Iosonouncane

Iosonouncane

L'estetica di un non allineato

di Valerio D'Onofrio

Tra sperimentazione e cantautorato, i mostri italiani di Ettore Scola e Dino Risi diventano i protagonisti del mondo del musicista sardo, testimone delle contraddizioni di una società in balia di populismi, vittima predestinata del demagogo di turno. Dall'invasione dei danzatori di "La Macarena su Roma" al capolavoro "Die", la storia di un musicista libero, non allineato ad alcuna parrocchia

Uno degli errori più evidenti di chi si è occupato della musica italiana del decennio Dieci è stato quello di inserire il progetto Iosonouncane nel grande calderone della musica indie, tentando improbabili collegamenti con vari artisti ritenuti affini, senza comprenderne in pieno l'assoluta originalità. In verità, inserire Jacopo Incani in una qualsivoglia scena italiana, se non fosse altro per l'aspetto geografico o temporale, appare perlomeno artificioso in quanto l'artista sardo, per la meticolosità della produzione, per l'accuratezza della scelta dei testi, per la bizzarria dei suoni e del canto, per la visione politico/sociale/culturale della società italiana, può considerarsi davvero un alieno apolide in patria.

La musica del progetto Iosonouncane sembra un esorcismo solitario che balla sugli orrori italiani, spesso prendendo spunto da episodi di cronaca per cantare le contraddizioni di una società senza ideali se non l’edonismo già denunciato decenni prima da Pasolini, in balia di populismi, volgare e fiero della propria ignoranza, vittima predestinata del demagogo di turno, senza una guida se non quella del proprio istinto di sopravvivenza. L'aspetto solitario pare fondamentale; Incani spesso sembra cercare l’isolamento, quasi un tentativo di piacere a non troppe persone, di essere libero di poter dire tutto quello che pensa senza parrocchie da difendere. Una scelta politica, ma la politica di un partito dove lui è l’unico iscritto. Più che con la musica, un legame che mi è parso subito evidente è quello col grande cinema italiano di denuncia - dai mostri senza riscatto di “Brutti, sporchi e cattivi” di Ettore Scola, alla sinistra tradita di "La Cina è vicina" di Marco Bellocchio, dalle disgrazie del povero emigrato di “Pane e cioccolata” di Franco Brusati sino al celebre film a episodi di Dino Risi, “I mostri” - e chissà forse persino col teatro di Antonio Rezza. E’ interessante notare come, almeno nel suo esordio, Incani sia riuscito a comunicare sensazioni simili a quelle che può trasmettere un film. L’Italia dei nuovi mostri, di una massa informe di zombie romeriani che invadono i centri commerciali, di egoisti pronti a scagliarsi contro i più deboli senza pietà, osannando i ricchi uomini di successo presi come modello irraggiungibile.

iosonouncane_2Incani nasce nel 1983 a Buggerru, piccolo paese sardo con un storia significativa di lotta operaia che ha trovato il suo tragico culmine il 4 settembre 1904 con l'Eccidio di Buggerru, dove tre minatori furono uccisi, durante uno sciopero contro le disumane condizioni di lavoro, dalla violenta repressione dell'esercito venuto in soccorso dei proprietari francesi della miniera. Mi piace pensare, e mi sembra probabile, che questo abbia influito sulla sua formazione e mentalità.
Cresce ascoltando i più celebri cantautori italiani, da Fabrizio De André a Lucio Battisti, da Lucio Dalla a Francesco De Gregori sino a Franco Battiato per poi divenire un ascoltatore onnivoro che parte dalla psichedelia, al folk psichedelico sino giungere all'elettronica, alle bizzarrie dei Residents, alle dissonanze dei Can, al re dei freak Frank Zappa, al dubstep e tanto altro. Il risultato di questi ascolti compulsivi è un bizzarro mix dissonante dove tutte queste influenze sono presenti ma allo stesso tempo celate in sonorità del tutto nuove.

