Massimo Silverio - Hrudja

2023 (Okum)
ambient pop, post-industrial, singer-songwriter

Piaccia o meno il disco, non si può negare che quest’anno “Spira” di Daniela Pes sia riuscito a mettere sotto i riflettori nostrani una formula affascinante, che incorpora una tradizione musicale e linguistica locale, nel caso della musicista di casa Tanca (la label di Jacopo Incani) quella sarda, in un contesto sonoro moderno, dove le suggestioni tradizionali incontrano l’elettronica e altre formule contemporanee. In realtà, nel sottosuolo di operazioni similari a quella della talentuosa chanteuse gallurese ne vengono messe in atto molteplici. E forse grazie anche al fascino esercitato dalla proposta della musicista sarda, si inizia a parlare con maggiore insistenza di alcuni di essi. È certamente il caso di “Hrudja” del friulano Massimo Silverio, un esordio ideologicamente affine a quello della Pes, ma estremamente differente nelle influenze quanto nel risultato e, invero, più affascinante e sfaccettato.

Classe 1992, il musicista di Cercivento (Udine) omaggia la sua terra scegliendo di cantare tutte le sue liriche in carnico, il dialetto storico delle sue Alpi carniche. Attorno a questo linguaggio antico tuonano sintetizzatori industrial, si spezzano ritmiche complicate à-la Philip Selway e, all’occorrenza, intervengono violoncelli, pianoforti effettati e la guzla, una mandola antica delle alpi dinariche.
Ma non è tutta qui la formula magica di questo folletto alpino, che sin da piccolo ama dare vita con la sua fantasia a terre immaginarie attraversate da fiumi inventati che sgorgano da minacciose catene montuose. E così il carnico, interpretato con fare onomatopeico da novello Jonsi, diventa il pennello di un mondo sospeso tra Tolkien e ruralità alpina, poesia e verismo.
La misteriosa, suadente voce boschiva di Silverio è il collante, la guida di un universo sonoro in perenne evoluzione.

Le sinistre torri di drone alzate dal contrabbasso nell’apertura intitolata “Schena” sono difatti soltanto l’ingresso di un’opera che muta forma e colori quasi a ogni traccia. “Criure”, che la segue a ruota nella tracklist, è una danza post-industriale sghemba che parte elettroacustica e culmina in un tripudio di sintetizzatori che serpeggiano con fare sensuale; gli intrecci folktronici di “Nijo”, invece, fanno da comodo letto a un canto sospiroso e confessionale.
L’affinità della musica di Silverio con quella dei Sigur Ros non si riduce ai vocalizzi, memori del frontman degli islandesi, ma abbraccia anche il piglio evolutivo e atmosferico delle loro composizioni nella struggente “Scune”, solido ponte che avvicina Udine e Reykjavik.

Con una consapevolezza fuori dal comune per un esordiente e un orecchio capace di “vedere” combinazioni sonore inusitate, Silverio ha realizzato senza ombra di dubbio uno dei dischi italiani dell’anno. Un lavoro profondo, ma di impatto immediato, del quale si dovrà tenere conto quando ci si approccerà, da musicisti o da critici, a operazioni affini.
In pochi in Italia hanno nel carniere, tanto per fare un altro titolo, una preghiera sintetica della potenza di “Jeva”.

Tracklist

  1. Šchena 
  2. Criure 
  3. Jevâ 
  4. Colâ 
  5. Nijò 
  6. Grusa 
  7. Šcune 
  8. Piel 
  9. Algò 
  10. (Grim)


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