In questa prospettiva la recente ristampa dell’album del gruppo libanese Ferkat Al Ard, da parte della sempre più interessante etichetta Habibi Funk, è non solo un gradevole interludio musicale ma un punto di partenza per una riflessione più ampia.
La storia artistica dei Ferkat Al Ard ha le sue origini nell’incontro tra Issam Hajali (più precisamente Issam al-Hajj Ali) e alcuni musicisti brasiliani impegnati in un tour in Libano, lo scambio culturale è intenso, tra tecniche chitarristiche e soluzioni armoniche che si intrecciano con una naturalezza impressionante. Purtroppo, la fuga dagli orrori della guerra civile costringe Issam a cercare asilo in Francia, ed è proprio un’etichetta parigina la responsabile della pubblicazione dell’album da solista “Mouasalat Ila Jacad El Ard” (recentemente ristampato dalla Habibi Funk).
E’ con il ritorno in patria, però, che le ambizioni creative del musicista trovano ulteriore linfa: l’amicizia con il figlio della star libanese Fairouz, Ziad Rahbani, crea l’humus necessario per il progetto ““أغنية (Oghneya)”, un capolavoro che finalmente rivede la luce in un’elegante ristampa che include un ampio libretto con un’intervista a Issam e foto inedite delle sessioni di registrazione.
Rintracciare i tre membri della band non è stato compito facile per la Habibi Funk, ma dopo anni di ricerche sono entrati in contatto con Issam Hajali, Toufic Farroukh ed Elia Saba. Unica condizione posta dai tre musicisti per la ristampa del disco, l’eliminazione di due delle otto tracce originali, una scelta che in parte appare comprensibile per la strenuamente politica “ غيفارا غزة = Ghfyara Ghaza” (forse uno dei vertici del disco originale), ma risulta altresì indecifrabile l’esclusione di “حلول = Huloul”, un brano il cui contenuto non si discosta molto dal resto dell’album. In sostituzione dei due pezzi originali, l’album presenta l’inedita “Juma’a 6 Hziran”.
I testi di ““أغنية (Oghneya)” sono politicamente rilevanti ma anche profondamente poetici, opera di tre grandi autori palestinesi, Mahmoud Darwish, Samih Al Qasem e Tawfiq Ziad. Da par suo, la musica si dipana tra melodie agrodolci dove folk libanese, jazz e bossa nova si fondono, incuranti del contrasto mai stridente tra ritmo e arrangiamenti d’archi. Gli accenni barocchi di “مطر الصباح = Matar Al Sabah” introducono tutti gli elementi stilistici sopra accennati con un’eleganza disarmante. Con egual grazia il gruppo mette insieme tentazioni jazz, folk e pop nella romantica “لحن لامراتي وبلادي =Lahnon Lemra’ati Wa Beladi”, ma è nell’abbraccio ritmico arabo-brasiliano di “انتظرني = Entazerni” che risiede il fascino più viscerale e autentico della musica dei Ferkat Al Ard.
La forza lirica della title track e le splendide sfumature folk di “ادفنوا أمواتكم وانهضوا = Edfeno Amwatakon Wanhadou” sono gli altri momenti salienti di un album che non è solo uno degli ascolti più stimolanti dell’anno, ma anche un documento culturale di enorme importanza.
Dispiace, comunque, che la ristampa non riporti l’opera nella sua integrità originale, soprattutto per la splendida ballata folk corale di “غيفارا غزة = Ghfyara Ghaza”, ma il profondo rispetto per gli autori di tanta bellezza ci spinge ad approvare questa scelta, credo non facile, invitando i più curiosi a recuperare le due tracce mancanti sul web, ma soprattutto a catturare senza indugi questa preziosa testimonianza artistica.
24/09/2022