativo a distanza, fatto di
demo Midi strumentali, messaggi vocali canticchiati da Anderson o dai Geeks e improvvisazioni in videochiamata, con un continuo scambio ben illustrato dal gustoso filmato
caricato da Castellano sul suo canale YouTube a fine agosto.
Il risultato: nove tracce per un'ora circa di musica, variegata e brillante sia nello stile che negli spunti compositivi. Gli evidenti richiami, quasi calligrafici, agli
zigzag ascendenti di Steve Howe e al basso fendente di Chris Squire (i primi passaggi di "True Messenger" dovrebbero bastare a fornire un quadro) sono controbilanciati da azzeccate escursioni funk ("Shine On"), cori gospel ("Make It Right"), perfino bordate
grunge (queste erano quantomeno le intenzioni per la coda di "True Messenger").
I Geeks sono, come da nome, versatili e certosini: Castellano è, oltre che chitarrista e bassista, anche il principale
mastermind della produzione delle tracce; il batterista e percussionista Andy Ascolese è responsabile anche di alcune parti vocali e
co-engineer del suono dell'album; Andy Graziano è il virtuoso dietro alle linee chitarristiche più pirotecniche; l'ospite Anne Marie Nacchio compare grosso modo in tutte le sezioni con numerose linee vocali sovrapposte, siano queste oltremodo
soft nei toni o da cantare a pieni polmoni; i due tastieristi Christopher Clark e Robert Kipp, infine, completano l'alchimia dividendosi fra synth e
organo.
La pluralità di suoni è a sua volta un viaggio nel mondo di Anderson. La tavolozza spazia da colori
settantiani a misticanze
world, passando ampiamente anche da timbri e soluzioni sintetiche in continuità con i successi degli
Eighties e le esplorazioni delle epoche successive. Eppure, in perfetta assonanza con la
studio wizardry dell'era Horn, gran parte dell'evocazione nasce da digitalissimi giochi di specchi: l'inconfondibile Hammond di "Realization Part Two" non è affatto un Hammond, ma una
workstation Roland FA-06; le sezioni orchestrali di "True Messenger", "Still A Friend", "Thank God" sono tutte librerie di campionamenti programmati in Midi; le splendide note acustiche al centro di "Build Me An Ocean" sono il frutto di una Variax, chitarra a modellizzazione fisica che, partendo dalla vibrazione delle corde, costruisce il timbro in uscita attraverso l'analogo matematico dello strumento scelto.
La stessa "Counies And Countries", probabilmente il brano del disco che più immediatamente resta impresso (nonché il primo a essere stato elaborato) è stata inzialmente composta da Castellano con suoni digitali in un
Midi sequencer ("così se c'è qualcosa da cambiare ci vuole un attimo") e solo dopo l'approvazione del
demo da parte di Anderson incisa anche con strumenti ordinari.
La coordinazione tentacolare di Castellano e soci non deve comunque far pensare a un ruolo defilato da parte del cantante e primo intestatario del disco. Oltre che, pare, nelle innumerevoli e assai puntuali indicazioni sulla direzione in cui sviluppi e arrangiamenti avrebbero dovuto muoversi, la cifra di Anderson è onnipresente nell'album tanto nella grana vocale quanto nell'articolazione melodica dei pezzi. Se l'assenza nei recenti tour degli
Yes aveva fatto temere un definitivo tramonto della sua solidità canora, ogni nota cantata in "True" sembra dimostrare che, almeno in un contesto di studio, la capacità di rendere unici i brani è ancora la stessa di sempre. Vale per le molte evoluzioni e piroette dei cinque minuti di "Still A Friend", ma è cruciale soprattutto per la suite "Once Upon A Dream", nata da un mantra meditativo di Anderson e proiettata poi in un quarto d'ora e rotti di costruzioni
progressive e voltafaccia atmosferici - con sezioni concitate a un passo da "The Gates Of Delirium" che intrecciano momenti di elegia melodica fra i più felici della carriera del cantante.
Con il suo amalgama di storico e modernissimo, "True" non sarà un album che avvicinerà nuovi fan alla musica di
Jon Anderson, ma rappresenta un regalo inatteso per gli amanti dello
Yessound sparpagliati fra le generazioni.
L'ottima riuscita della collaborazione con Castellano, mimetica e creativa al punto giusto, segna inoltre un colpo notevole per il polistrumentista e architetto dell'album: con ogni probabilità, gli appassionati di
rock progressivo attenderanno con curiosità le nuove mosse dei suoi Band Geeks. Dove li condurrà la prossima sfida?