Una band di Detroit che sposa le oscure tribolazioni del synth-punk con uno spessore culturale e musicale che evoca DAF, Martin Gore e Fisherspooner è argomento sensibile e non privo di un certo interesse.
I due superstiti della formazione originale, Adam Lee Miller e Nicola Kuperus, inseguono da un ventennio un’identità artistica ben definita, restando a metà strada tra una versione da gameboy di Siouxsie & The Banshees e una variante electroclash dei Ladytron.
“Becoming Undone” è un disco ricco di riflessioni sull’era post-Covid, un racconto straziante, inquieto, aspro, un’amara e cruda analisi delle ossessioni e dell’egoismo imperante, scandito da ossessive e compulsive trame elettro-punk (“I Am Nothing”, “Undoing/Undone”) e da un nichilismo sonoro che non lascia indifferenti (“Normative Sludge”).
Le concessioni all’estasi della dance e della trance sono esigue rispetto al passato (“Fools (We Are…)”, “Our Bodies Weren’t Wrong”), mentre i tentativi di affondare le sonorità in meandri più ricercati e sperimentali non sempre funzionano (“She’s Nice Looking”), l’angoscia si traduce in ripetitività fine a se stessa (“I, Obediant”) e le pur intelligenti architetture sonore restano in un limbo dorato.
Kupersus e Miller hanno senz’altro ancora molto da dire, la coerenza è dalla loro parte, inoltre possono vantare la realizzazione di uno dei video più belli dell’anno in corso, ma “Becoming Undone” è un disco apprezzabile più per l’impegno e il rigore ideologico che non per il risultato finale.
19/11/2022
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