La sua carriera inizia con gli Adharma, band attiva tra il 2000 e il 2008 con cui pubblica un Ep, Risvegli (2005), e un Lp pubblicato quattro anni dopo lo scioglimento della band, Mano ai pulsanti (2012). Questo trio sardo di stanza a Bologna - formato oltre che da Jacopo Incani (voce, chitarra) anche da Simone Ena (batteria) e Riccardo Aresti (basso) - mostra chiaramente le influenze del rock alternativo dei Verdena, con un basso potente e distorto (la title track, “L’idiota”) e una chitarra a ricucirsi spazi. Alt-rock, noise-rock, forse persino post-punk, per un lavoro di appena ventisei minuti che mostra già potenzialità enormi e una certa alterità rispetto alle band coeve.
Nel 2007 registrano Mano ai pulsanti, ma la band si scioglie e l’Lp viene pubblicato solo nel 2012. Fosse stato edito nel 2007, avrebbe in parte preannunciato l’esordio del progetto solista di Incani, “La macarena su Roma”. Mano ai pulsanti è un concept di rock alternativo sugli effetti sulla popolazione della Tv, vista per quello che è, uno strumento narcotizzante le coscienze, creatrice di falsi bisogni e di false paure, capace di alterare la percezione della realtà, che ci rende capaci di odiare chi è più debole di noi e amare gli iper-integrati nel sistema, ben prezzolati. Alcune sonorità sono più vicine al progressive rispetto ai lavori di due anni prima, in particolare nelle tastiere, nel piano e nei synth di “La gabbia nel mare”, un caleidoscopio di ritmi e generi diviso in tre parti. Come raccontano loro stessi, il disco è “un atto di resistenza che non può che essere interno al potere, al sistema, al quale ci si vuole, per quanto possibile, contrapporre. Per queste ragioni si è scelto di utilizzare lo stesso linguaggio, gli stessi termini, lo stesso immaginario, gli stessi slogan mediatici, per rovesciarne, in modo quanto più violentemente critico, il senso”.

291iosonouncane20150807154936L'attività solista di Incani inizia nel 2008 col progetto Iosonouncane. Nel frattempo lavora in un call center, attività che gli fa vedere da vicino le tristi condizioni di una generazione piena di potenzialità sprecate in un lavoro inutile e umiliante. Decide quindi di licenziarsi per provare a seguire le sue vere aspirazioni esordendo con La Macarena su Roma (2010), formidabile spaccato dell’Italia contemporanea, crudo, realistico e preveggente, esperimento a metà tra musica, cinema e teatro. La marcia su Roma del nuovo millennio non sarà realizzata da lugubri picchiatori vestiti di nero, ma da masse danzanti e sorridenti di uomini allevati dalle tv private, imbevuti di slogan pubblicitari e tormentoni estivi, imboniti da urlatori televisivi e da giornali di gossip. Ne viene fuori un calderone organizzato di pseudocultura pop (“Pinne, fucili e occhiali”, “Pan di stelle molto buoni”, le urla di Sgarbi e altri mostri da salotti tv), cori decerebrati da stadio, siglette di trasmissioni Tv, orrori da analfabetismo di ritorno (“Se saprei come fare”), elezioni vissute come rese dei conti, voglia di vendetta senza alcuna vergogna di pensieri razzisti (“Bevi negro!”), il tutto prendendo spunto da episodi di cronaca che diventano metafore profonde di una realtà percepita in modo distorto.
La figura che resiste a questa ondata di sagre di ogni tipo, di aperitivi sulla spiaggia, balli di gruppo, tornei, cacce al tesoro che si ripetono ogni anni sempre uguali (“Il corpo del reato”) diventa fondamentale ma assolutamente impotente di fronte all’avanzare senza fine di questa orrida marcia trionfale. Dodici brani che sono un lungo concept-album, tra musica e teatro che descrivono l’Italia peggiore, con tecniche narrative totalmente alternative. Un modo per esorcizzare la realtà, con un canto isterico e iper-rapido, con parole che si inseguono velocemente come un cantautorato accelerato con ritmi compulsivi.
“Summer on a spiaggia affollata” apre con l'episodio di cronaca di un immigrato annegato in spiaggia per rendere chiaramente la mutazione antropologica italiana - che Pasolini aveva già denunciato - ormai totalmente realizzata grazie alla nuova generazione di odiatori, eroi da tastiera social, allevati dai talk-show più regressivi. Un barcone di immigrati è alla deriva su una spiaggia piena di italiani in vacanza, tutti sono disgustati e pensano in primis a farsi riprendere dalla tv appena arrivata per salutare i propri amici, sino alle urla che augurano ai bambini di colore di morire annegati. Un delirio distopico che sarebbe piaciuto a Frank Zappa e al capitano (quello vero) Don Vliet. L’odio si scaglia sempre verso il diverso e il più debole (“Il boogie dei piedi”), verso chi non si riconosce in questa orda. Il non allineato non può che essere un emarginato solitario, accusato dagli integrati di essere solo “mani strappate all’Enalotto, mani strappate al voto di scambio”. In “Il corpo del reato” un incidente in una strada di provincia, con la morte di uno dei due protagonisti, diviene il momento tristissimo di riflessione sull’inutilità dei mille obblighi ai quali la società ci mette di fronte ogni giorno, arrivando a capire che “quelli come te sono stati vivi solo quando son morti”, riuscendo ad avere dinanzi la verità (quindi filosoficamente essere vivi) solo quando è troppo tardi.

