“And tell me if you can if this ain’t Hell
Then why are all the devils here as well?”
Il mondo che ispira l’ottavo album dei Veils è un pianeta in affanno, abitato da demoni pronti a determinarne il destino in ogni momento.
Una visione pessimista, ma comprensibile, che prende forma nelle composizioni di Finn Andrews che, ormai divenuto di fatto un one-man band, crea un universo sonoro malinconico in cui le sue canzoni diventano piccole luci tremolanti capaci di rischiarare il buio.
“Fragile World” è un disco realizzato alla vecchia maniera: registrato su nastro magnetico in Nuova Zelanda insieme al produttore Tom Healy e successivamente arricchito da arrangiamenti estemporanei, nati dalla spontaneità delle sessioni.
Il risultato è un lavoro più vario e istintivo del precedente “Asphodels”, fortemente legato alla collaborazione con la violinista Victoria Kelly, anche se un flusso emotivo simile continua ad attraversare entrambi gli album.
Le melodie sono essenziali, costruite per valorizzare l’interpretazione vocale di Andrews, esaltata da sospensioni armoniche, cori e arrangiamenti sempre misurati e funzionali.
È una formula vincente che conquista fin dall’apertura della lunare “Aurora” e trova ulteriore conferma negli accordi di pianoforte di “High Hopes”, dove la voce di Andrews richiama il Nick Cave più dolente, e nel delicato dialogo amoroso di “Are You Awake Tonight?”.
È nella dimensione più intima e quotidiana che il leader dei Veils sembra raggiungere i suoi picchi creativi. Riesce infatti a trasformare l’alba in una piccola ode alla rinascita in “New Day”, sostenuta da un efficace crescendo ritmico, oppure a ricamare poesia sull’arrivo dell’oscurità nella minimale “The Widering Dark”, sorretta da un synth atmosferico che richiama gli Yo La Tengo e da calibrati interventi di chitarra e pianoforte.
Di tanto in tanto Andrews prova ad allontanarsi dai territori più familiari con brani maggiormente strutturati e ritmici. In alcuni casi il risultato convince, come in “Little White Bird (Fragile World)”, che parte da suggestioni soul alla James Blake per trasformarsi in una sorta di ninna nanna sospesa tra percussioni tubolari, synth e slide guitar. Meno riuscito appare invece il mood scintillante di “Lungs”, mentre “These Are the Days” finisce per indulgere in un’immediatezza dal gusto quasi coldplayano.
A chiudere il disco arriva una rilettura di “In This Heart” di Sinéad O’Connor. Originariamente eseguita a cappella, viene qui riproposta in una versione piano e voce dal sapore tradizionale, perfetta per un sing-along di fine concerto durante il prossimo tour, che farà tappa anche in Italia.
Se “Fragile World” non riesce nella missione di essere il seguito più luminoso di “Asphodels”, riesce però a consolidare il ruolo dei Veils tra le realtà più credibili dell’alternative rock malinconico e introspettivo contemporaneo.
23/06/2026