Quella tra Jacopo Incani e Paolo Angeli è certamente una delle collaborazioni italiane più autentiche e sincere almeno dell’ultimo decennio, un progetto ideato soprattutto per la musica dal vivo, che nasce da un’affinità assoluta, da una comune visione dell’arte come strumento per mostrare fieramente la propria unicità, alla ricerca di un percorso opposto a quello di una comoda omologazione.
“Jalitah” (nome di un arcipelago di piccole isole tra la Sardegna e la Tunisia) raccoglie le esibizioni live del 2018 del duo, in un perfetto mix delle due esperienze soliste. Laddove Paolo Angeli utilizza la tradizione della chitarra sarda (in questo caso preparata) e della musica popolare per creare legami con la modernità, Incani invece ha assunto, prima con “Die“, poi con “Ira” e con una serie di monoliti elettronici, un ruolo quasi da guru della nuova musica italiana.
Da questa fratellanza e da questo rispetto reciproco non poteva che nascere un equilibrio perfetto, nel quale l’improvvisazione può trasformarsi improvvisamente in canzone per poi diventare musica tradizionale sarda e sfociare lentamente verso la pura avanguardia. È un equilibrio miracoloso, quello che traspira dai cinquantadue minuti di registrazione, dalle nuove versioni di brani storici di Incani (“Summer on a spiaggia affollata”, “Carne”) sino all’introduzione del brano iniziale “Zeidae”, fantastico connubio di rock d’avanguardia con sentori kraut e odori della terra sarda.
Se un legame stretto col rock occidentale c’è, forse è con quello più sperimentale degli anni 70, quello tedesco di marca kraut che sembra rivivere in qualche passaggio di “Sela” o “Banco delle sentinelle”, episodi che possono ricordare le brevi sperimentazioni del leggendario terzo album dei Faust.
Live coraggioso, dunque, e pubblicazione encomiabile della Tanca Records che colma un vuoto, quello della memoria di una delle collaborazioni e delle esperienze live italiane più importanti degli ultimi quindici anni.
22/07/2023
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