jacopo1_01Alieno in una moltitudine di danzatori di Macarena, Incani non riesce a trovare simili neppure dove in teoria dovrebbero esserci, cioè nei partiti di sinistra (“I superstiti”). In questo piccolo gioiello di stratificazioni vocali persino un redivivo Antonio Gramsci è un lavoratore di call center depresso in cerca di un nuovo lavoro, metafora di quanta umanità sia sprecata in lavori inutili sottopagati o negli altrettanto inutili invii di curriculum. Una puzza insopportabile (sia gli uomini-zombie ben integrati che i sottomessi inconsapevoli) avvolge i superstiti, ormai costretti solo a ritrovarsi in noiosi aperitivi, cioè una forma di aggregazione assolutamente anonima. E’ il sesto stato che si manifesta dopo il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo e il quinto Stato degli apolidi in patria. “Il sesto stato” è il brano più tipicamente psichedelico, tra Syd Barrett e il pop lisergico dei Byrds o dei Beatles, inno alla generazione di call center, disoccupati, giovani senza diritti e soprattutto senza futuro.
Ma l'invasione è inarrestabile e raggiunge il suo culmine nella title track, nove minuti con percussioni che fanno sottofondo alle urla dei nuovi maestri, dei falsi imbonitori buoni per tutte le stagioni, urlatori demagoghi responsabili primi della devoluzione e della narcosi del pensiero. I danzatori di Macarena invadono Roma in ogni suo spazio, senza tollerare alcuna diversità. Anche se Incani urla “Io sto benissimo da solo, non ho mai fatto del male a una mosca, i miei vicini sanno a malapena che esisto”, questo non è tollerato. Anche se schiacciato da un lavoro che lo fa tornare stremato a casa sognando di buttarsi su un divano a guardare la tv nel suo piccolo monolocale, pensando a chi vincerà le gare thrash di Paolo Bonolis, mostra comunque una minima diversità. Colpisce il flusso di pensiero del protagonista buttato esausto sul divano a guardare la tv, un flusso che non ha nulla di automono e personale ma è totalmente in balia delle immagini e delle parole teletrasmesse. Ogni frase della tv crea un'opinione differente, totalmente scollegata dalla precedente, una sorta di zapping di pensieri che provoca pseudo-opinioni passive (cioè non figlie di un pensiero libero e autonomo) e regressive, facendo retrocedere lo spettatore alla stregua di un pappagallo ammaestrato.
La Macarena giunge sino al portone di casa inarrestabile. “Cantano tutti, ballano tutti, ridono tutti, lo psicologo, le vallette, il meteorologo, i giornalisti, i calciatori, il consigliere comunale, si passano il microfono di mano in mano”, questi zombie pretendono l'omologazione assoluta. Bisogna arrendersi o resistere nella propria solitudine? Incani ricorda le parole di Gaber, “La libertà è partecipazione”. Ma la partecipazione concessa dalle tv è quella del televoto che regala la falsa percezione consolatoria che "oggi decido io". Ecco il motivetto della trasmissione "La Corrida" che fa intendere quanta la partecipazione concessa sia solo una baracconata, una presa in giro.
Il finale “Giugno”, dalle atmosfere dream-pop decadenti, lascia intendere un Incani vecchio e senza denti ormai omologato, che ricorda triste quei giorni e finalmente decide di licenziarsi dal suo inutile lavoro.

