Iosonouncane

Ira

2021 (Trovarobato) | avant-rock

'Ira' è certamente una ferma rivendicazione di complessità
(Jacopo Incani intervistato da "Rumore", maggio 2021)

Monumentale, immenso, intimorente. Porsi di fronte a un lavoro ambiziosissimo come "Ira" impone una domanda fondamentale: come si può davvero comprendere un album tanto elaborato con quasi due ore di suoni sperimentali, di massicce costruzioni e decostruzioni, pensando di poter davvero decodificare quello che questi diciassette brani potrebbero rappresentare negli anni a venire. La prima cosa che ho percepito è stata senz'altro la piccolezza del recensore di fronte a un progetto tanto monolitico che sembra scritto per essere pienamente apprezzato in tempi decisamente lunghi.

Se si pensa a "Die" (2015) sembrano essere passati ben più di sei anni, tanto ampio è il solco tracciato da Incani. Se invece si torna a "La macarena su Roma" (2010) sembrano trascorse diverse ere geologiche, come se una mutazione antropologica avesse totalmente modificato le ambizioni del musicista sardo. Diciassette brani lunghi, quasi sempre a ridosso dei dieci minuti, con una voce che scompare per diventare strumento tra gli strumenti. Dal bombardamento di parole dell'esordio alla ricerca di testi poetici di "Die", alla pseudo-afasia di oggi, il cambiamento è assoluto. Il linguaggio diventa incomprensibile per trasformarsi in una chimerica commistione di spagnolo, francese, inglese, arabo e chissà cos'altro, come a creare una non-lingua. Emerge chiara una sfiducia nel senso stesso delle parole, nella possibilità che queste possano comunicare davvero qualcosa nella società odierna.
Incani ha ormai abbandonato ogni legame col cantautorato - sempre presente in vari brani di "Die" - per portare definitivamente a compimento le intuizioni di un brano come "Tanca", probabilmente il momento cardine della sua carriera, senza il quale sarebbe difficile immaginare "Ira". Una quantità impressionante di stimoli sonori che sembrano un manuale d'istruzioni per musicisti del futuro, con un canto che cambia registro continuamente mantenendo - come unico comune denominatore - la propria incomprensibilità.

Difficile citare un brano piuttosto che un altro, tanto è il materiale presente in questo Lp enciclopedico. Elettronica e percussioni avvolgono una quantità impressionanti di riferimenti, tanto ampi che è possibile coglierli solo dopo svariati ascolti. Dal canto che rimanda a Robert Wyatt di "Petrole" alle imponenti cattedrali elettroniche tra Swans e Ben Frost (ad esempio, lo straordinario finale iper-caotico di "Hajar"), sino ai riferimenti ai Radiohead più sperimentali ("Piel"). L'impressione dopo vari ascolti è proprio che "Ira" potrebbe essere per l'Italia quello che sono stati "Kid A" o "Amnesiac" per la scena britannica.
La voce sospirata di "Ashes" ricorda quella bizzarra del capolavoro "Not Available" dei Residents, come anche il suono dei synth che poi si perdono in una colossale danza da comunità hippie. Le percussioni hanno un ruolo fondamentale in vari brani e tra questi spicca senz'altro "Hajar", tribalismo epilettico squarciato da sciabolate di synth. Influenze mediorientali sono spesso identificabili, per esempio nella voce e nei ritmi di "Foule", connubio di suoni desertici e elettronica. Crudo e ossessivo in vari momenti, nei battiti elettronici infernali di "Prison", da cui nasce inatteso il momento più melodico del disco, quasi un inno di libertà. Non mancano momenti chitarristici, ad esempio in "Sangre", forse figlio dell'ascolto di Jon Hassell.

Ciò che emerge e che colpisce è la meticolosità evidente in ogni tipo di suono, che appare stratificato, modificato e infine scelto dopo ricerche maniacali. Incani sembra quindi distruggere ogni concetto di improvvisazione. Inoltre, "Ira" è senz'altro un album prettamente politico nel senso più alto del termine. Lo è in quanto tende a distruggere (socraticamente) convenzioni e certezze consolidate, imponendo una svolta che potrebbe portare a consapevolezze del tutto nuove e persino inimmaginabili. Lo è in quanto si pone come totale alterità al mondo presente, per quanto riguarda la durata, la struttura, il suo abbattere ogni frontiera linguistica nell'epoca del bombardamento unilaterale di migliaia di parole insignificanti (tv, social). In un mondo dove tutto è opinione e dove la verità è sepolta da un pezzo, Incani rinuncia a far parte di questo coro, per indicare una nuova strada che, se venisse percorsa, potrebbe gettare i semi per una nuova stagione musicale.

Interessante la scelta della cover in cui, da una parte Iosonouncane si nasconde con un bianco e nero sfuocato, dall'altra si mette a nudo. Come non aveva mai fatto.

(Foto in homepage di Silvia Cesari)

(14/05/2021)

  • Tracklist
  1. Hiver
  2. Ashes
  3. Foule
  4. Ojos
  5. Jabal
  6. Nuit
  7. Prison
  8. Horizon
  9. Priel
  10. Prière
  11. Niran
  12. Soldiers
  13. Fleuvre
  14. Sangre
  15. Pétrole
  16. Hajar
  17. Cri
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