iosonouncanediee1451332412516_01Un album duro e coraggioso, un caso unico della discografia italiana. Seguono circa 250 concerti in due anni, la pubblicazione del singolo “Le sirene di luglio” (2012), un delirante folk destrutturato, e ancora tre anni di lavoro per la registrazione di Die (2015). Giocando con la parola, interpretabile sia come giorno sia come morire, Incani realizza il suo lavoro musicalmente più maturo, evolvendosi verso atmosfere totalmente differenti. Apparentemente è un disco meno politico, ma lo è solo in modo meno sfacciato. Se politica c’è, deve intendersi come creazione di un nuovo linguaggio e un nuovo suono che a posteriori potranno intendersi come atto di diversità rispetto alla contemporaneità, quindi conseguentemente un atto politico.
I ritmi ossessivi e l'elettronica stratificata di “Tanca” sono il suo capolavoro, vertigine di modernità associata a tribalismo, talmente densa di suoni da divenire raggelante. E’ di certo uno dei momenti più alti della discografia italiana degli ultimi anni, sia nei termini di una produzione davvero accuratissima che di innovazione dei suoni. I riferimenti al cantautorato nazionale stavolta sono più palesi, ma in brani come “Buio” - sperimento tra new age lenta e lisergica e ambient che s'intrecciano e cambiano continuamente - e “Carne”, la distanza con la tradizione cantautorale è grande. In “Stormi” e “Paesaggio”, invece, il legame con Battisti appare più lampante. Chiude il cerchio “Mandria”, ripresa parziale di “Tanca”, una danza elettronica ripetitiva e ipnotica.

Ormai Incani è un protagonista dell'underground italiano, rispettato sia dal pubblico che dalla critica. Nel 2016 collabora con i Verdena, una delle sue band italiane preferite, in Split Ep. Due brani di Incani suonati dal gruppo e viceversa. I Verdena stravolgono il capolavoro “Tanca” con le durezza delle chitarre, donando una vita nuova al brano, con un finale quasi progressivo. “Carne” diventa quasi un brano scritto dai Verdena degli esordi, urlato e rabbioso. Incani fa l'esatto opposto con due brani tratti da "Endkadenz", aggiungendo una matrice elettronica dove prima la chitarra era più presente. Questo interessante esperimento chiarisce come il legame tra i due progetti sia in effetti più stretto di quanto si potesse immaginare a un primo ascolto.

Il 2018 è l'anno in cui si approfondisce la collaborazione di Incani con Paolo Angeli in un tour in duo che li ha visti girare l'italia da Nord a Sud.



Iosonouncane

L'estetica di un non allineato

di Valerio D'Onofrio

Tra sperimentazione e cantautorato, i mostri italiani di Ettore Scola e Dino Risi diventano i protagonisti del mondo del musicista sardo, testimone delle contraddizioni di una società in balia di populismi, vittima predestinata del demagogo di turno. Dall'invasione dei danzatori di "La Macarena su Roma" al capolavoro "Die", la storia di un musicista libero, non allineato ad alcuna parrocchia ..
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Discografia
 IOSONOUNCANE
  
La Macarena su Roma (Trovarobato, 2010)
Die (Trovarobato, 2015)
 Split Ep (con i Verdena, Black Out, 2016)
  
 ADHARMA
  
 

Risvegli Ep (Jestrai Records, 2005)

 

Mano ai pulsanti (Trovarobato, 2012)

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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